
MADAME WEB È SOLO L'ENNESIMO DÉJÀ VU
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Madame Web
USCITA ITALIA: 14 febbraio 2024
USCITA USA: 14 febbraio 2024
REGIA: S.J. Clarkson
SCENEGGIATURA: Matt Sazama e Burk Sharpless, Claire Parker, S. J. Clarkson
CON: Dakota Johnson, Sydney Sweeney, Isabela Merced, Celeste O'Connor, Tahar Rahim, Emma Roberts
GENERE: azione, fantascienza, avventura, thriller
DURATA: 116 min
VOTO: 3
RECENSIONE:
Quarto inserto della balzana idea meglio nota come Sony's Spider-Man Universe, Madame Web ripropone il déjà vu di sempre. Anzi, precipita sempre più in basso nel baratro dell’anonimia e dell’insignificanza. D'altronde, cosa aspettarsi di meglio dai due autori di Morbius, rimessi a lavorare su un progetto ragnesco senza alcuna apparente supervisione. Dal canto suo, la regista di TV S.J. Clarkson vorrebbe rifare la sua Jessica Jones, ma si dimostra incapace ed impreparata agli impegni e responsabilità di un grande cinecomics spettacolare. Il risultato è un autentico disastro, in cui si salva forse solo la buona volontà delle sue interpreti, salvo poi dissociarsi e disconoscere la pellicola.
Da più di cinque anni, siamo tutti vittime (sì, vittime) di un enorme e terribile déjà vu, meglio o forse conosciuto col nome di Sony’s Spider-Man Universe. Ossia la balzana idea produttiva ed editoriale, fortemente voluta da Avi Arad e Amy Pascal, di dare vita ad un universo marvelliano parallelo, complementare(?), contemporaneo(?) a quello a conduzione Disney, capace di soddisfare un inguaribile fabbisogno di storie ragnesche, sopperendo tuttavia alla latitanza del suo vero titolare - prestato appunto a quell’altro mondo, quello del multiverso accanto - con villain o personaggi secondari del fantomatico Spider-Verse.
Più difficile a dirsi che a vedersi, tant’è che inizialmente questo nuovo franchise è riuscito ad incontrare il favore del pubblico. I due Venom con protagonista Tom Hardy sono stati entrambi successi importanti e non del tutto imprevisti al box-office. Ma sono anche gli unici, in quanto già dall’anno successivo, il terzo inserto, Morbius, con protagonista Jared Leto, non è andato tanto oltre lo status involontario di spiritoso scrigno di meme che hanno letteralmente invaso il web, mentre le sale sono rimaste abbastanza deserte. Ciò detto, il déjà vu di cui sopra non riguarda l’esito di incassi di questo Sony’s Spider-Man Universe, o perlomeno non lo riguarda del tutto. No, il punto della questione gira tutto attorno alla similarità, alla conformità di questi tentativi, non tanto in termini di coerenza, quanto piuttosto di bruttezza.
Andare in sala, scegliere di guardare uno qualsiasi dei titoli di questo “universo ragnesco senza ragni” (neanche e pure pagando) significa rivivere ogni volta lo stesso incubo, assistere ad un qualcosa dal finale, dal risultato già scritto. Solo che queste pellicole o chi per loro nemmeno hanno la dignità e la decenza di mantenersi sulla stessa, indolente rotta di mediocrità, anzi precipitano sempre più in basso, una dopo l’altra, nel baratro dell’anonimia e dell’insignificanza.

Di un altro, di altri gradini, scende Madame Web di S.J. Clarkson che, nel rischio e nella previsione sia dell’errore e della disarmonia filmica, sia della vanità e dell’inconsistenza, sguazza sin dai suoi primi passi produttivi. Molti infatti sarebbero potuti essere gli spunti e gli elementi interessanti da scovare nella storia (seppur rivisitata per l’occasione) di uno dei personaggi più enigmatici e mistici della mitologia di Spider-Man, creato nel 1980 da Denny O'Neil e John Romita Jr., all’anagrafe Cassandra Web (nomen omen), leader del gruppo delle Donne Ragno, protettrice onnisciente della Tela che lega insieme tutte le varie realtà del multiverso aracnide, dagli incredibili poteri psichici e di preveggenza.
Con tutta probabilità, avremmo avuto un altro film, se solo ad occuparsi del soggetto e della sceneggiatura non fossero stati coinvolti, tra gli altri, quei Matt Sazama e Burk Sharpless, già firmatari di prodotti dai destini tutt’altro che inimmaginabili: Dracula Untold, The Last Witch Hunter, Gods of Egypt, (l’ultimo reboot hollywoodiano dei) Power Rangers e lo stesso Morbius; e che tornano in un certo qual modo a far capolino in questo loro ultimo lavoro. Ecco, una volta comparsi e letti i loro nomi sullo schermo, tutti i possibili errori e scivoloni di Madame Web si trasformano immediatamente in puri e semplici atti di masochismo, in un fallimento di risk assessment aziendale, o più semplicemente nell’unico risultato possibile di una scelta poco ponderata, sbagliata alla fonte.
