
IO SONO LA FINE DEL MONDO è scorretto per modo di dire
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Io sono la fine del mondo
USCITA ITALIA: 9 gennaio 2025
REGIA: Gennaro Nunziante
SCENEGGIATURA: Angelo Duro, Gennaro Nunziante
CON: Angelo Duro, Giorgio Colangeli, Matilde Piana
GENERE: commedia
DURATA: 96 min
VOTO: 4
RECENSIONE:
Dopo aver agghindato e promosso sul grande schermo star del teatro comico, della stand-up e del web, Gennaro Nunziante ci riprova con l'umorismo al vetriolo di Angelo Duro. Scommessa vinta nei glaciali termini d'incasso per un'operazione che infrange fin da subito la sua promessa e premessa, avvinghiata nella contraddizione di un cinema che desidera essere, ma in realtà finisce solo per mostrarsi e apparire.
Come può Gennaro Nunziante senza Checco Zalone(?). Citando il titolo di uno dei suoi ultimi film, viene spontaneo chiedersi questo dopo aver visto Io sono la fine del mondo. Dopo aver agghindato e promosso sul grande schermo star del teatro di commedia, della stand-up o del web, come il succitato Medici (in successi impressionanti e tutt’oggi imbattuti come Cado dalle nubi, Che bella giornata, Sole a catinelle e Quo vado?), Fabio Rovazzi (ne Il vegetale) e Pio & Amedeo (in Belli ciao e il già citato Come può uno scoglio), il regista ci riprova con l’umorismo dissacrante, spietato e controcorrente di Angelo Duro - amatissimo roaster, come direbbero i cugini d’oltreoceano - nel tentativo di farne un fenomeno anche agli occhi, parimenti feroci, del box-office.
I numeri, dalle ore in cui scriviamo, sembra stiano avvalorando la scommessa produttiva di Marco Cohen, Benedetto Habib, Fabrizio Donvito e Daniel Campos Pavoncelli, e di Vision Distribution e Indiana Production. D'altra parte però, è pure vero che Io sono la fine del mondo non si impegna altrimenti, né intende nascondere il suo principio di realtà e funzionamento secondo i glaciali termini del soldo.
Ne risulta pertanto un’operazione banalmente e strettamente commerciale. Popolare, certo, ma tutto fuorché pop, dal momento che l’unica cosa realmente incisiva è il nome, la griffe, il brand, la pubblicità - a loro volta, specchietto per le allodole (o per i fan), veicolo di una promessa e premessa subito infrante.

Torniamo pertanto alla domanda di cui sopra e riconosciamo molto agilmente come, in assenza di una personalità, un’impronta artistica davvero consapevole, decisa e decisiva come quella di Zalone (ultima grande maschera della post-commedia di mostri italiani), ciò che resta della filmografia di Nunziante sono giusto pellicole di questa risma. Prodotti, insomma, contraddistinti e avvinghiati dalla contraddizione di un cinema (e forse di personaggi come Duro e i suoi due colleghi pugliesi) che desidera essere, ma in realtà finisce solo per mostrarsi e apparire: controverso, mordace, iconoclasta, anticonformista. Quel che cerca e insegue, infatti, è la massa, la corrente, il favore del pubblico.
Ecco allora che la faccia ipocrita, perbenista, politicamente corretta del sistema contro cui ci si scaglia, esposto e demolito pezzo dopo pezzo; e insieme delle sue emanazioni (come, in questo caso, la famiglia tradizionale, cattolica, ma in fondo anaffettiva e fallace), diventa la medesima, l’esatto riflesso, il boomerang inevitabile del gesto e del testo comico in genere. Il vizio di forma di un’idea filmica e politica da debellare, contestare, problematizzare a sua volta.
Se a questo si sommano poi l’approssimazione e pigrizia registica e di sceneggiatura (co-firmata da Nunziante stesso e, al solito, del nome di cartellone) nella costruzione, ideazione, invenzione di situazioni, gag, dinamiche, ma anche l’alquanto evidente intraducibilità cinematografica della cifra e dell'innata vis umoristica del personaggio di Angelo Duro, ebbene si ottiene un prodotto non solo troppo convenzionale, ma soprattutto incapace di soddisfare il suo fine primario.

Monocorde come il suo protagonista e interprete principale, unico e solo centro di gravità, Io sono la fine del mondo procede per accumulo, con un fare quasi bulimico, oltre che rigido e programmatico, sfilacciandosi sempre più e riuscendo persino a banalizzare e sacrificare le qualità e potenzialità urticanti (mantenute solo in un tema musicale fastidioso, sidereo) sull’altare di un’invettiva allergica, più boomer dei boomer stessi (babbo Giorgio Colangeli e mamma Matilde Piana, così bravi dal prendersi la scena), verso una contemporaneità al capolinea, insalvabile. Per non parlare poi della disonestà simbolica e dell'errore drammaturgico di far vincere e uscire illeso il mostro.
“Ciccioni”, disabili, neonati piangenti, ambientalisti, preti e fedeli, omosessuali, donne, uomini, giudici, carabinieri, padri, madri, vivi, morti: non risparmia nessuno, Io sono la fine del mondo, nemmeno sé stesso. Spara sentenze e giudizi su tutti (con l’intento di far male perché “le parole uccidono di più”), annichilisce, ammutolisce, umilia chiunque incroci il cammino della macchina da presa. Ma è tutto fuorché ironia, sagacia, figurarsi l’irruente cataclisma annunciato, quanto più una frenesia di cattivo gusto, gratuita, forzata che funziona giusto in due momenti, ma senza il coraggio di esagerare e andare fino in fondo. Fare e dire le cose (anche quelle più leggere) con serietà.
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