
VENOM: THE LAST DANCE e il "canto della blatta"
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Venom: The Last Dance
USCITA ITALIA: 24 ottobre 2024
USCITA USA: 25 ottobre 2024
REGIA: Kelly Marcel
SCENEGGIATURA: Kelly Marcel
CON: Tom Hardy, Chiwetel Ejiofor, Juno Temple, Stephen Graham, Rhys Ifans, Andy Serkis
GENERE: azione, fantascienza, commedia, thriller
DURATA: 109 min
VOTO: 2
RECENSIONE:
Tom Hardy rifà coppia con l'amico simbionte in Venom: The Last Dance, ultimo capitolo della trilogia che ha dato il là al claudicante Sony's Spider-Man(-less) Universe. Vedere l'esordio alla regia di Kelly Marcel è come andare in un ristorante terribile con la (fioca) speranza che qualcosa nel gusto, nei piatti, nella gestione, sia cambiato, e insieme con la consapevolezza che probabilmente non sarà cambiato proprio nulla. Verrebbe naturale pensare ad un'operazione talmente balzana che non può che essere intenzionale, se solo non si prendesse così dannatamente sul serio.
Si sa, ogni addio porta ad un momento di riflessione. Su sé stessi, ancor prima - o subito dopo - che sul prossimo, sull’altro. È quello che succede ad Eddie Brock o, meglio, a Tom Hardy in Venom: The Last Dance, ultimo ballo (come recita il titolo) della coppia total black che, grazie al quasi miliardario successo del capostipite, ha convinto Sony e Columbia (nelle persone di Avi Arad e Amy Pascal, rispettivamente padrino e madrina dei tre Spider-Man di Sam Raimi) delle potenzialità (innanzitutto) commerciali di un universo supereroistico sull'Uomo Ragno senza Uomo Ragno, dando il via ad una sequela di opere connotate da una visione - o simil tale - che non sembra tener conto della crescita e dell’evoluzione che ha attraversato il filone del cinefumetto nell’ultimo ventennio, ma anzi lo riporta ad uno stadio primordiale e puerile. Un disegno produttivo irrimediabilmente cristallizzato nel panorama e in una mentalità figli degli anni ‘90, tutt'al più dei primi 2000 (in cui però, va precisato, già lo stesso Raimi iniziava a prender di petto questo argomento e fare sua questa estetica).
Discutibili, mostruose, claudicanti gesta, quelle del Sony’s Spider-Man Universe (un nome sintomatico per quanto suona industriale e artificioso), che potrebbero apparire intenzionali. Un po’ come se tutto il progetto fosse appositamente studiato per sabotare tutto e tutti: il proprio protagonista, una proprietà intellettuale monca, il fandom… Una specie di stress-test del pubblico mainstream contemporaneo; di termometro a sei zeri volto a misurare fin dove lo spettatore è disposto a spingersi (pagando un biglietto, va da sé). A quali limiti di grossolana bruttezza e prospettive di vuoto cosmico (per essere generosi) si potrà arrivare, prima che film del genere smettano di fare faville al botteghino internazionale.

Una prima battuta di arresto, la major l’ha subita proprio nel corso di quest’anno (un 2024 che segna, tra le altre cose, il centenario della stessa Columbia), col flop cocente di Madame Web, che ciononostante riesce a rivaleggiare e forse potrebbe addirittura vincere il confronto con Venom: The Last Dance. Difatti, seppur latitante anch’esso del benché minimo criterio, essa, perlomeno, si sforzava di dotarsi di una struttura e di una compiutezza narrativa bastantemente sensata. Cosa che invece, nell’esordio alla regia della sceneggiatrice (di questa intera trilogia, ma anche di Cinquanta sfumature di grigio) Kelly Marcel, non fa che aggiungersi alla lunga lista di aspetti e ingredienti ritenuti collaterali e trascurabili.
Ma stavamo parlando di riflessione; del personalissimo esame di coscienza divistica di un Tom Hardy factotum (produttore, interprete, autore del soggetto, animatore per onor di portafoglio e la felicità dei figli) che - nelle fattezze di un Eddie Brock dimentico del lavoro di giornalista, ancor più estraniato del solito e con un sempre maggior tasso alcolemico (o di stupefacenti) - arriva ad augurarsi che tutto questo non sia altro che “un brutto incubo” o a chiedersi espressamente “cos’ho fatto di male per meritarmi tutto questo?”.
Qualunque sia la risposta (di per sé alquanto ovvia) e l’esito (con relativo esorcismo e ritorno dello stesso divo britannico ai suoi panni), è curioso appurare quanto Venom - The Last Dance sia disseminato di allusioni e uscite su questa falsariga, apparentemente autoriflessive, metatestuali. Così tanto, che a momenti viene pressoché spontaneo fantasticare e immaginare il film quale risultato della più tipica sindrome dell’impostore. Sia chiaro, di un impostore non sempre lucidissimo, anzi in pieno hangover

