
FUZE è una bomba che non esplode (quasi) mai
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Fuze
USCITA ITALIA: 17 giugno 2026
USCITA UK: 3 aprile 2026
REGIA: David Mackenzie
SCENEGGIATURA: Ben Hopkins
CON: Aaron Taylor-Johnson, Theo James, Gugu Mbatha-Raw, Sam Worthington
GENERE: poliziesco, azione, thriller
DURATA: 98 min
VOTO: 5+
RECENSIONE:
Un residuo bellico della Seconda guerra mondiale, una rapina nel cuore di Londra e un conto alla rovescia apparentemente inesorabile: Fuze costruisce la propria tensione attorno ad una premessa tanto semplice quanto efficace. Ma la miccia accesa da Mackenzie si consuma senza mai esplodere, soffocata da svolte narrative eccessive e da un epilogo posticcio.
Una funambolica ripresa aerea di una zona industriale di Londra (a pochi passi dalla Paddington Square ridisegnata da Renzo Piano, per i più curiosi), accompagnata da sonorità incalzanti sospese tra breakbeat ed electro-punk e da titoli sfavillanti, ci conduce nel luogo che ospiterà gran parte dei primi trenta, quaranta minuti di racconto.
Un cantiere in piena attività che, in un giorno apparentemente come tanti, viene sconvolto da un evento sconcertante eppure tutt’altro che inverosimile. Nel corso degli scavi, infatti, gli operai rinvengono quello che sembra essere un ordigno: un residuato bellico risalente alla Seconda guerra mondiale, come confermerà la squadra artificieri dell’esercito guidata dal maggiore Will Tranter, veterano dell’Afghanistan, prontamente chiamata sul posto dalla sovrintendente capo della polizia Zuzana Greenfield per valutare la gravità della situazione e le modalità d'intervento.
Nel frattempo, però, mentre la popolazione civile entro un raggio di ottocento metri viene evacuata, un gruppo di cinque uomini si muove nell’area con estrema discrezione, evitando accuratamente di attirare l’attenzione. Il loro obiettivo è presto svelato: penetrare nel caveau di una banca per impossessarsi di denaro, gioielli e altri beni di valore, compresa un'inestimabile partita di diamanti. L’allarme bomba rappresenta per loro un diversivo preziosissimo e, con ogni probabilità, tutt’altro che casuale, come inizierà a sospettare uno degli artificieri impegnati in questo angosciante conto alla rovescia.

È un doppio innesto tensivo ad azionare Fuze di David Mackenzie. Una fusione tra heist movie e ticking-clock thriller che avrebbe fatto gola — e indicato traiettorie relativamente comode — a registi come, per l’appunto, Guy Ritchie o il Michael Bay di Ambulance. Il nostro, invece, coadiuvato in sceneggiatura da Ben Hopkins, qui apparentemente interessato ad un'operazione ben più alimentare del solito, sceglie una strada inattesa fin dalle battute iniziali. Adotta una forma più misurata e sobria, asciutta e minimale, senza rinunciare ad una certa dose di realismo.
Senza indulgere in facili parallelismi tra il piano intra- ed extradiegetico - e cioè tra la bomba pronta a esplodere nel cuore della West London e il dispositivo narrativo che la contiene - Fuze costruisce la propria tensione attraverso un meccanismo eminentemente hitchcockiano: far sapere allo spettatore qualcosa che i personaggi (o almeno gran parte di essi) ignorano. Una scelta tanto elementare quanto efficace, esaltata dal montaggio pervicace e serratissimo di Matt Mayer che non avrebbe sfigurato al servizio di uno dei compatti e inflessibili laboratori della paranoia di Kathryn Bigelow, e che, a ben vedere sostiene da sé tutta la prima parte di film. Almeno fino a quando, come nella migliore tradizione del maestro inglese, non diventa evidente che la bomba è un autentico McGuffin, tanto sul piano della scrittura quanto all’interno della stessa finzione narrativa.
