
LA ZONA D'INTERESSE, IL REALITY SHOW DELLA STORIA DI JONATHAN GLAZER
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: The Zone of Interest
USCITA ITALIA: 22 febbraio 2024
USCITA USA: 22 febbraio 2024
REGIA: Jonathan Glazer
SCENEGGIATURA: Jonathan Glazer
CON: Sandra Hüller, Christian Friedel, Medusa Knopf, Daniel Holzberg
GENERE: drammatico
DURATA: 106 min
Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2023, candidato a 5 premi Oscar tra cui miglior film
VOTO: 9.5
RECENSIONE:
Vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2023 e candidato a 5 premi Oscar, La zona d'interesse, il primo film di Jonathan Glazer (Sexy Beast, Under the Skin) in dieci anni asciuga, riduce all'essenza, tradisce e rispetta il romanzo di Martin Amis, dando vita al suo ennesimo Teorema, questa volta interessato alla formula del Male puro, assoluto, in quanto turpe, indicibile, invisibile. L'Olocausto diventa allora un fatto filmico peculiarissimo. Un fatto di immagini "non autorizzate", di forma - dimensione ideale di deformazione grottesca -, ma soprattutto di suono, di immaginario e di immaginazione. Un fatto, infine, nostro.
“Sono avanzato a tal punto nel sangue che, se dovessi andare a guado più oltre, il tornare mi sarebbe pesante quanto il procedere”. È con questa citazione (in esergo) dal Macbeth di William Shakespeare che si aprono le pagine de La zona d’interesse, ultimo romanzo del compianto Martin Amis, uno degli autori più importanti del Novecento, voce e penna eccezionale nel raccontare e mettere a nudo gli eccessi - talora anche immondi e bestiali - della società capitalistica occidentale, attraverso il registro dell’assurdo, del satirico, del grottesco, della caricatura, senza per questo rinunciare ad uno stile, ad una forma significanti e significativi, complementari al discorso testuale, quando non vera e primaria fonte della critica in essere. Una cifra che ha mantenuto e riadattato anche laddove, come nel caso de La freccia del tempo e de La zona d’interesse, si è ritrovato a dover fare i conti non tanto con la sua storia, quella del suo tempo, più vicina alla sua sensibilità quotidiana d’artista e osservatore, bensì con la Storia, quella già consegnata alla memoria collettiva. Nello specifico, con l’Olocausto, una delle pagine più buie, sordide, disumane, che, come tutto quello che è considerato all’interno di un processo documentato, storicizzato appunto, rappresenta - nel bene e nel male, che ci piaccia o meno - una pietra angolare, un punto fermo, un infame principio per ciò che poi è stato ed è oggi. Per chi siamo stati e per chi siamo tuttora.
È un concetto, quello della memoria, dell’importanza di ricordare, che spesso viene banalizzato, stereotipato, relegato ad un solo giorno all’anno, ad un’occasione eccezionale, quando in realtà ogni giorno noi intraprendiamo, proseguiamo questo viaggio nei fatti di ieri, nelle storie e nella Storia di cui siamo (in)consci portatori, nel sangue che è stato versato e che l’umanità continua indolente, incorreggibile a calpestare. Viene quindi spontaneo chiedersi a cosa serva (ri)trovare quella memoria, quelle memorie, quei segni del tempo. (Ce) lo dice chiaramente il regista Jonathan Glazer, che, il romanzo di Amis, lo ha asciugato, portato alla sua essenza tematica, dialogica, urticante, insieme tradito e rispettato, trasposto in immagini nel suo primo lungometraggio in quasi dieci anni, vincitori - tra gli altri - di uno dei maggiori premi al Festival di Cannes. Ricordare “serve” allora soltanto(?) a “poter riconoscere noi stessi: chiamare mostri quelle persone significa non imparare nulla, chiamarli umani è davvero spaventoso”. Sono mostri o sono umani, i protagonisti o, meglio, i soggetti sotto accusa de La zona d’interesse? E, di conseguenza, se loro sono sotto accusa, perché non lo siamo anche noi?
