
15/18 - A PLACE TO HEAL rifà (di nuovo) La classe, ma peggio
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: 15/18 (A Place To Heal)
USCITA ITALIA: N.D.
REGIA: Cédric Kahn
SCENEGGIATURA: Cédric Kahn, Kahina Le Querrec
CON: Zoé Monpart, Malou Khebizi, Kenji Peyran, Patience Munchenbach, Sophie Guillemin, Cédric Kahn, Antoine de Foucauld, Jennifer Decker
GENERE: drammatico
DURATA: 105 min
Presentato in concorso alla 83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia
VOTO: 4.5
RECENSIONE:
Cédric Kahn raccoglie l’eredità de La classe di Laurent Cantet e lo trasferisce in un reparto di neuropsichiatria adolescenziale, trasformandolo in un sismografo delle ferite della società contemporanea. Un film dalle celate ambizioni che però si perde progressivamente tra sociorealismo, mélo e derive da teen horror, fino a sacrificare i suoi giovani protagonisti sull’altare di un paternalismo tanto bonario quanto anacronistico.
Prende appunti da La classe di Laurent Cantet, 15/18 - A Place to Heal di Cédric Kahn, il primo dei tre film francesi presentati in concorso alla 83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Vuole cioè replicare, in un certo qual modo, tanto il concetto filmico, lo sguardo, l’impalcatura di base, quanto l’atmosfera e l’effetto di quello che è forse uno degli ultimi, veri classici del cinema francese più recente - uno status cementato anche dalla contestata vittoria della Palma d’oro al Festival di Cannes del 2008.
Insieme alla sceneggiatrice Kahina Le Querrec, Khan sembra raccogliere idealmente l’eredità del film e del filone inaugurato da Cantet e trasferirne il dispositivo in un altro contesto, in una diversa istituzione, in una forma di conflitto, semmai, ancor più intensa e dolorosa. Se La classe, infatti, faceva dell’aula scolastica una sorta di microcosmo della società francese, attraversato da differenze culturali, sociali e generazionali e tenuto insieme (anche se sul punto di disgregarsi) dalla parola, 15/18 - A Place to Heal porta quello stesso approccio - che è anche registico, a base di nervose sequenze con macchina a mano e clinici piani fissi, sempre e comunque finalizzati ad un pedinamento della realtà dalle chiare inclinazioni documentaristiche - all’interno di un reparto di neuropsichiatria adolescenziale, dove il confronto fra ragazzi e adulti non è più solamente una questione di autorità, disciplina o riconoscimento, bensì di cura, diritto alla vita e libero arbitrio, fragilità e traumi (spesso infantili) gravissimi. In altre parole, là dove Cantet esaminava la società tramite un processo e principio quasi laboratoriale, mentre prendeva forma e deflagrava entro le mura (per citare il titolo originale) di un’aula, Kahn la osserva nei luoghi che la società stessa ha predisposto per curarne le ferite, trasformati in crogioli ribollenti e caotici di tutto ciò che la attraversa: il bullismo, le angosce generate dalle guerre e dalla crisi climatica, la droga, la violenza – fisica, sessuale, psicologica –, il razzismo, le tensioni, i disagi legati alla dismorfia e alla disforia.
Ad ogni modo, in ambo i casi il luogo smette di essere banale sfondo e diventa sismografo del mondo esterno. Anche in questo però se La classe era soprattutto un racconto di collisioni, 15/18 - A Place to Heal aspira a porsi come parabola sulla possibilità, sempre precaria e mai garantita, di ricucire ciò che quella stessa collisione ha spezzato, interrogando e mettendo in discussione il ruolo stesso dell’istituzione, i limiti della cura e la possibilità che essa possa davvero restituire a questi ragazzi qualcosa che il mondo ha sottratto loro: fiducia, sicurezza, senso di appartenenza, perfino il semplice desiderio di continuare a vivere. Per colpa o responsabilità degli adulti, in primis. Perché il reparto sarà pure uno spazio deputato all’accoglienza, all’ascolto e alla riparazione, ma finisce inevitabilmente per farsi specchio di tutto ciò che lo precede e che lo ha reso necessario. Di famiglie disgregate, genitori il più delle volte assenti, indifferenti alle condizioni dei propri figli, quando non del tutto egocentrici, inadeguati, addirittura pericolosi.
Ciò detto, Kahn non sembra voler puntare il dito, né trasformare mai la pellicola in un vero e proprio atto d’accusa. Preferisce lasciare ai corpi, alle parole e agli sfoghi, alle crisi improvvise, esplosive della sua “classe” la testimonianza della profondità di ferite che nessun ospedale può realisticamente promettere di sanare. Possiamo altresì dire - come parrebbe suggerire la sceneggiatura - che Lucia, Eloïse, Enzo e tutti gli altri giovani che (loro malgrado o meno) hanno trovato asilo presso il dottor Etienne e la sua équipe di medici, assistenti ed educatori (la cui presenza drammaturgica, ahinoi, è tanto incostante quanto risibile) siano come zombie che conservano una parvenza di vita quando, in realtà, dentro di loro non sopravvive che un fioco baluginio di ciò che potremmo definire vitale. Paradossali simboli di qualcosa che non intendono né riescono più a incarnare fino in fondo.
Si tratta di uno dei pochi lampi di cinema che 15/18 – A Place to Heal ha da offrire quando, per l’appunto, non si rinchiude nella variazione sul tema socio-realista tanto caro alla produzione d’oltralpe, nella mera riproposizione di un prodromo ben più stimolante e mordace, nei didascalici echi (musicali) del Kubrick di Arancia meccanica, o ancora nelle derive di uno sguardo fintamente immerso e vicino ai problemi, ai turbamenti e ai dolori dei suoi protagonisti. Uno sguardo inizialmente aperto alla contaminazione con la commedia nera, alla ricerca di una leggerezza quasi brillante, salvo poi ripiegare progressivamente su una dimensione più mélo e patinata, fatta di amorazzi, gelosie e tradimenti, fino ad approdare irrimediabilmente ad una posizione – di cui è sintomatica la scelta, da parte di Kahn, di interpretare il primario – di velato ma inequivocabile paternalismo: bonario, innocuo, certo, ma proprio per questo irrimediabilmente anacronistico.
È poi ancora quella intuizione zombesca, quella suggestione di genere, a scortare la (fin troppo) lunga coda finale, scandita dalla scelta incendiaria di rompere, demolire tutto. Fuggire dal film che si era costruito fino a quel momento, applicando il filtro – anzitutto fotografico – di una sorta di fosco, freddo e desaturato teen horror gotico per far riaffiorare il vero orrore che fino a quel momento era rimasto soltanto latente. Un'intuizione lodevole, persino comprensibile, come l'intento che la sorregge. Ossia dare definitivamente forma al disagio giovanile che il realismo della prima parte aveva cercato di sillabare, indagare, comprendere tassonomicamente, spingendolo infine verso una dimensione allucinata e straziante che cerca la lacrima a tutti i costi. Il solo problema è che questa enfasi ha come unico esito quello di lasciare i suoi ragazzi alla mercé del comico involontario - effetto ulteriormente aggravato da una recitazione maldestra e imprecisa proprio nella resa di sentimenti più assoluti e totalizzanti.
Così, quel che nelle intenzioni vorrebbe essere uno scarto radicale, una torsione perturbante si risolve alfine in qualcosa di sgraziato, stonato che finisce per incrinare pure quel poco che, fino a quel momento, appariva forse non del tutto inedito, ma quantomeno autentico.
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