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            5 Agosto 2025
            La recensione di Bring Her Back, il nuovo film horror di Danny e Michael Philippou, con una perfida Sally Hawkins.
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            BRING HER BACK, la forma del dolore

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Bring Her Back
            USCITA ITALIA: 30 luglio 2025
            USCITA USA: 30 maggio 2025
            REGIA: Danny e Michael Philippou
            SCENEGGIATURA: Danny Philippou, Bill Hinzman
            CON: Billy Barratt, Sora Wong, Jonah Wren Phillips, Sally Hawkins
            GENERE: drammatico, horror, thriller
            DURATA: 104 min

            VOTO: 7+

            RECENSIONE:

            Dopo il cult Talk To Me, i fratelli Philippou tornano con Bring Her Back, immergendosi ancora una volta nel buio dell’ignoto. Ne esce un horror non propriamente eccezionale, ma d'atmosfera che intreccia lutto, legami di sangue e possessione di varia forma. A illuminare (e oscurare) il racconto, il magnetismo perturbante di Sally Hawkins, trasformata in un volto familiare che diventa minaccia, simbolo di un orrore tanto intimo quanto universale.

            Talk To Me. Bring Her Back. Non sono solo i titoli d’effetto, brevi e magnetici (rigorosamente composti da tre parole!), ad affascinare i fratelli Danny e Michael Philippou – uniti non solo da un legame di sangue, ma anche da un comune sguardo registico, forgiato tra videocamere, smartphone e cineprese. Ciò che li seduce, piuttosto, è l’idea stessa del contatto con l’ignoto: un dialogo con l’oltre tramite un patto oscuro, mefistofelico, che scardina le certezze del quotidiano. Un rapporto trascendente con ciò che è abissale e nascosto, con quel perturbante sempre pronto ad affiorare dagli angoli più bui, dai recessi insondabili della nostra esistenza ordinaria, nel bene e (va da sé, soprattutto) nel male. L’attrazione, altresì, per una latenza demoniaca che sembrerebbe abitare dentro ognuno di noi: una forza ambigua a cui ci rivolgiamo quando la realtà si offusca, oscura e intorbidisce.

            È il pensiero che sottende l'istintivo design della mano imbalsamata, al centro della narrazione del primo, vero approccio dei Philippou col mezzo cinematografico, di quel fenomenale (ma tutt’altro che sorprendente o destabilizzante) instant cult. Un oggetto spaventoso tanto quanto affascinante, la cui origine è avvolta nel mistero e nella leggenda urbana. Reliquia blasfema o feticcio da party adolescenziale, è essa stessa un ponte tra due mondi, tra visibile e invisibile. “Talk to me” e “I let you in” – le due formule che attivano il contatto – sono più che parole magiche: sono un invito alla perdita del controllo, una resa all’alterità.

            La mano, col suo aspetto da oggetto sacro e al tempo stesso profanato, diventa simbolo del desiderio umano (o di una necessità) di toccare l’inaccessibile. Anche a costo di dissolvere i confini dell’identità, di oltrepassare il punto di non ritorno. In fondo, ciò che terrorizza davvero non è il contatto con i morti, ma il riconoscere, in quel buio che ci viene incontro, qualcosa di profondamente nostro. 

            La recensione di Bring Her Back, il nuovo film horror di Danny e Michael Philippou, con una perfida Sally Hawkins.

            Un’oscurità che sopravvive al ritratto e alla metafora della Gen-Z descritta dai registi australiani in Talk To Me, per tornare, se non immutata, addirittura più fitta e pregna in questo loro secondo tentativo, in cui nondimeno si e ci allineano nuovamente al punto di vista di due ragazzi che sono - guarda caso - pure fratelli o, meglio, fratellastri. Comunque sia, sarà il sangue a rinsaldare il già complicato rapporto di Andy con Piper, quest’ultima affetta da ipovisione, condizione che le consente di vedere solo luci e contorni del mondo intorno a lei, un po’ à la Mia Farrow in Terrore Cieco di Richard Fleischer - con la particolarità che Sora Wong, l’attrice che la interpreta, è realmente ipovedente.

            Dopo essere stati gli unici testimoni della morte del padre, lui desidererebbe ottenere la custodia della sorella, ma mancano tre mesi al suo diciottesimo compleanno. Nondimeno, il tribunale gli concede una sistemazione temporanea che eviti la separazione, ed entrambi vengono così affidati a Laura, un’ex assistente sociale anch’ella segnata da un lutto devastante: la perdita della figlia Cathy, morta annegata e con una fragilità percettiva analoga a quella della nostra Piper. La donna li accoglie nella sua casa isolata con un calore sorprendente, quasi premuroso, ma l’atmosfera si carica immediatamente di una tensione sotterranea. Fra quelle quattro mura vive anche Oliver, un altro minore in affido, che non parla più dopo un trauma di cui si sa poco. Ed è proprio la sua presenza muta, eppure rumorosissima e angosciante, così come i suoi strani comportamenti a destare i primi sospetti in Andy.

            È, in altre parole, il primo dettaglio stonato di quella quotidianità percorsa da un’oscurità sfuggente. Laura appare affettuosa, certo, ma anche inspiegabilmente determinata a seguire un disegno che sfugge alla logica. Un piano che sembra guidarla verso zone oscure, ambigue, perfino soprannaturali.