Per rendere l’idea, ci serviremo un’altra volta di una frase del libro di Amis; una che senz’altro Glazer ha tenuto in grande considerazione in questa sua traduzione per il grande schermo. La citazione appartiene al terrificante monologo di Szmul, uno dei tre narratori - capo dei Sonderkommando, uno degli ebrei deportati, scelto tra le migliaia di prigionieri, graziato temporaneamente, e costretto ad essere l'ultimo ingranaggio della macchina di morte del lager, a svolgere le mansioni più ripugnanti e degradanti nelle famigerate camere a gas. E recita: “C’era una volta un re, e questo re incaricò il suo mago prediletto di fabbricare uno specchio magico. Questo specchio non ti mostrava il tuo riflesso. Ti mostrava la tua anima - ti mostrava chi eri realmente”. O, come scriveva Nietzsche, “(E) quando guardi a lungo in un abisso, anche l’abisso ti guarda dentro”.

E, abissale, potrebbe essere l’aggettivo adatto per descrivere la visione, lo sguardo, l’approccio del regista di Sexy Beast, Birth e del più recente Under the Skin, che segue le orme di un uomo, di un ometto in realtà, di nome Rudolf Höß, il quale, anche se privo di alcun tipo di carisma o personalità, grazie solo alla sua dedizione, sudditanza e senso del dovere, è arrivato a vestire panni prestigiosi e lustrini che ciononostante gli stanno larghi, in cui non è mai davvero credibile. La zona d’interesse è però anche la storia della sua famiglia, di sua moglie Hedwig e dei loro cinque figli, delle giornate ordinarie, regolari, tra faccende varie, picnic, scampagnate e giri in canoa, giardinaggio, bagni in piscina, ritrovi con amici e colleghi.
C’è solo un dettaglio. Un grande, gigantesco, insormontabile "ma". Si dà il caso infatti che casa loro confini nientemeno che con il muro di recinzione del campo di Auschwitz, che le loro notti siano quasi sempre illuminate a giorno dalle fiamme che esplodono dai camini dei forni crematori, che l’aria che respirano sia ammantata dal fetore nauseabondo della morte. O che si dica sempre "heil Hitler" quando si esce di casa, che ogni minuto sia accompagnato da spari, grida strazianti, voci imploranti, abbai di cani e urli intimidatori. Che i bambini giochino con denti d’oro sottratti a chissà chi, che la moglie si provi addosso pellicce strappate con la forza a qualche deportata. O ancora, che la posizione di Rudolf altro non sia che quella di comandante del lager, che quello che discute al telefono siano le strategie e i metodi più efficaci per sterminare o riconvertire in produttività il maggior numero di prigionieri, il funzionamento di nuove camere a gas, o i risultati mortiferi degli ultimi mesi.
In altre parole, La zona d’interesse racconta la cecità di chi è così vicino da non vedere. È la storia di una famiglia tanto intossicata dall’odore di morte, dall’abiezione, dal processo epurativo, dallo sterminio di mere cifre, codici spersonalizzanti, marchiati a sangue, fiamme, gas, bestiame ideologico; da diventarne alfine disintossicati. Forse. Ma è anche quella di una coppia sommessa e sottomessa a sé stessa (prima e, ancor di più, dopo l’incontro con la politica, le tesi razziali, l’antisemitismo), pure alla deprecabile ricerca di un Lebensraum intimo e privato, inevitabilmente, unitamente tesa verso il nero.
Un nero - di concetti e sensazioni che descrivere a parole spesso equivale a ridurne la gravità - ché Glazer informa ed infonde su più livelli, dando, di fatto, vita a due film (in uno) che viaggiano, scorrono, si spiegano in parallelo, salvo poi riunirsi, diventare tutt’uno e un altro film ancora, in segmenti dove la grande potenza audiovisiva, la sua capacità espressiva e suggestiva si coniugano con una precisione e lucidità drammatiche, drammaturgiche, di scrittura e di idee.
Il primo (film) è visivo, si colloca nel territorio delle immagini - che fungono, neanche a dirsi, da fondamentale impalcatura al tutto - e rispetta in parte la lezione stilistica della controparte cartacea, di Amis, secondo il quale - come sopra - la forma è la dimensione ideale in cui consumare la vera messa a nudo, la deformazione grottesca, il vero contrappasso del nazismo, dell’Olocausto e dei suoi soggetti. Il metodo, il rigore, la precisione immorale e apatica con cui il nazismo porta avanti il suo disegno infernale, la cosiddetta banalità del male, diventano perciò i medesimi codici attraverso cui viene passato, proposto e provocato il giudizio di chi legge o, nel nostro caso, di chi guarda.