Un pretesto originale e accattivante che, ben presto, cede il passo al cuore più gangsteristico e action del racconto, rivelando soprattutto l’interesse di Mackenzie per una sintesi spensierata e disinvolta tra il più raffinato filone del crime urbano — da Dassin e Melville, passando per Huston, Lumet, Siegel, Eastwood e Mann, fino a Inside Man, Heist, The Town, Dragged Across Concrete e ai due Nella tana dei lupi — e una descrizione appena accennata, ma non priva di osservazione, del tessuto multietnico londinese, stemperata da un umorismo dosato con equilibrio e intelligenza.
Del resto, a differenza dell’esperimento neo-western di Hell or High Water, con Fuze il regista inglese sembra puntare ad una miscela priva di particolari elucubrazioni, sovrastrutture o ambizioni intellettualistiche, orientata quasi esclusivamente all’efficacia meccanica dell’intreccio e al suo raggio di detonazione. Un calcolo nel quale rientra anche una galleria di volti noti che, pur appartenendo a quella nutrita schiera di star mai davvero esplose — eterni secondi nomi, seconde scelte di lusso —, non hanno nulla da invidiare ai colleghi più celebrati in termini di carisma e presenza scenica.
Se le figure femminili risultano infatti poco più che funzionali, quando non apertamente sottoutilizzate e mal dirette (l'interpretazione affettata di Gugu Mbatha-Raw ne è forse l'esempio più evidente), ogni membro di questa virilissima compagine - da Aaron Taylor-Johnson a Theo James, passando per Sam Worthington - contribuisce, con mezzi e intensità differenti, a mantenere inizialmente un profilo basso.
Chi impegnandosi maggiormente, chi limitandosi al minimo indispensabile, tutti sembrano assecondare il carattere dimesso, quasi dimagrato, dell'operazione, alimentando un'impressione di apparente modestia produttiva e narrativa. Il tutto, a beneficio di un twist destinato a proiettare Fuze verso una seconda metà più movimentata, fatta di fughe e inseguimenti, doppi e tripli giochi, false identità, tradimenti e piani segreti.

Tuttavia, come accade a molte operazioni analoghe, questo segmento finisce per cadere nella trappola più prevedibile, non sfruttando fino in fondo le premesse e le promesse, né portando alle estreme conseguenze le intuizioni del suo primissimo assetto estetico-narrativo. Da quel momento in poi, il copione sembra smarrirsi in una serie di svolte e situazioni sempre più generiche, mentre un enorme buco — e non è quello del caveau — si spalanca al centro del racconto.
I coup de théâtre si susseguono, sorprendenti forse soltanto nella mente di Hopkins, e la pellicola comincia - per dirla con le parole dei suoi stessi personaggi - a "fare cazzate". Ad accumulare ingenuità ed errori che raggiungono il loro punto di non ritorno in un epilogo che definire scriteriato, anticlimatico e totalmente arbitrario risulta quasi riduttivo. Parliamo, nella fattispecie, di una sequenza in flashback dall'aria posticcia e raffazzonata (addirittura inferiore per qualità fotografica e tenuta degli effetti visivi a quel che la precede), proposta a mò di finale segreto ed esplicativo, ma che è fin troppo facile leggere come una parodia involontaria — se non come una vera e propria autoparodia — a metà tra Black Hawk Down, Mine e The Covenant del già citato Ritchie.
Ed è forse qui che Fuze avrebbe necessitato di una maggiore scompostezza formale, di un gesto registico più audace e meno disciplinato, dietro l'allure di racconto duro, compatto e tutto d'un pezzo. Certo, non avrebbe risolto una scrittura spesso prossima alla noncuranza, ma avrebbe quantomeno conferito slancio, carattere e una qualche speranza di riconoscibilità ad un film che resta irreparabilmente grigio e insapore. Che, in fin dei conti, fa cilecca proprio quando sarebbe dovuto esplodere. Un conto alla rovescia per un nulla di fatto.
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