
WILD HORSE NINE, la coscienza dell’assassino
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Wilde Horse Nine
USCITA ITALIA: 05 novembre 2026
REGIA: Martin McDonagh
CON: John Malkovich, Sam Rockwell, Steve Buscemi, Mariana Di Girolamo, Ailín Salas, Tom Waits, Parker Posey
GENERE: drammatico
DURATA: 118 min
Presentato in concorso alla 83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia
VOTO: 8.5
RECENSIONE:
Martin McDonagh torna dietro la macchina da presa con un “western deprimente” sospeso tra commedia nera, thriller e teatro dell’assurdo: un duello (che diventa duetto) morale e attoriale tra John Malkovich e Sam Rockwell, alle prese con la Storia, le proprie colpe e la fragile possibilità di scegliere il bene dopo una vita trascorsa al servizio del male. Cinema puro e irresistibile.
Qual è il colmo per una spia, un agente segreto, un sicario, un hitman — o come dir si voglia? Sicuramente aver paura di morire. Oppure “scortare le tarme” fuori dalla finestra di casa. O, peggio ancora, farsi venire la paranoia di non essere abbastanza paranoico.
È un po’ questo il sale del ritorno sul Lido di Venezia del premio Oscar (per il suo primo cortometraggio, Six Shooter) Martin McDonagh, a quattro anni esatti da Gli spiriti dell’isola e a quasi dieci da quel capolavoro di Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Più vicina al primo che non a quest’ultimo, Wild Horse Nine riparte, ancora una volta, da un luogo remoto e ben circoscritto, solo apparentemente incontaminato e paradisiaco, per costruire — al solito, con pochi, pochissimi elementi — una storia inizialmente microscopica, dalle proporzioni ridotte, salvo ampliarne passo dopo passo, minuto dopo minuto, le ambizioni e gli orizzonti tematici, espressivi e narrativi.
Tutto comincia nel 1973, in Cile, a qualche settimana di distanza dal golpe militare, sostenuto e appoggiato dai servizi segreti americani, che avrebbe rovesciato il governo democraticamente eletto del presidente socialista Salvador Allende. Qui facciamo la conoscenza o, meglio, proviamo a ricostruire i pezzi del rapporto personale e professionale tra Chris e Lee, due agenti della CIA di età ed esperienze ben diverse, che vengono inviati da Santiago fino all’Isola di Pasqua dal loro superiore, MJ. Costretti alla prossimità - all’ombra delle emblematiche, vagheggiate e “straordinariamente misteriose” statue giganti di pietra, i Moai — il duo sarà chiamato a fare i conti con i propri oscuri trascorsi, con le proprie colpe, con i modi violenti attraverso i quali hanno contribuito a influenzare il corso della Storia e i destini di intere nazioni di cui, con ogni probabilità, non saprebbero nemmeno fare lo spelling.
Forse, però, la verità dietro la loro spedizione è addirittura peggio di quanto pensino. O, per l’esattezza, di quanto immagini Chris, il più anziano della coppia: veterano di innumerevoli guerre e operazioni — dal Vietnam al Guatemala, dal Congo alla Baia dei Porci, fino ad un certo attentato avvenuto a Dallas un decennio prima — è ormai sprofondato nella disillusione più totale, ulteriormente aggravata da un cancro che gli ha concesso appena sei mesi di vita. Si sente terribilmente solo, non ama più il proprio lavoro come un tempo, ha iniziato a porsi domande e a coltivare rimpianti. Inoltre, da qualche tempo medita — o forse spera — di mettere mano ad un libro di memorie nel quale raccontare tutto il marcio e tutto il male che ne hanno definito l’esistenza. Un cavallo imbizzarrito per i piani alti della CIA, eppure ancora estremamente prezioso poiché in possesso di un oggetto incriminante che potrebbe gettare tutto e tutti nel caos. Il compito di scoprire dove l’ha nascosto e infine eliminarlo viene affidato proprio al suo partner Lee, la cui posizione non fa che complicarsi ulteriormente dal momento che Chris aveva inizialmente pianificato di utilizzare quel viaggio come copertura per un’eutanasia “pulita”, rapida e indolore. Un’eutanasia che soltanto il suo collega può garantirgli.
Se Samuel Beckett fosse vivo oggi, non abbiamo dubbi che sceglierebbe Martin McDonagh come suo successore. Almeno per quanto riguarda il grande schermo, pochi autori sono infatti riusciti a riproporre con altrettanta perizia quella crudeltà comica propria del teatro dell’assurdo e dell’universo di storie e personaggi del drammaturgo suo connazionale. Quel teatro della condizione umana che, mediante un assoluto minimalismo, riesce a dire tantissimo di noi, del mondo, delle cose, dell’essenza umana e del tempo in cui viviamo (e non). Uno - va da sé - nel quale si ride proprio quando non si dovrebbe.