Qualcuno potrebbe ritrovare e, in effetti, ha ritrovato Kubrick ne La zona d’interesse, eppure sentiamo non ci sia bisogno di scomodare un simile nome, non solo perché si andrebbe così a compiere un paragone precoce e, al momento, insensato, ma soprattutto perché l’approccio del cineasta e del direttore della fotografia Łukasz Żal è abbastanza peculiare. Al fine di rappresentare la disumanità, l’arrendevolezza al male, la trivialità degli Höß o di chi per loro, e così rimanere coerenti con la cifra essenziale, rigorosa, lucida dello sguardo glazeriano, essi hanno optato infatti per una posizione neutrale. O, per dirla col regista, “non autorizzata”: una visione fredda, oggettiva, onnisciente, panottica, che ci mostra i personaggi così come si danno e così come gli interpreti sentono di doverli animare, senza troppe indicazioni e direttive. Nella pratica, si è scelto di cospargere il set di macchine da presa operate da remoto, utilizzare la luce naturale e permettere agli attori di muoversi liberamente all'interno della scena, di essere “nel momento”, mentre erano ripresi da più di dieci angolazioni allo stesso tempo. Quello che si dice un glaciale reality show.
Inoltre, se nel romanzo il grafico, l’esplicito, la crudezza - per quanto elegantemente sottesi e declinati in forme di tragica e dissacrante assurdità - non sono del tutto ripudiati, il cineasta britannico, benjaminiamente facendo, decide invece di privarci dell’oscenità dell’Olocausto, dell’ineluttabile feticismo della violenza, rendendola non riproducibile, invisibile. Un fatto di memoria, di immaginario e di immaginazione. Ma anche un fatto di suono. Il sonoro, appunto: il paesaggio del fuori campo, progettato e disegnato con parimenti e sanzionante rigore da Tarn Willers e Johnnie Burn, che costituisce l’anima del secondo film ne La zona d’interesse.

Infine c’è il terzo, “quello che vivi”, il punto di congiunzione tra ciò che si sente e ciò che si vede, il quale si dà nei pochi momenti soggettivi, in cui l’intenzione registica entra prepotentemente nel campo della diegesi e maneggia con maggior evidenza il materiale a propria disposizione. Sono i tre segmenti cardinali, imprescindibili, totalizzanti della pellicola. Quelli al confine con la videoarte, dalla chiara funzione programmatica e didascalica ma (per chi scrive) dalla magistrale esecuzione. Le variabili dell’ennesima equazione di Jonathan Glazer; del suo più maturo Teorema, interessato, questa volta, alla formula del Male puro, assoluto, in quanto turpe, indicibile, di nuovo, invisibile - con buona pace di Scorsese e del suo Killers of the Flower Moon.
E quindi, l’inizio: sintesi teorica dello spaesante e stimolante approccio glazeriano, con il titolo che progressivamente scompare alla nostra vista, nel nero, come La zona d’interesse rimarrà per sempre interdetta al nostro sguardo, laddove l’unico elemento di cui, viceversa, mai saremmo privati sarà il suono, la musica del reale, che, per quanto inquietante, letale, tremenda, rimarrà l’unico nostro appiglio, e a cui, sempre nel nero pesto (dello specchio, dell’anima), siamo chiamati ad abituarci, a riscoprire. E poi, la metà esatta del film: quando immagine (in negativo) e suono (traslitterato) si riuniscono per offrire una prospettiva svincolata, una visione alternativa, testimoniale, eppure astratta di una tragedia che appunto deve cambiare di forma audiovisiva per essere vista e sentita direttamente. E, va da sé, il finale: l’oscurità avvolge sempre più Rudolf Höß, lo ghermisce in un’infinita catabasi, lo sottrae per un attimo alla sua e lo consegna alla Storia, lo soffoca fino alla nausea, ad un rigurgito di coscienza, di umanità, ad un controcampo, l’unico di tutto il film. Il nostro, come nostro è il fardello, l’impegno, il mantenimento e la preservazione della memoria. Come nostro è allora il compito di guardarci e giudicarci. Perché nostra è oggi La zona d’interesse.
Tutti i contributi e le dichiarazioni di Jonathan Glazer contenuti nell'articolo provengono da Vivilcinema 1/2024.
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