            La recensione di Bring Her Back, il nuovo film horror di Danny e Michael Philippou, con una perfida Sally Hawkins.

            Non c'è quindi da stupirsi se, a tenere saldo il moncherino figurato, questa volta, si riveli essere proprio la nuova affidataria. Anzi, quantomeno per lo spettatore, il mistero che la avvolge appare chiaro e prevedibile fin dai minuti iniziali. Tant'è che si potrebbe facilmente pensare ad un tentativo di decontrazione, di disinnesco, anche se, a conti fatti, non vi è alcuna meditazione o dietrologia in questa trasparenza.

            Anzi, la scrittura dello stesso Danny Philippou e del co-sceneggiatore Bill Hinzman (nel senso di intreccio, configurazione discorsiva e trattazione tematica) è di fatto lo scarto qualitativo che fuga ogni speranza di eccezionalità. Che, in altre parole, porta Bring Her Back sulla strada di un approccio horrorifico - di nuovo - incline ad una certa formulaicità e standardizzazione. E non è tanto un problema di originalità, ritmo, tempra o efficacia che dir si voglia del racconto in sé e per sé, quanto un imbrigliamento e ammorbamento della purezza autarchica del genere negli schematismi, nelle rigidità e nella supposta e velleitaria nobilità di un film a tesi che cede ben presto al mestiere dell’argomento.

            Fortunatamente, a risollevare gli esiti di una pellicola che rischia di banalizzare la materia - riducendola alla pura superficie, ad un taglia e cuci post-moderno di ispirazioni, ad un compendio di truculenza e morbosità, o ancora ad un grafismo cruento apparentemente mutuato dalle opere della New French Extremity, pronto più a scioccare che a inquietare, a colpire più lo stomaco che la coscienza dello spettatore - giungono una serie di intuizioni ispirate e, in un certo qual senso, stimolanti.

            La recensione di Bring Her Back, il nuovo film horror di Danny e Michael Philippou, con una perfida Sally Hawkins.

            Torniamo perciò a parlare di Laura, le cui fattezze (e non solo) sono quelle di Sally Hawkins. Un casting che è forse l’elemento più giusto, indovinato, ma anche e soprattutto il requisito minimo della riuscita e della stabilità generale di Bring Her Back. In questo (ma anche nel soggetto in sé e per sé), i Philippou sembrano recuperare la lezione di Hereditary, operando sulla loro protagonista un discorso simile a quello che già Ari Aster fece su Toni Collette. Madre devota, attrice spesso associata a ruoli emotivamente accoglienti, quest’ultima diventava lì il baricentro instabile di una spirale di dolore, lutto e possessione che si abbatteva sulla famiglia al centro delle vicende.

            Si tratta di una precisa strategia del cinema horror contemporaneo, che sempre più spesso lavora sull’effetto straniante della celebrità, del volto e di un'immagine riconoscibile deformata, ribaltata, svuotata oppure ancora contaminata da sfaccettature ambigue. E su tale falsariga si muovono appunto i neoregisti australiani, trasfigurando la Hawkins - colei che potremmo considerare l’emblema attoriale, l’incarnazione divistica di una gentilezza ridente, talora smodata, spropositata - in un dispositivo simbolico che ne sfrutta la familiarità presso il pubblico per generare dissonanza e inquietudine. Lavorando (per quanto di grana grossa) sulla percezione, questa icona di empatia e vulnerabilità, “costruita” film dopo film - tra La felicità porta fortuna e Blue Jasmine, Paddington e Wonka, senza dimenticare La forma dell’acqua (che i Philippou omaggiano visibilmente) - diventa il mostro della storia. Una figura dal doppio fondo, capace di scivolare in una chiave di ostilità senza scadere nell’affettazione, né soffocare le gradazioni umane verso le quali la Hawkins è naturalmente protesa.

            È solo ed esclusivamente grazie alla sua sensibilità di interprete - ulteriormente valorizzata da questa prova divertita che apre prospettive elettrizzanti e quasi spontanee - che Bring Her Back mantiene intatta la propria gravità – e una certa gravitas drammatica – restando coi piedi ben piantati a terra, e tenendo aperta una breccia di dubbio, tenerezza e realtà pure nei momenti in cui la narrazione sembra sul punto di smarrirsi nell’eccesso o nell’allegoria, nel compiaciuto estetismo del dolore o in una retorica elementare. Eventualità che, nonostante tutto, riescono alfine a fare breccia.

            La recensione di Bring Her Back, il nuovo film horror di Danny e Michael Philippou, con una perfida Sally Hawkins.

            Da un punto di vista formale, è comunque degno di nota il lavoro condotto sull’immagine e sulla sua definizione: indizio eloquente della matrice culturale e dell’orizzonte audiovisivo dei fratelli Philippou. Il continuo parallelismo tra filmini di famiglia e video di possessioni o torture – snuff movies in tutto e per tutto – non solo introduce una tensione e suggestione altrimenti carenti, ma imbastisce anche uno spunto, seppur parziale, di riflessione sulla quotidianità dell’orrore e della morte, e sul nostro rapporto con la sua mediatizzazione.

            Un motivo che, se fosse stato davvero al centro della narrazione, avrebbe potuto fare di Bring Her Back qualcosa di più che un buon horror con pretese autoriali. Qualcosa di meglio di un thrill-ride dalla confezione pseudo-sofisticata, fortunosamente baciata dal magnetismo di Sally Hawkins. 

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