
DEADPOOL & WOLVERINE, (COME) UNA PREGHIERA PER IL MARVEL UNIVERSE
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Deadpool & Wolverine
USCITA ITALIA: 24 luglio 2024
USCITA USA: 26 luglio 2024
REGIA: Shawn Levy
SCENEGGIATURA: Rhett Reese, Paul Wernick, Zeb Wells, Ryan Reynolds, Shawn Levy
CON: Ryan Reynolds, Hugh Jackman, Emma Corrin, Morena Baccarin, Matthew Macfadyen, Dafne Keen
GENERE: azione, avventura, commedia, fantascienza
DURATA: 128 min
VOTO: 7-
RECENSIONE:
Distruggere, prendersi in giro e (ri)nascere: è questa la filosofia perseguita dai Marvel Studios in Deadpool & Wolverine, 34° inserto di un'odissea ormai incontenibile e prima incursione nell'universo degli iconici personaggi di Ryan Reynolds e Hugh Jackman. Shawn Levy guida con passo sicuro questa sfida all'ultima battuta, che è anche un Multiverso della follia più sregolato, va da sé difettoso, ma veramente divertente.
Di solito, quantomeno nei fumetti, Deadpool uccide(va) l’universo Marvel, e, se tempo fa ci avessero detto che il compito di salvare il Marvel (Cinematic) Universe e, con esso, le sorti dell’intero filone cinecomics si sarebbe concentrato nelle mani del mercenario chiacchierone creato da Fabian Nicieza e Rob Liefeld ad inizio anni ‘90 (e della sua più recente incarnazione cinematografica), ci saremmo fatti una sana risata. Ma non sono certo una quisquilia i 250 milioni di dollari che la Disney - tramite i Marvel Studios - ha concesso a Ryan Reynolds per scrivere, produrre e interpretare (per la terza, o quarta volta) Deadpool & Wolverine. Progetto che diventa una “cosa grossa” - per la major in sé, oltre che per il pubblico - già dal titolo. O, per meglio dire, dalla scelta di ritrovare sul grande schermo il “secolare” padrino di Wade Wilson e un po’ di tutti i supereroi che hanno affollato il grande schermo nell’ultimo quarto di secolo. Ovviamente, nella versione mitica e amata di Hugh Jackman.
Perdonateci questo incipit freddo, tecnico, oseremmo dire “industrial”, ma è proprio così e di questo, di industria, che parla il 34° inserto di questa ormai incontenibile odissea e, per l'appunto, la prima incursione marvelliana di Reynolds in veste di (ennesimo) “prodauttore” e del regista Shawn Levy (suo amico, collaboratore, vicario ed emanazione come già in Free Guy e The Adam Project): della crisi e confusione di un disegno cinematografico “alla canna del gas” o, seriamente parlando, lontano dai fasti dei suoi tentativi più fortunati, anzi quel fine-giochi, quell'(Avengers:)Endgame sa ogni giorno di più di profezia invincibile. Uno smarrimento, quello del MCU, che la sceneggiatura scritta (e riscritta) a dieci mani da Rhett Reese, Paul Wernick, Zeb Wells e dagli stessi Reynolds e Levy dibatte e porta in scena in una perversione apocalittica del succitatoFree Guy.
E non parliamo soltanto di citazioni pop, ma pure di tecnicismi e inside jokes (forse troppi) perlopiù comprensibili dagli addetti ai lavori e dagli spettatori più scafati. Nella fattispecie, la pellicola ricorda e arriva a ironizzare sull’acquisizione della 20th Century Fox da parte della casa del Topo, facendo allusioni ai "capoccia", e gettando nel calderone termini e concetti quali franchise, threequel, budget, copyright, McGuffin, legacy, IP, branding, reaction, engagement, cancel culture e chi più ne ha più ne metta. Quasi ci si trovasse di fronte ad un pitch in diretta, ad un trasfigurato tentativo di vendita che lo stesso Deadpool (e quindi il produttore Reynolds) rivolge al board Disney o al direttore creativo dei Marvel Studios Kevin Feige, al fine di “essere finalmente un Avenger anch’io” e vedersi approvata la propria idea, il proprio piano di salvataggio di un multiverso “che è stato un flop dietro l'altro”.

