
SUPERMAN, la kryptonite siamo noi
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Superman
USCITA ITALIA: 9 luglio 2025
USCITA USA: 11 luglio 2025
REGIA: James Gunn
SCENEGGIATURA: James Gunn
CON: David Corenswet, Rachel Brosnahan, Isabela Merced, Edi Gathegi, Nathan Fillion, Anthony Carrigan, María Gabriela de Faría
GENERE: azione, avventura, fantastico, fantascienza
DURATA: 129 min
VOTO: 7/8
RECENSIONE:
Nel suo nuovo Superman, James Gunn rilegge l’eroe più iconico dell’immaginario americano come specchio deformato – ma sincero – del nostro tempo: un mondo in frantumi, che ha smarrito fiducia, verità e senso di comunità. Kal-El non combatte solo supercriminali, ma affronta le crepe di una società diffidente, iperconnessa e in costante crisi identitaria. Una rilettura intima e politica, dove la vera kryptonite è l’umanità stessa.
Prima di alzare lo sguardo verso l’alto, verso il cielo e ciò che si cela al di là di esso, bisogna (anzi, sarebbe meglio) rivolgerlo a ciò che ci circonda. Al mondo in cui viviamo: diviso, litigioso, caotico, paranoide, infestato da cattiveria, cinismo, diffidenza e tanta rabbia, incontenibile e generalizzata. Nessuno crede più in niente e nessuno, ma alfine dà credito ad ogni tipo di verità falsa e falsificata gli venga proposta sullo schermo di un cellulare, sul feed di un qualsiasi social network, o alla televisione. Ad ogni bugia architettata, manipolata, raffinata quel tanto che basta per diventare realistica e plausibile.
Non è allora (il) Lex Luthor (di un Nicholas Hoult che regala un'interpretazione ironica e disturbante al tempo stesso) la nemesi contro cui si deve battere il Superman di (e per) questa America e questo mondo (post-)trumpiani e (post-)MAGA. Lo sono bensì tutte le idee e i concetti realmente astratti che il magnate personifica e insuffla in una versione distorta del nostro eroe, un golem telecomandato, una sorta di bizzarro mostro di Frankenstein animato da una percezione deformata, plasmata da pregiudizio e invidia. Parliamo altresì dell’impennata di discriminazioni, razzismo e xenofobia, dell’incubo della post-verità, tra fake news e deep fakes che proliferano in un ecosistema social(e) via via più inospitale, impulsivo, impervio. Senza dimenticare l’ipercontrollo, le scissioni, l’iperanestetizzazione e le svariate complessità della società contemporanea, quest'ultima ormai votata al solo principio del consenso che richiede a ciascuno dei suoi membri di impegnarsi in una continua autopromozione e autopropaganda di sé - generalmente a spese d’altri.
Già soltanto il fatto che questi ragionamenti si possano desumere da un film su un extraterrestre in calzamaglia è di per sé la riprova dell’evoluzione e del percorso di legittimazione di un filone spesso ridotto e adeguato a mero e pigro pop-corn movie. Del resto, stiamo parlando della storia di un “immigrato arrivato da altri luoghi, portatore della storia del nostro paese”, per dirla con le parole di chi è stato incaricato di riportarlo sul grande schermo a pochissima distanza dalla sua ultima (e, a modo suo, popolare) incarnazione.

È sì una ripartenza, un (soft) reboot, ma anche e soprattutto una decostruzione e ricostruzione del personaggio e dell'icona di Superman, quella che il James Gunn di Guardiani della Galassia e The Suicide Squad - ora novello co-presidente, co-amministratore e direttore creativo dei riformati DC Studios - scrive e dirige in un film semplice, schietto, diretto, senza fronzoli come il suo titolo, omonimo del seminale cult del 1978 a firma Richard Donner con l’indimenticato Christopher Reeve.
Una pellicola che, in un modo del tutto inedito rispetto alle sue predecessore, restituisce bene il dualismo da sempre sotteso al pseudonimo eroico: il super e il man, le caratteristiche extra-ordinarie e superlative, ma anche l’umanità che il nostro riesce a sprigionare ed esprimere in ogni sua mossa. Le due parti di un tutto, il materiale genetico di una leggenda, del primo supereroe americano, anch’esso manipolato, rimaneggiato, rifondato al passo con le urgenze e le istanze del presente. Passato e riletto attraverso le maglie, lo sguardo e la cifra di Gunn, col quale - come vedremo - ha più da spartire di quanto si immaginerebbe proprio per deformazione. Secondo la sensibilità e l’orizzonte estetico e tematico di un creativo che, di suo, risente e combatte le derive della contemporaneità e i suoi strascichi, i suoi echi sull’industria e sul mondo dell’audiovisivo.
