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            11 Ottobre 2024
            Il robot selvaggio DreamWorks Recensione Cinemando
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            IL ROBOT SELVAGGIO, quel compito (im)possibile che è vivere

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: The Wild Robot
            USCITA ITALIA: 10 ottobre 2024
            USCITA USA: 27 settembre 2024
            REGIA: Chris Sanders
            SCENEGGIATURA: Chris Sanders
            CON LE VOCI DI: Lupita Nyong'o, Pedro Pascal, Kit Connor, Bill Nighy, Stephanie Hsu, Mark Hamill, Catherine O'Hara, Matt Berry, Ving Rhames
            GENERE: animazione, fantascienza, drammatico
            DURATA: 102 min

            VOTO: 7/8

            RECENSIONE:

            DreamWorks persiste nella sua rivoluzione e ritrova il sodale Chris Sanders e il produttore Dean DeBlois, che (ri)tinteggiano, sfumano e fanno loro le pagine (e i disegni) del bestseller per ragazzi Il robot selvaggio di Peter Brown. La pellicola emoziona tutti indistintamente, diverte e intrattiene i più piccoli, ma sa cogliere di sorpresa anche gli adulti con un insistito black humor. Il risultato è un'incantevole favola moderna.

            Il robot selvaggio dell’ex pupillo Disney (passato a Dreamworks) Chris Sanders è uno di quei classici esemplari di film in cui non conta ciò che viene raccontato, quanto il modo in cui si affronta un canovaccio proverbiale, più o meno dalle parti dell’Antico Testamento. E, con "modo", non intendiamo la costruzione dell’intreccio o la scansione narrativa: no, sono le piccole cose, le pennellate quasi impercettibili con cui lo stesso regista - anche autore della sceneggiatura - (ri)tinteggia, sfuma, fa sue, aderenti ad una sorta di poetica personale e ben riconoscibile, vicine ad una sensibilità definita, le pagine (e i disegni) dell’omonimo bestseller per ragazzi di Peter Brown. Un racconto che, esattamente come in Lilo & Stitch e Dragon Trainer (anch’essi di Sanders e dell’amico, collega e sodale Dean DeBlois, qui in veste di produttore), tratta di estraneità; di una presenza aliena che permette ad una piccola o grande realtà di ritrovare la pace e il proprio equilibrio. 

            Nella fattispecie, la pellicola segue le orme dell’unità Rozzom 7134, soprannominata "Roz", un robot della misteriosa azienda Universal Dynamics, il cui unico scopo, a mò di C3PO, è servire e soddisfare il proprio padrone. Un giorno, non si sa perché, la gentile automa si risveglia su un’isola disabitata e sperduta in mezzo all’oceano, popolata da una fauna animale discordante, scompigliata, in continua lotta per la sopravvivenza. Incapacitata a inserirsi in questo nuovo habitat o, meglio, a trovare qualcuno che le dia una consegna, Roz è pronta a farsi prelevare e riportare in una “casa”, in una base di cui non ha alcuna contezza, quando incappa per caso e distrugge per errore il nido di una famiglia di oche.

            A sopravvivere è soltanto un pulcino, battezzato Beccolustro, che a causa dell’imprinting identificherà la nostra come madre, affezionandosi a lei e rompendole peraltro il trasmettitore a lungo raggio. Costretta dunque a rimanere e finalmente trovato uno scopo alla propria esistenza, il robot - con l’aiuto di Fink, una volpe (va da sé) scaltra, mendace, ma in fondo tenerissima - cercherà in tutti i modi di accudire e crescere il piccolo, accompagnandolo finché imparerà a nuotare e volare e riuscirà così a ricongiungersi con lo stormo di suoi simili. Ci sono solo un paio di ostacoli: la Universal Dynamics, l’indicibile segreto che li ha fatti unire in primo luogo, e soprattutto quella meravigliosa selva (oscura) di sorprese che è la vita.