Distruggere, prendersi in giro e (ri)nascere. Altresì detto: toccare il fondo, riconoscere i fallimenti (propri e della serie A, degli elitari Vendicatori o presunti tali) e ripartire infine dai cocci, dai rottami - magari falciati e inviati nella "discarica metafisica" del proprio universo - per venire a capo delle sorti del proprio mondo: è questa la filosofia perseguita dai Marvel Studios nell’aprirsi anche ad una proposta “rated-R” (ossia vietata ai minori). Ed è la medesima imbracciata dal mercenario chiacchierone, che - servendosi delle fattezze e, più che altro, della forza e della furbizia produttiva del suo interprete, e con un moto di incorreggibile e vitale arroganza - si autoelegge insieme autore, regista e star di un “sogno bagnato” che diventa, al contempo, una celebrazione malinconica della decennale corsa fumettistica di Wolverine (da cui un segmento spassoso e ispiratissimo), una lettera d’amore al passato (non più) disconosciuto dei Marvel movies e del capitolato universo 20th Century Fox (al quale si vuole garantire “un finale”), e addirittura una riflessione pro-attiva sul tempo che scorre inesorabile, che spesso (cinematograficamente) esaspera il meglio e addolcisce il peggio, il famigerato, e che può vedersi e leggersi in maniera evidente sui volti e sui corpi degli attori. Insomma, una specie di seduta terapeutica collettiva su quel che è stato, che avrebbe potuto e che può (e potrà) essere ancora “fino a 90 anni”.
Rigurgito liberatorio dalle funzioni di statement, in senso pratico Deadpool & Wolverine raccoglie e porta alle estreme conseguenze il segno dei precedenti due film con protagonista Wade Wilson, con un Levy capace di tenere assieme - con qualche minimo picco - la vena anarchica di Tim Miller e il tocco action (o meglio, una sua imitazione slavata) di David Leitch. Ma è anche un Multiverso della follia decisamente più sregolato, sanguinario, ovviamente ambizioso, nonché più soddisfacente e divertente per come sfrutta e prevede nell’intreccio le potenzialità di questo remix multiversale. Reynolds & co. ritrovano e ottimizzano così l’approccio sia di The Flash - ancor prima che per le idee un tempo scartate e ora portate in scena, per aver (ri)messo il costume di Wolverine addosso ad un Hugh Jackman intenso che porta tutta l’esperienza del personaggio in un’interpretazione dall’ampio diaframma espressivo e tonale - sia di Space Jam: New Legends per quell’idea di continua messa in mostra della potenza di mercato e della vastità del brand Disney.

In bilico tra (controllata) follia metatestuale e rottura estrema (se non estremistica) della quarta parete, making-of sovra-esposto e giocattolone puerile, orgasmica spirale e, ancora, testosteronica preghiera nerd (e la scelta musicale di Like a Prayer di Madonna è geniale, oltre che azzeccatissima): l’amichevole, quasi fraterna sfida all’ultima battuta di Reynolds e Jackman ha evidentemente una sequela di problemi su cui è difficile soprassedere. Non ultimi una gestione poco bilanciata dei tempi del racconto, e il caotico didascalismo e la pedante verbosità tipici degli ultimi prodotti made in Marvel.
Tuttavia, tutti questi sono dettati da una partecipazione, una passione e un cuore (davvero) sconfinati da parte di tutti i coinvolti, dietro e di fronte alla macchina da presa. Che forse non sono fatti per salvare e che, con ogni probabilità, non salveranno l’universo Marvel (da sé stesso e da una nostalgia perpetua e inestirpabile), ma sono e saranno senza dubbio le doti per cui Deadpool & Wolverine verrà ricordato. Il fondamentale requisito della sua missione principale. Di un augurio, di una dedica che suonano come Good Riddance dei Green Day in chiusura: “I hope you had the time of your life”.
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