Un peccato che ha innescato poi un domino di conseguenze altrettanto disastrose ed irreparabili malgrado i pesanti ed evidenti re-shoots, che a loro volta hanno scorticato la pellicola fino a ridurla ad un mostro di Frankenstein, testimone di tutte le possibili direzioni (anche narrative) scartate e vittima delle peggiori, invece, intraprese. A partire dalla scelta di ambientare il tutto nei primi anni 2000 come giustificazione per un’operazione restaurativa che vorrebbe addirittura mostrarsi e porsi come perspicace, ingegnosa, sofisticata, che tuttavia viene subito autosabotata da un racconto che, in termini audiovisivi e in quanto cinefumetto, sembra provenire davvero da quel preciso periodo storico. Ma più per pochezza di inventiva, per accontentarsi della proverbialità e della nostalgia di marchi, abbigliamento, riferimenti pop, canzoni (per quanto scelte anacronisticamente), che non per una nobile e legittima intuizione estetico-stilistica.
Dialoghi puerili, caratterizzazioni meno dense di quelle di una pubblicità (occulta, della Pepsi Cola magari), una scansione narrativa a dir poco rudimentale, una vicenda improbabile su cui è bene non riflettere più del dovuto (per non ruzzolare in dedali di svogliata casualità e fallacia), un tono e un registro che, pur avendone la possibilità, non sfociano mai in una sana auto-ironia, nell'autoparodia o in un camp già favorito dal casting, bensì mantengono un’enfasi e una serietà che sfociano seduta stante nel peggior tipo di ridicolo, quello che suscita derisione… Insomma, senza troppi giri di parole, il copione co-scritto dai nostri Sazama e Sharpless, insieme a Claire Parker (forse assunta per il cognome?) e la stessa S. J. Clarkson è un disastro tale, ché sorge spontaneo chiedersi se vi sia stata alcuna forma di supervisione e responsabilità da parte dello studio.

Ancor più infelice è però il modo in cui la regista lo traduce su schermo. Nome anche prestigioso nell’ambiente televisivo, apprezzata dietro la macchina da presa di serie come Heroes, Dexter, Succession e le marvelliane Jessica Jones (da cui ricalca e trasloca qui gran parte delle idee visive, del look newyorkese e dell’atmosfera metropolitana) e The Defenders, Clarkson dimostra imperizia e impreparazione in qualità di regista di un cinefumetto meno meditabondo (a differenza dei suoi approcci seriali alla materia) e più spettacolare, action.
Sembra quasi avesse, quantomeno all’inizio, l’intenzione di fare qualcos’altro, di evadere dalle briglie di questo filone, di dare al tutto un sapore di noir con inserti fantascientifici, salvo poi abbandonarsi alla riproposizione più sciapa, fiacca e bislacca di quello che vent’anni fa erano ingenuamente e, al contempo (vedasi gli Spider-Man di Sam Raimi), non erano i cinecomics, e mollare i remi in barca. Da qui: una fotografia in cerca d’autore, chi dice dell’insospettabile Mauro Fiore, chi riporta invece dell’ignoto Duane Charles Manwiller, a cui forse va attribuita in parte la paternità di zoom totalmente fortuiti e movimenti di macchina nauseabondi; un montaggio scriteriato e dagli indimenticabili risvolti comici (mai ci dimenticheremo della transizione con il pianto di una neonata e il clacson di un’ambulanza, crito-remake di quella famigerata di House of Gucci?); una CGI improponibile; e soprattutto un cast azzeccato e dalle ottime possibilità (Dakota Johnson, Sydney Sweeney in dialogo continuo con il suo ruolo in Euphoria, Celeste O'Connor, Isabela Merced, Emma Roberts, Adam Scott), lasciato tuttavia alla mercè degli eventi, di quella sceneggiatura e all’alienazione di blue e green screen che rendono ogni loro reaction shot prelibato materiale per il tritatutto web e social.
Nessun legame palpabile tra i personaggi (laddove qualcosina, forse un moto di solidarietà di fronte all’autodistruzione, si è instaurato tra le attrici), nessun legame con gli universi di cui teoricamente dovrebbe essere pietra angolare, alla stregua del trailer di un film improbabile e inesistente, o di una pubblicità ingannevole per come sfrutta e mette in campo il segno supereroistico (anticipato d’altronde dal materiale promozionale), disconosciuto in ultima battuta sia dalla sua regista che dalla sua protagonista: è ironico che si parli così tanto di futuro, perché noi, uno per Madame Web e forse anche per questo stesso franchise, non riusciamo a vederlo.
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