
NORIMBERGA riduce il male a spettacolo grezzo e pacchiano
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Nuremberg
USCITA ITALIA: 18 dicembre 2025
USCITA USA: 7 novembre 2025
REGIA: James Vanderbilt
SCENEGGIATURA: James Vanderbilt
CON: Rami Malek, Russell Crowe, Leo Woodall, Michael Shannon, John Slattery, Mark O'Brien, Colin Hanks
GENERE: drammatico, storico
DURATA: 148 min
VOTO: 5
RECENSIONE:
Tratto dal libro di Jack El-Hai, Norimberga di James Vanderbilt si confronta con lo storico processo ai gerarchi nazisti, ma tradisce le proprie ambizioni. Tra intenzioni di dramma psicologico e thriller giudiziario, la pellicola banalizza il male, riduce la Storia a spettacolo e trasforma i protagonisti in figure quasi da (cine)fumetto.
Se guarderai troppo a lungo il male negli occhi, anche il male vorrà guardare dentro di te - e non se ne andrà mai più. Ci permettiamo di storpiare una famosa e (ahinoi) abusata citazione di Friedrich Nietzsche per introdurre questa recensione di Norimberga, il film che il (più noto come) sceneggiatore (che com)e regista James Vanderbilt trae dal libro del 2013 di Jack El-Hai, Il nazista e lo psichiatra.
Lo scenario, come saprete o avrete già intuito, è uno dei crocevia fondamentali della storia del Novecento. E cioè il processo con cui nel 1945, al termine della seconda guerra mondiale, le potenze vincitrici — Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Russia — unirono le proprie forze in uno sforzo giudiziario comune (ma non immediato) al fine di mettere sotto accusa i massimi gerarchi ancora in vita dell'ormai capitolato Terzo Reich.
Già portato sul grande (Vincitori e vinti di Stanley Kramer, con Spencer Tracy, Burt Lancaster e Marlene Dietrich) e piccolo schermo (nell’attenta e omonima miniserie con protagonista Alec Baldwin), questo tribunale rappresenta un primato assoluto. Si trattò infatti della prima volta nella storia che individui — e non Stati — vennero giudicati per crimini contro l’umanità, crimini di guerra, crimini contro la pace e cospirazione ad essi finalizzati. Stabilì inoltre un principio destinato a ridefinire per sempre il diritto internazionale: anche i capi e i funzionari di massimo livello furono ritenuti personalmente responsabili dei crimini commessi, e da allora l’aver “obbedito agli ordini” non costituì più una discriminante.

Istruito dal giudice statunitense Robert Jackson, fu insomma un autentico punto di svolta per la coscienza giuridica moderna, e il suo imputato più emblematico - va da sé - fu Hermann Göring, Reichsmarschall ed ex secondo in comando di Adolf Hitler. Proprio lui è il “nazista” evocato nel titolo dell’opera di El-Hai, laddove lo “psichiatra” è il maggiore Douglas Kelley, dottore dell’esercito americano incaricato di valutare la salute mentale dei 22 leader nazisti sotto custodia alleata, selezionati per l'accusa.
Nello specifico, il suo compito è quello - come lui stesso ama definirlo - di “dissezionare il male”: il male assoluto, incondizionato, in purezza o per antonomasia, ma comunque visibile, ben definito (diversamente da quello che lo stesso Vanderbilt ha raccontato in Zodiac, che è probabilmente la sua sceneggiatura più riuscita). La speranza, d’altra parte, è provare a comprenderlo, se non addirittura di spiegarlo, magari in un libro col quale compiere il disegno di grandezza a cui ha votato tutta la propria esistenza. Ma è possibile sfiorare l’ombra e non rimanerne intaccati neanche un minimo? Può stregarci, affascinarci, mettere in discussione le nostre profonde convinzioni? Al di là della sua incarnazione nazista, quali effetti concreti può esercitare?
Sembrerebbero essere queste le domande - provocatorie e teoricamente affascinanti - che il cineasta intende porre allo spettatore attraverso questa sorta di variazione, sui toni del dramma storico, del thriller psicologico à la Il silenzio degli innocenti o giudiziario come Codice d’onore. Tuttavia, per sua sfortuna, Norimberga svela ben presto il grosso e perlopiù nocivo conflitto tra intenzioni, ambizioni ed effettivo sviluppo e realizzazione.
Difatti, se limpidissima è la volontà di dar forma ad un racconto in cui la parola diventa arma di un conflitto di dialogo, intelligenza, furbizia, carisma, percezione, ogni buon proposito sfuma di fronte alla grossolanità, sguaiatezza, appariscenza e autoindulgenza con cui, nei fatti, è scritto questo copione. Tratti che risaltano in una caratterizzazione (anche visiva) estremamente abbozzata e minima di personaggi che - quando non si esprimono come se animati da un'intelligenza artificiale o come se avessero ingoiato qualche libro di storia per quanto suonano pedanti, didattici, didascalici - scadono invece nel registro del (cine)fumetto che Vanderbilt, tra l’altro, ha praticato sceneggiando i due Amazing Spider-Man.
A venirne penalizzata è soprattutto la compagine nazista - e ancor più Göring, con la sua giubba inseparabile, onnipresente ed esageratamente feticizzata, neanche fosse il costume di un supervillain Marvel o DC. Vale a dire i soggetti dell’indagine della pellicola e dello psichiatra protagonista, di cui inversamente viene disinnescato ogni potenziale scorcio di complessità o, peggio, banalizzato il male insito e intrinseco. Beninteso: non nel senso che ne fece la filosofa Hannah Arendt nel seguire il successivo (del 1961) processo al fu SS-Obersturmbannführer Adolf Eichmann, bensì disumanizzandolo, trasfigurandolo in qualcosa di molto meno serio e, in particolare, riconvertendolo a dispositivo narrativo e sensazionalistico.
Un altro aspetto profondamente problematico di Norimberga concerne invero lo sguardo e l’approccio estetico adoperato dal regista nel fare di questo evento cardinale della storia moderna e recente “il più grande spettacolo del mondo”, integrando pure immagini di repertorio (incluse quelle, indescrivibili, catturate dai soldati alleati durante la liberazione dei campi di sterminio che testimoniano l’efferatezza e la totale, fredda e calcolata disumanità della soluzione finale) in una sequenza che definire autotelica e morbosa è davvero un eufemismo.

In tal senso, la frase di R.G. Collingwood ("l'unico indizio su ciò che l'uomo può fare è ciò che l'uomo ha fatto”) che appare alla fine, subito prima dei titoli di coda - e che sintetizza un discorso e un messaggio solo accennato dall’autore - può dunque essere ribaltata e riferita alla pellicola in sé e per sé. E verso un cinema in grado, talora in maniera disarmante, di raccontare anche il più importante degli avvenimenti nella forma più irrilevante, anodina e pacchiana.
Persino nelle interpretazioni di un Russell Crowe in totale autonomia, un Rami Malek troppo caricato e un Michael Shannon convinto ma alfine inefficace, Norimberga è un film che pure se fosse uscito trent’anni fa sarebbe risultato irrimediabilmente logoro, obsoleto, stantio. Ma è anche e purtroppo la riprova che riflessioni (vere su un male vero) come La zona d’interesse rasentano il miracoloso.
Ti è piaciuta la nostra recensione? Se sì, lascia un like e condividi l’articolo con chi vuoi.
In più, per non perdere nessun’altra pubblicazione, assicurati di seguirci sulle nostre pagine social e di iscriverti alla nostra newsletter.