In tal senso, questi trasforma Kal-El in una sorta di Star-Lord in versione kryptoniana. Entrambi sono alieni nel vero senso della parola, cresciuti lontano dal loro pianeta natale, strappati via da bambini e costretti a ricostruire la propria identità in contesti che non gli appartengono. Ne risultano figure segnate da un’identità frammentaria, veri e propri orfani culturali. Peter Quill si aggrappa al walkman e ai ricordi sbiaditi dell’infanzia, laddove il nostro eredita una morale kryptoniana ridotta a una manciata di frasi preconfezionate dai genitori. Quella stessa coppia, storicamente vista come simbolo di nobiltà e guida morale, viene qui svuotata di ogni aura mitica, tant'è che Superman si converte, come sopra, nel racconto di un apolide che elemosina l’accettazione dei suoi simili d’adozione. Nondimeno, ogni suo gesto, ogni tentativo di inserirsi e integrarsi sembra peggiorare la situazione. Invece di rafforzare la sua sicurezza, ne amplifica l’alienazione e lo straniamento.
Il risultato è un Kal-El più goffo del suo stesso alter ego umano, e dunque un Clark Kent involontariamente più convincente. Ed è proprio qui che si pianta il seme di un ribaltamento a suo modo radicale, rivoluzionario e spiazzante, con Gunn che tratteggia la figura di un Superman esposto, contestabile e contestato. Super perché Man. Non un uomo sui tanti, ma uno fra i tanti.

Quella optata da Gunn - al fine di ristrutturare un immaginario a propria immagine e somiglianza, per rinnovare, riparare le ossa rotte, rimarginare le ferite, riparare i danni percettivi e disfarsi delle rovine e delle vestigia della discussa e controversa gestione precedente - è insomma la via di una essenzialità che nel panorama di oggi, dove si divorano storie a velocità vertiginose, non può che risultare curiosa e insolita, oltre che spaesante.
Il cineasta salta a piè pari le tappe fondamentali della formazione del nostro e le piega alle esigenze narrative e alle note distintive del suo cinema: niente tragica distruzione di Krypton, niente infanzia turbolenta a Smallville, nessun primo tentativo di capire e controllare i propri poteri, né campi di grano su cui spiccare il volo o morti paterne che ne possano definire l’indole e la missione.
L’idea è chiara, netta, e va dritta per la sua strada. Basta una semplice didascalia: trent’anni fa è arrivato sulla Terra, tre anni fa ha cominciato a salvare il mondo, tre minuti fa è stato sconfitto per la prima volta. Il numero tre, qui, è importantissimo. Lo si vuole individuare e distinguere bene, infatti, questo terzo rilancio, questa terza vita filmica del personaggio. Cioè quella che rinnega e smonta la mitologia, cambia le regole, descrive i paradossi congeniti e la plumbea solitudine dell’eroe più forte e luminoso di tutti, riempiendo di comprimari e figure parimenti interessanti il suo perimetro d’azione (interpretati da un cast affiatatissimo su cui spiccano Edi Gathegi, Nathan Fillion, Isabela Merced e Sara Sampaio), e puntando tutto su un segno immediato, febbrile, agile, scattante.
Gunn non vuole, né ha (più) necessità di spiegarci chi sia Superman. Bensì lo usa come leva, come grimaldello per raccontarci il suo e il nostro, di mondo. E per fare questo, lo riduce ai suoi minimi (che sono poi anche i massimi) termini. Lo riporta, in un certo senso, alle proprie origini - fumettistiche e cinematografiche - per lasciar affiorare naturalmente quella che è la sua eredità (non a caso, inizialmente, la pellicola si sarebbe dovuta intitolare Superman: Legacy). Quello che potrebbe essere oggi il suo possibile posto nel nostro ecosistema umano, nella nostra società e collettività.

(Il riarrangiamento di John Murphy e David Fleming del)lo storico tema di John Williams è invero la punta dell’iceberg, l’indice più evidente di un rapporto ossequioso e riverente nei confronti della succitata versione di fine anni ‘70 dell'eroe, quand’era messaggero disteso e lieve inviato per riportare fiducia e gentilezza in un’America disillusa dal Vietnam e sfiduciata verso le istituzioni dopo lo scandalo Watergate. Una che, d’altro canto, non si può tuttora dire immune a tali necessità, e neppure piena e rinvigorita di simili valori e impulsi. Anzi, di questi tempi, il mondo intero e tutto ha un gran bisogno di riscoprire il senso e il significato del termine umano.