            Il robot selvaggio DreamWorks Recensione Cinemando

            Ebbene, già dalla sinossi si possono chiaramente identificare quali siano i motivi che sottendono la riuscita e il generale successo de Il robot selvaggio, permettendogli, come si suol dire, di fare (materia filmica di) ciò che predica. Consentendogli, in altre parole, di evadere dal proprio script e dal destino insito, per prima cosa, in una derivazione marcata, quando non ossequiosa ed esplicitamente dichiarata, verso il meglio della fantascienza in duetto con robotica e intelligenza artificiale, del post-apocalittico e post-capitalismo, come pure dell’animazione dagli ultimi 30 anni e più, da Laputa di Miyazaki a Il gigante di ferro, dalle Merrie Melodies e L’era glaciale dell’inizio, ai disneyani Wall-E e Big Hero 6, fino a Fantastic Mr. Fox e L’isola dei cani di Wes Anderson, o al più recente Prendi il volo made in Illumination. O ancora, insito in un racconto che, in termini narratologici e drammaturgici, procede per situazioni, risvolti programmatici e grandi temi, prestando talora il fianco a qualche eccesso didascalico.

            Fortunatamente, sulla scia precisissima della sua protagonista (che bypassa e sostituisce la propria programmazione con la più antica, primordiale e inspiegabile delle formule: l’amore), Il robot selvaggio affida un lavoro quasi scientifico sui diversi livelli e strati del testo alla magia di un'animazione pienamente inserita nella riscoperta - figlia di Spider-Man: Un nuovo universo - di uno stile grafico più dinamico, del segno grafico evidente, con un impressionante livello di dettaglio e minuziosità, e un gusto da libro illustrato; e insieme nella rinascita della stessa DreamWorks attraverso il più maturo e, ad oggi, insuperato Il gatto con gli stivali 2 e il minore Kung Fu Panda 4.

            Complice l’espressivo mutismo di queste immagini o il suggestivo connubio col commento musicale di Kris Bowers e le canzoni originali di Maren Morris, la pellicola emoziona tutti indistintamente, diverte e intrattiene i piccoli spettatori con una comicità fisica e slapstick di inesauribile energia, li vince con la dolcezza dei suoi personaggi, ma sa cogliere di sorpresa anche gli adulti. Il merito, in questo caso, è di un insistito black humor e un’imprevista scorrettezza e adesione al tema della morte che inizialmente circonda Roz & co., definendo il contesto animalesco (e sociale) in cui si muovono, e che verrà successivamente riconosciuta come necessario e inevitabile contrappeso, utile a rendere ancor più unica la nostra occasione di essere ed esistere. Per dirla con Sanders (e facendo eco al succitato spin-off di Shrek), “l'imminenza della morte fa brillare la vita al suo massimo”.

            Il robot selvaggio DreamWorks Recensione Cinemando

            Questo però è soltanto uno dei molteplici tocchi di cui sopra, al quale si sommano poi una rappresentazione abbastanza peculiare di un mondo naturalistico per niente canonico e quindi - a differenza di gran parte delle parabole di incontro, scontro e comunione tra uomo (o suo artificio) e ambiente - tutto fuorché idilliaco o equilibrato: pericoloso, spietato, cinico. Una realtà che pare o, con tutta probabilità, è proprio la nostra. La scelta, tanto di Brown quanto di Sanders, è invero quella di una simmetria, di un’arbitraria coincidenza tra gli esserini del bosco e la nostra, famigerata società capitalistica, votata ad un individualismo che sopprime l’individualità (“non dovresti sentirti in nessun modo”), e ad una ricerca (di successo e soddisfazione delle nostre mansioni) talmente spasmodica da farci trascurare gli affetti e il tempo libero e alfine trasformarci in feroci bestie che pensano soltanto a sopravvivere.

            Oltre agli “sdoganati” sentimenti di amore, affetto e amicizia, sono la gentilezza e la solidarietà i valori sui quali intende porre l’attenzione Il robot selvaggio e tramite i quali possiamo tentare di infrangere le regole di questa programmazione, di questo soffocante "paradigma del risultato", e venire a capo del compito (im)possibile; uno per cui non esistono protocolli. Vivere, finalmente.

            Sono gli stessi attorno cui si stringe, a sua volta, l’ultima arrivata tra le famiglie allargate, eterogenee, alternative da sempre protagoniste della filmografia di Sanders (suoi sono anche I Croods) e, con essa, la familiare ma comunque splendida idea di fantascienza (in senso etimologico) in nuce a questa parimenti incantevole favola moderna. Un’emozionante e garbata “storia immaginaria” che “può aiutare” - anche se “è un po’ come mentire”.

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