È a questa tradizione che il cineasta si rifà in maniera pressoché naturale, considerata la sua provenienza dal teatro, perseguendo quella vocazione — tipicamente irlandese — per la parola, il paradosso e l’umorismo nero. Ed è, con ben poca sorpresa, anche il caso di Wild Horse Nine, che, sorretto da un lavoro e da uno studio miracolosi sui due protagonisti, prende le mosse come un ibrido purissimo tra commedia di situazioni, scambi, screzi e silenzi e buddy movie, per poi trasformare Rapa Nui nell’ennesimo palcoscenico di un accattivante scontro filmico e attoriale dagli inevitabili risvolti morali.
Possiamo quindi dire che, per McDonagh, non si tratti soltanto di un nuovo racconto della “coscienza dell’assassino” (del quale comunque continua a rinnovare e rilanciare modi, luoghi comuni, formule ricorrenti), né di un semplice ritorno all’iconografia e al cinema degli inizi - quello più divertito e ludico di In Bruges e 7 psicopatici — quanto soprattutto di una sintesi di quella prima stagione coi discorsi filmici e figurativi del succitato Gli spiriti dell’isola. Una pellicola per cui Wild Horse Nine funge da vero e proprio seguito teorico e spirituale, ma nel quale non vi è più alcun spazio per fantasmi e spettri di sorta, o per i prodromi di un’umanità lentamente diretta verso l’autodistruzione. Qui le cose si chiamano con il proprio nome, si dicono per quello che sono. Ci si cala, con un’amara eleganza, nell’inarrestabile corso degli eventi, affastellando nomi, cognomi, riferimenti accurati, talora persino sorretti da materiali d’archivio, nel tentativo di interrogare “l’intera storia” e lo spirito — prevaricatore, arrogante, spregiudicato, mortifero, terminale — di una nazione e di un mondo “già in malora”.
Il tutto, rimanendo sempre confinati tra i pendii, le stradine, le spiagge e le mura di un piccolo albergo su un isolotto sperduto nell’Oceano Pacifico, che, oltre ad acquisire contorni metafisici, diventa un autentico laboratorio cinematografico di fusione tra registri, linguaggi e generi. Le forme di un’esilarante commedia (così) surreale (da diventare quasi iperrealista) lasciano dapprima spazio ad uno slow-burner, un thriller coinvolgente e precisissimo, per approdare alfine a territori eminentemente americani come quelli del western. Un “western deprimente”, pessimista, ovviamente post-moderno, capace nondimeno di improvvise e luminosissime aperture di grazia e tenerezza — che, a dispetto di quel che pensa Lee, esiste e può essere visto — animato da una sceneggiatura che ribadisce e insieme rilancia la raffinatezza e l’intelligenza della scrittura di McDonagh, quella sua sofisticata levità e la naturalezza disarmante con cui sa tracciare parabole morali, rifuggendo ogni più comoda scorciatoia.
Del resto, è nel chiaroscuro abissale di ogni coscienza, che il film trova il suo terreno d’elezione: nella domanda, apparentemente semplice e in realtà terribile, se sia ancora possibile scegliere il bene quando si è trascorsa un’intera esistenza al servizio di una maligna assurdità. È quel che si chiedono, in modi e momenti diversi, sia Chris che Lee, portati in scena con una chimica a dir poco irripetibile dai suoi due interpreti. E cioè da un John Malkovich totale, imprendibile, istrionico e, al contempo, mai così tenero. Una prova (da premio?) che rimane nei cuori e gli permette di prendere letteralmente le redini del racconto, dettandone il ritmo, spostandone continuamente il baricentro, prima di consegnarlo alle sapienti doti espressive di un Sam Rockwell magnifico come spalla e volto da controcampo. Ritrovato il regista che gli ha consegnato l’Oscar, questi, dal canto suo, sembra accettare di rimanere per gran parte del tempo un passo indietro, di lasciare al compagno lo spazio per occupare la scena e divorare le scene, salvo poi riappropriarsene progressivamente, inavvertitamente, fino a emergere con forza proprio nelle battute finali.
Ed è forse anche questo il senso ultimo del loro rapporto e della pellicola in sé e per sé: una sorta di passaggio di testimone che non è soltanto attoriale, ma narrativo e morale, attraverso il quale McDonagh prova ad inventare la possibilità — fragile, incerta, remota, misteriosa come l’isola di Rapa Nui — di un’ultima scelta.
Ti è piaciuta la nostra recensione? Se sì, lascia un like e condividi l’articolo con chi vuoi.
In più, per non perdere nessun’altra pubblicazione, assicurati di seguirci sulle nostre pagine social e di iscriverti alla nostra newsletter.





