
DI BORDERLANDS, IMPORTA SOLO A CATE BLANCHETT
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Borderlands
USCITA ITALIA: 7 agosto 2024
USCITA USA: 9 agosto 2024
REGIA: Eli Roth, Tim Miller
SCENEGGIATURA: Eli Roth, Joe Crombie
CON: Cate Blanchett, Kevin Hart, Jack Black, Ariana Greenblatt, Jamie Lee Curtis, Florian Munteanu
GENERE: azione, fantascienza, thriller, avventura, commedia
DURATA: 102 min
VOTO: 4
RECENSIONE:
Facile preda di una gestazione complicata a dir poco, Borderlands di Eli Roth è un film che riporta indietro la lancette a quando tradurre al cinema un videogioco era garanzie di indegne brutture. Uno della cui sorte non sembra importare davvero a nessuno dei coinvolti, eccezion fatta per una Cate Blanchett anche troppo appassionata per lo scialbo ruolo che è chiamata ad interpretare.
Come abbiamo già detto e scritto da qualche parte, peggio di un film brutto (ma proprio brutto) c’è soltanto un film dal destino già segnato in partenza. Non parliamo strettamente di narrazione, drammaturgia, scansione e sviluppo degli eventi, ma di progettualità nate sotto una cattiva luna per non si sa quale motivo. Borderlands - libero adattamento dell’omonima e popolarissima serie di videogiochi - è una di queste mega-produzioni hollywoodiane che (stra)ordinariamente riesce a spuntare tutte le possibili caselle di prevedibilità. E la sua gestazione, da sola, costituisce una cartina tornasole perfetta in questo senso.
L’annuncio della pellicola risale infatti a dieci anni circa (parliamo del 2015), con la giovane promessa dell’horror Leigh Whannell in trattative per dirigere. Al suo posto, è stato però ingaggiata una non più giovane promessa dell’horror: Eli Roth, che avrebbe dovuto trasporre a schermo una sceneggiatura di Craig Mazin, stimato showrunner della factory HBO, autore di serie come Chernobyl e The Last of Us. Ad aprile 2021, tuttavia, lo script di quest’ultimo (che nel frattempo ha ben pensato di disconoscere qualsiasi paternità del progetto) era già stato severamente riscritto, passando per le mani prima di Juel Taylor e Tony Rettenmaier, per finire poi sulla scrivania dello stesso regista.
In aggiunta a questo, le riprese principali hanno avuto luogo durante la pandemia - il che ha senz’altro penalizzato le sorti di alcuni segmenti - e, qualora non bastasse, ad inizio 2023 si è optato per due settimane di reshooting, alle quali Roth, al lavoro su Thanksgiving, non ha neanche preso parte, scegliendo di scaricare questa autentica "gatta da pelare" a Tim Miller (regista del primo Deadpool e del tristissimo Terminator: Dark Fate).

Messa così, possiamo tranquillamente riconoscere che già solo il fatto Borderlands esista e si possa vedere sia, di per sé, un miracolo. Ciò detto, nessuna benedizione viene dal vederlo, anzi. In più, se proprio vogliamo scivolare nel tecnico, un altro piccolo sintomo del fato oscuro spettato al film di(?) Eli Roth e Tim Miller può essere anche ricondotto alla firma (produttiva) di Avi Arad, un tempo capo dei Marvel Studios: l’uomo che ha insistito per inserire Venom in Spider-Man 3, colui che, se non si fosse dimesso per tempo, avrebbe con tutta probabilità deviato il corso del Marvel Cinematic Universe per come lo conosciamo oggi.
E non lo diciamo noi (sia mai!), ma lo dimostrano i film che ha prodotto prima e, soprattutto, dopo la trilogia ragnesca di Sam Raimi - alcuni di questi, tra l’altro, schiaffati, sbandierati, pure con soddisfazione, sulla locandina di Borderlands. Che, quantomeno sul piano della resa, si è già unito al club dei Venom, Morbius, Uncharted in quanto acme di quella pletora di opere orfane delle cui ragioni, del cui senso e del cui esito non sembra importare proprio a nessuno. Eccezion fatta, forse, per la due volte premio Oscar Cate Blanchett - qui rosso-crinita, tra (una) Franka (molto meno) Potente e (una cosplayer di) Milla Jovovich - che non si riesce davvero a capire cosa, al di fuori di uno svago a tratti palpabile, di un lauto assegno o di una clausola contrattuale, l’abbia mai potuta condurre di fronte ai nostri occhi, in quelle vesti. Cosa del copione, insomma, l’abbia colpita a tal punto da persuaderla ad entrare in questo mondo involontariamente rottamato, di scadente paccottiglia.