Ed ecco che entra in gioco il Superman interpretato da un David Corenswet in totale simbiosi - come non si vedeva dai tempi del caro Reeve - e in grado di tenere assieme un carisma classico e una profondità emotiva più moderna. Fedelissimo a quella umanità poiché fallibile, non perfetto ma perfettibile, attuale e corrente poiché venuto a patti coi propri piccoli e grandi conflitti interiori e decennali della sua personalità e della sua storia, col retaggio che (in)consapevolmente sostiene sulle proprie spalle e la missione di cui si è incaricato per scelta. Insomma, come sempre è stato, Clark Kent risente del tempo in cui appare, si adatta e reagisce a tutto ciò che lo informa - in questo caso, ai social media, alla frenesia, alla fluidità, ai narcisismi e solipsismi, al culto dell’immagine e alla spasmodica ricerca di follower.
Se è vero però che solitamente creatura e creatore camminano fianco a fianco; sono, per certi versi, l’uno il riflesso dell’altro, finanche la stessa cosa, James Gunn e il suo Kal-El non fanno nessuna eccezione. A tal punto che, la pellicola, la si potrebbe intendere alla stregua di un’espressione diretta, una resa plastica, una materializzazione filmica leggera e spensierata di qualcosa che è, di fatto, agli antipodi. Come, ad esempio, il faticoso processo di direzione e ricostituzione di un franchise che necessita di ben altro slancio e nuova credibilità, di una luce quasi primigenia (praticamente irradiata e fatta esplodere dalla fotografia di Henry Braham) in contrapposizione all’approccio cupo e più testosteronico adottato da Zack Snyder. Ma soprattutto, il doversi muovere e posizionare scomodamente, trovandosi a lavorare in un periodo storico e culturale nel quale il pubblico si sta pian piano disaffezionando al filone dei cinecomics, complici gli ultimi scampoli del vecchio DC Universe e le recenti débâcle della controparte marvelliana (che Gunn - ricordiamo - ha bazzicato e di cui questo suo ultimo arrivato è una specie di antidoto).
Detto altrimenti, il dover trovare dentro di sé, dentro il proprio cinema e - va da sé - dentro al personaggio, all’anima e allo spirito di Superman la chiave per far sì che quest’ultimo torni a parlare a questo mondo qui. Ad un mondo in rapido disfacimento, in guerra con sé stesso per il volere di potenti, guerrafondai, tycoon e lobbisti nascosti in bella vista, che paiono a più riprese il parto di un fumettista degli anni ‘30. E quindi: salvare Superman per salvare un mondo (che verrà, sul grande schermo) e donare speranza ad un altro. Fare pace con sé stessi per farla con gli altri.

James Gunn si specchia allora nel suo eroe. Entrambi devono ricostruire, convincere un pubblico che non aspetta più miracoli, e dimostrare che vale ancora la pena credere in qualcosa. Anche a costo di sbagliare, lasciarsi trasportare, perdersi, peccare di semplicismo oppure di eccessiva complessità e tortuosità, apparire sbagliati, contraddittori, forzati. Esagerare, inciampare, ricominciare.
Così facendo, l'autore firma un film che è la perfetta trasposizione del suo stesso doppio fondo creativo. Da un lato il regista sardonico, grottesco, pungente, sempre pronto a inserire battute caustiche (che non sempre funzionano) e una vena anarchica che destruttura l’eroismo. Dall’altro, la sua parte più calorosa, naïf, profondamente emotiva, abile nel vedere in questo supereroe non un dio tra gli uomini, ma un uomo che si ostina a voler fare del bene in un mondo che sembra rifiutarlo. Questa tensione tra cinismo e idealismo, sarcasmo e tenerezza, viene portata sullo schermo come una lotta interna e continua, tra due anime che faticano a coesistere, ma che proprio attraverso questo attrito trovano equilibrio.
C’è inoltre una distonia evidente tra forma e contenuto, tra la componente spettacolare – purtroppo mai davvero epica, ma sempre funzionale – e quella più intima, che punta tutto su dialoghi, esitazioni, fragilità. Eppure, nei momenti in cui il film trova la sua vera voce - e un (retro)gusto sentitamente, tattilmente "fumettoso" - si ha la sensazione che tutto il resto passi in secondo piano. Perché Gunn non eleva Kal-El a figura messianica né lo chiude nella cornice monumentale dell’icona. Cerca, invece, la bontà, l’onestà, la fragilità. Cerca l’umano, sorridendo di nuovo. Ormai solo e soltanto la commedia può invero tradurre, decifrare, rappresentare il presente.
Ne deriva, in ultima istanza, un racconto che rinegozia continuamente il proprio equilibrio, oscillando tra boutade e confessione, tra il gusto per l’assurdo e l’urgenza dell’empatia. Un’opera profondamente umanista; l’ultima di quello che può essere considerato uno dei registi più autenticamente umani del panorama hollywoodiano. Non perché idealizza la nostra natura, bensì perché ne accoglie i lati sghembi, imperfetti. Con affetto, disincanto e lucidità. E, sorprendentemente, con speranza. “Forse questo è il vero punk rock”.
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