
KUNG FU PANDA 4 È IL MINIMO CHE L'ANIMAZIONE PUÒ OFFRIRE
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Kung Fu Panda 4
USCITA ITALIA: 21 marzo 2024
USCITA USA: 8 marzo 2024
REGIA: Mike Mitchell, Stephanie Ma Stine
SCENEGGIATURA: Jonathan Aibel, Glenn Berger
CON LE VOCI DI: Jack Black, Dustin Hoffman, James Hong, Bryan Cranston, Awkwafina, Viola Davis, Ke Huy Quan
GENERE: animazione, azione, commedia, avventura, fantastico
DURATA: 94 min
VOTO: 5
RECENSIONE:
Po, il mitico Guerriero Dragone, torna al cinema a sei anni di distanza dall'ultimo capitolo. Un racconto striminzito, personaggi nuovi poco carismatici e un design blandamente derivativo impediscono tuttavia a Kung Fu Panda 4 di essere più di un film minore. E ne fanno, di conseguenza, il peggior inserto del franchise.
Guardare Kung Fu Panda 4 è un po’ come sentirsi elencati, per novanta minuti, una serie di mantra e aforismi tanto proverbiali, quanto bizzarramente sbagliati. Più o meno come quelli che il sempre amabile e dolcissimo Po, o mitico Guerriero Dragone della Valle della Pace, recita alla giovane Zhen, volpe nata orfana e divenuta poi ladra coi fiocchi nella vicina e inesplorata Juniper City, la quale si ritrova per caso o destino ad accompagnare il nostro nel cammino che dovrebbe teoricamente condurlo, elevarlo al grado di guida spirituale.
L’intera trama di questo ritorno al cinema - a quasi otto anni di distanza dall’ultimo capitolo - di uno degli emblematici franchise di casa Dreamworks può essere infatti riassunta in una manciata di righe ed è composta inoltre da un succedersi di situazioni tipiche, momenti proverbiali, frasi di rito, tappe comandante della più rudimentale drammaturgia avventurosa. Nulla di propriamente sbagliato, specie se si chiama in causa un studio di animazione come Illumination, che sulla semplicità e stringatezza dei propri intrecci ha costruito un proficuo tocco; il marchio di prodotti senza troppe pretese, ma quasi sempre freschissimi. Dicevamo: nulla di errato, se solo non fosse per il modo e, quindi, le soluzioni che il regista Mike Mitchell (già dietro la macchina da presa, digitale e non, di tanti altri tentativi non certo gloriosi, quali Sky High, Shrek e vissero felici e contenti, Alvin Superstar 3 e The LEGO Movie 2, qui assistito da Stephanie Ma Stine) e tutto il team creativo adottano per sviluppare pretese tanto comode.
Reduci dall’inventivo e incredibilmente maturo Il gatto con gli stivali 2, mai avremmo immaginato di dirlo o scriverlo, ma: se sceglie di produrre film simili, Dreamworks, di lezioni e ripetizioni dai prodotti a firma Meledandri, dovrebbe proprio prenderne. A partire dal senso di intrattenimento leggero e costante, che le avventure Illumination affidano ad un ritmo indiavolato, ad un colpo d’occhio sgargiante e ad un umorismo interamente giocato sull’assurdo, sul non-sense, sullo slapstick. Viceversa, pur condividendo il tenore di quei film, la sceneggiatura di Jonathan Aibel e Glenn Berger non imbraccia mai la lievità, l’infantilismo delle gag che immagina. Tutt’al più sembra subirle, non le porta mai fino al punto in cui posso solo essere irresistibili. Le rende semplicemente sciocche, futili e, di conseguenza, innocue.

Innocue e poco coinvolgenti sono, del resto, le relazioni e l’emotività che legano i vari personaggi, tra i punti di forza del franchise fin dal suo primo capitolo. Ci riferiamo, nello specifico, al legame che si instaura tra lo stesso Po e la già citata new entry Zhen: introdotto, sviluppato e chiuso senza grosso trasporto, né tantomeno con quella verve ironica che invece la faceva da padrone nei tre precedenti capitoli. Questo, a dispetto dei numerosi tentativi da parte della colonna sonora - sempre a firma Hans Zimmer e rivisitata per l’occasione - di restituire al racconto l’intensità perduta e il pathos mancante in tutte le maniere possibili. Allo stesso tempo, questa dinamica maestro-allieva (l’uno, adagiato sugli allori dello status acquisito, arrivato in vetta al proprio percorso nel kung-fu e dunque contrario ad un passaggio di testimone, nonché un poco presuntuoso; l’altra, assuefatta alle regole egoistiche e disoneste della strada - le uniche che conosce - e, per questo, sbigottita dalla bontà, gentilezza e affabilità del panda) è anche l’unica che tiene davvero banco e dimostra una reale utilità nell’economia del film. Tutti gli altri (i pochissimi altri, sia beninteso) rapporti sono invero accessori e avrebbero potuto essere tagliati senza grosse remore dal montaggio finale.