È lei la protagonista assoluta di Borderlands, di nome Lilith, una cacciatrice di taglie come se ne sono viste tante (passato traumatico incluso), assoldata dal capoccia di una corporazione intergalattica per recuperare sua figlia, che tuttavia - chi l’avrebbe mai detto - potrebbe nascondere un segreto recondito di cui il genitore, rivelatosi nel frattempo “inaspettatamente” malvagio, vorrebbe usufruire a proprio piacimento per conquistare un potere assoluto e ancestrale. Prontamente affezionatasi alla ragazza, la bounty-hunter si ritroverà perciò ad unire le forze e fuggire in compagnia di una scalcinata ma abile e simpatica banda di reietti, alla volta di un leggendario tesoro sepolto.
Uno degli evidenti peccati originali del film di Eli Roth - lo avrete intuito - sta appunto in una sceneggiatura eufemisticamente derivativa, scontata e automatica. Ciò nondimeno, non è il suo problema più vistoso. E neppure il suo essere una cloaca cosmica di tutto ciò che è stato il genere fantastico-avventuroso negli ultimi cinquant’anni: nel racconto convivono invero, in forme ai limiti del falso, del tarocco e del plagio, pezzi di Star Wars, (del post-punk di) Mad Max, (del weird lisergico di) Dune (quello di David Lynch, con cui condivide improvvidamente un fatale voice-off che funge da inutile spiegone introduttivo), Jumanji, dei Guardiani della Galassia o, più precisamente, dello stile scorretto e guascone (dei team-up) di James Gunn, come anche di Alien e (della Pandora di) Avatar.

No, i vizi più gravi sono semmai la presunzione di volersi proporre come brillante, sagace e matura incursione post-moderna - pur dotandosi, con nostra grande sorpresa, di un bassissimo tasso ematico e grafico, e venendo investito suo malgrado dal ciclone dell’abbastanza similare Deadpool & Wolverine - e, in particolar modo, la mediocrità, il grigiore della messa in scena che Roth e Miller arrivano a confezionare.
Le idee dubbie da loro avallate non si contano sulle dita di una mano: a partire da sbiadite scelte di colonna sonora, passando per un trucco e costumi degni di una fiera del fumetto di provincia, e indecorose deturpazioni al montaggio, fino ad una fotografia piattissima, che stringe sui personaggi, appannando il mondo alle loro spalle (l'equivalente di una morte clinica per un film, figurarsi per un franchise, fondato sul worldbuilding), facendo al contempo emergere l’artificiosità e le ristrettezze di effetti visivi, fondali renderizzati, digital doubles (venuti direttamente dai tempi de La mummia - Il ritorno), e cercando invano di risolvere le ingenti falle (da essa causate e non) con colori sgargianti, fumettosi, ipersaturi, idealmente accattivanti.
L’unico, fioco barlume di luce risiederebbe di conseguenza nell’impegno e negli slanci di un cast stellare - sicuramente assemblato quando ancora le prospettive del progetto potevano dirsi rosee -, se solo non finisse anch’esso preda di un copione squilibrato e scriteriato, inconsistente, che non dà un peso, una concretezza, una gravità a questo universo, men che meno alle figure che lo animano. A completare questo ensemble, una Jamie Lee Curtis gustosamente stramboide, la cui presenza stimola gli stessi interrogativi che rivolgeremmo alla collega, un Kevin Hart che soffoca la sua natura ed essenza comica per risultare (poco) credibile nei panni di un soldato d’élite con un deficit d’altezza, un’appassionata e convincente (nonostante l’ingiusta scrittura del suo personaggio) Ariana Greenblatt, un Florian Munteanu esangue, e un Jack Black costretto a prestare la voce ad uno dei comic relief più fastidiosi del panorama blockbuster recente.
Tuttavia non vogliamo, né ci pare giusto infierire oltre sulla carcassa già putrescente di una pellicola che riporta indietro le lancette a quando le trasposizioni dai videogiochi erano quasi sempre garanzia di indegne brutture. Un prodotto rigurgitante dove non c’è posto per la speranza, il cui unico effetto è farci rimpiangere il cinema testosteronico e pomposo di Zack Snyder e i ridicoli giocattoloni a firma Paul W. S. Anderson. Il che è tutto dire!
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