Ciò detto - a dispetto di queste anomale astrazioni: plausibile e distratta reazione immunitaria della mente di fronte alla pochezza propinata su schermo - è pure vero che il tentativo di Marcel non dispone proprio dei giusti appigli, del tono adeguato, delle qualità consone per ambire ad essere qualcosa in più di quel che è. O anche solo per rientrare nei sensi di uno di quei prodotti così pasticciati, malfatti, finanche kitsch, da fare il giro e diventare l’esatto contrario.
No, Venom - The Last Dance è semplicemente, banalmente l’ennesimo grado zero dell’intrattenimento uscito dalla fucina Sony. Una creatura amorfa, blanda e anodina che, pur viaggiando col pilota automatico, non riesce a soddisfare nemmeno i requisiti minimi di un degno popcorn movie. Un racconto svogliato, dal passo sonnacchioso, vandalizzato al montaggio, riassumibile in un post-it, che procede e si dilunga fino a toccare i 100 minuti, a suon di passaggi macchinosi, eventi del tutto fortuiti e paradossali, scelte tanto ossessive quanto incomprensibili (come il bizzarro feticismo per le scarpe di Eddie), incuranti cortocircuiti (leggasi la presenza di Chiwetel Ejiofor e Rhys Ifans), didascalismi e continui riepiloghi (pure se quel che s’ha da ricordare è avvenuto un istante prima), e che quindi immagina il proprio spettatore medio alla stregua di un decerebrato con preoccupante deficit di attenzione.
Uno che ha “visto troppi (pochi) film sulle invasioni alieni” e si limita perciò a riproporre, senza impegno di reinvenzione, tutto ciò che, di fantastico e fantascientifico, ha affollato il panorama occidentale (e non) nell’ultimo mezzo secolo - e in questo folto gruppo rientrano anche gli improbabilissimi Fast & Furious. O ancora, uno la cui idea di cinema pop è sintetizzabile nell'immagine di un bambino che sghignazza perché la sorella ha detto “chiappe”, in una battuta del calibro di “questo cavallo ha tanti cavalli” con Don’t Stop Me Now dei Queen a seguire…

Come dicevano, viene naturale pensare ad un'operazione talmente balzana che non può non essere volontaria, se solo Marcel & co. non prendessero tutto così dannatamente sul serio, al punto da tentare la via del climax emotivo (fondato tuttavia su basi esilissime, quando non irreperibili) e, non parco, da azzardare una compilation, un patetico e piagnucoloso videoclip dei migliori momenti di questa dolente e simbiotica bromance.
La vera ciliegina (sulla torta) di questa sequenza è però la scelta, sull’orlo dello scult, di Memories dei Maroon 5 come accompagnamento musicale. Un vecchio tormentone (estivo), una hit uscita ormai tre anni fa, che si trasforma in emblematica ed ennesima riprova di una pellicola proprio avversa al suo (e al nostro) tempo. L’impronta e la firma definitiva, il ricordo già indelebile di un canto non tanto del cigno, quanto della blatta. Che, si sa, sono tra le creature più resistenti sul pianeta; creature dure a morire, che trovano sempre il modo di tornare. To be continued…(?)
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