Ciò nondimeno, ben più di uno Shifu relegato ancor più a comic relief, o dei Cinque Cicloni goffamente tolti di mezzo (per ovviare forse ad un’inezia di budget? Così da non dover riarruolare il cast di doppiatori originali?) e poi ripresi, in uno slancio autolesionistico, per la sequenza (muta e musicale) pre-credits; il grande, incorreggibile passo falso di Kung Fu Panda 4 sta nel design e nei concept art. E non è questione di essere derivativi. Anzi, la genesi della saga risale proprio ad un’operazione di derivazione tipicamente postmoderna, tra l’omaggio e la parodia, nei confronti dell’Oriente, della sua iconografia, ma soprattutto del kung fu, del cinema di Hong Kong, dei cosiddetti film gongfu o wuxia, a sua volta ibridata, mitigata, riletta attraverso estrapolazioni dell’estetica e del mondo dei videogiochi. Semmai, quel che critichiamo è la totale mancanza di una reinterpretazione, di uno sparigliamento deciso, dotato anche solo di un barlume di cuore o personalità.
In altre parole, quel che proprio non va è il continuo senso di deja-vu che accompagna lo spettatore durante la visione, albergando nella maggioranza degli elementi che si frappongono o incrociano la strada del maestro Panda in questo suo viaggio verso uno stadio superiore della propria esistenza, verso la tanto agognata “pace interiore”. Quasi fosse stato tutto trafugato e posto, senza troppi giri di sceneggiatura o lavori di animazione, a servizio della pellicola. Parliamo, ad esempio, di uno scontro finale alla stregua di Spider-Man: No Way Home o, meglio, di una sua versione malandata, ipersemplificata, addirittura incoerente con la mitologia del franchise. Di una frenetica sequenza metropolitana e del suo sottobosco criminale che ricorda fin troppo Zootropolis. Dell’evidente somiglianza (anche in termini fisici e fisiologici) di Mr. Ping e Li Shan, i due papà di Po, e del loro arco narrativo, con i personaggi e le vicende di Pleakley e Jumba Jookiba in Lilo & Stitch. O ancora, della gag dei coniglietti sadici, che pare un plagio delle scimmiette di Raya e l'ultimo drago.

Pur tuttavia, i sintomi più evidenti di questo nostro discorso e insieme della stanchezza di formula e suoi autori, si concentrano nel disegno, nell’ideazione e nella scrittura dei due personaggi nuovi di zecca. Degni di Esopo, di una favola vecchia cent’anni, Zhen e la villain Camaleonte possono dirsi riuscite solo grazie allo sforzo delle proprie rispettive doppiatrici (in un’edizione italiana che non brilla) ed esistono solo in funzione delle loro caratteristiche e dei valori originariamente associati agli animali di cui prendono le fattezze, senza alcuna probabilità di rovesciamento o variazione.
La seconda, in particolar modo, risente della mancata connessione con il passato di uno qualsiasi dei personaggi storici della saga (come nel caso di Tai Lung, dell’ancora insuperato Lord Shen e del videoludico spirito guerriero Kai) e di motivazioni esilissime, riabilitate in parte da una possibile lettura - avanzata da Gabriele Niola e da noi sponsorizzata - secondo cui ella sia fondamentalmente un’allegoria dell’intelligenza artificiale (ormai nemesi fantasma, ossessione della fucina hollywoodiana), capace di emulare chiunque, creare proiezioni che sembrano quasi vere ma alla fine non lo sono, e che Po è chiamato a sconfiggere prima che assorba tutto il sapere e diventi inarrestabile.
Ma si tratta pur sempre di un sottotesto, di un’ipotesi fine a sé stessa in un racconto che si limita a dire ai più piccini che “il cambiamento è necessario” e “non deve far paura”; che “il mondo è bello perché vario”, senza però fornire gli appigli giusti per farglielo e farcelo effettivamente ed efficacemente percepire. Rimangono allora una cover musicale (divenuta paratesto) funzionale, già iconica, ma più che altro utile panacea, una regia action comunque valida, e un’animazione che, al solito, fonde dinamismo ed essenzialità del tratto con una cura di fotografia, colori e luci e una meticolosa attenzione ad ogni singolo dettaglio di questo universo, solo un po’ meno vivo di quanto ricordassimo. Di fatto, una riduzione del segno radicale, delle ibridazioni e sperimentazioni stilistiche di quel (Il) gatto con gli stivali 2, ma quanto basta per fare di Kung Fu Panda 4 una pellicola paradossale.
D’altronde, può essere solo che paradossale vedere un simile sforzo artistico e produttivo messo al servizio di una storia così avara di sentimento e di un mondo tanto “al risparmio”, giusto il minimo sindacabile per un film minore (à la Troppo cattivi), un placeholder o un strumento utile al babysitting.
Ti è piaciuta la nostra recensione? Se sì, lascia un like e condividi l’articolo con chi vuoi.
In più, per non perdere nessun’altra pubblicazione, assicurati di seguirci sulle nostre pagine social e di iscriverti alla nostra newsletter.





