DRAGON TRAINER, il cuore è altrove
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Dragon Trainer
USCITA ITALIA: 13 giugno 2025
USCITA USA: 13 giugno 2025
REGIA: Dean DeBlois
SCENEGGIATURA: Dean DeBlois
CON: Mason Thames, Nico Parker, Gerard Butler, Nick Frost, Julian Dennison
GENERE: commedia, fantastico, drammatico, avventura, azione
DURATA: 125 min
VOTO: 6/7
RECENSIONE:
Dopo aver rivaleggiato per anni con la Disney, DreamWorks decide di far il suo ingresso nel territorio dei remake live-action dei classici d'animazione con una delle sue saghe più amate. È pertanto impossibile, se non proprio miope considerare questa "reimmaginazione" di Dragon Trainer indipendentemente dalle fredde e spietate logiche aziendali. Le stesse che ne fanno una rimasterizzazione il cui cuore è altrove.
“(Questo posto) non è adatto ai deboli di cuore”, si dice all’inizio e alla fine di Dragon Trainer. Le parole sono di Hiccup, uno dei più giovani figli, primo e unico genito del capo di questo posto, di quest’isola di Berk, favoloso sfondo vichingo de Le eroiche disavventure di Topicco Terribilis Totanus III, la serie di dodici libri per ragazzi scritti da Cressida Cowell, poi trasposti e portati all’attenzione e al cuore del mondo intero grazie al franchise d’animazione forgiato da DreamWorks e Universal. Parliamo di una delle saghe e delle proprietà intellettuali più amate (seconda forse solo a Kung Fu Panda) fra quelle in cui si è cimentata lo studio dopo l’esperienza dei primi tre Shrek. Di film acclamati sia dalla critica che dal pubblico e rimasti negli anni presenti e persistenti nel discorso culturale e mediatico per merito di personaggi iconici, creature incantate e adorabili e, in particolar modo, l’indimenticata colonna sonora a firma di John Powell - la prima di un film animato a venir candidata al premio Oscar con la sua sapiente commistione della tradizione sinfonica occidentale con elementi nordici e celtici.
Ciò detto, col senno di prima e poi, l’innocuo modo di dire e di descrivere un “mucchio di rocce che riserva un bel po’ di sorprese” usato dal fu Topicco, lo si potrebbe intendere alla stregua di un avvertimento da parte di DreamWorks verso l’antagonista ideale e ideologico, quello di una vita. Nientemeno che alla Disney è infatti rivolto il memento (mori?) di una house che deve la sua stessa fondazione ai motivi di una contestazione artistica, una reazione allergica, un atto di risposta irriverente e sottilmente dichiarato nei confronti del monopolio decennale della casa di Topolino.
Un percorso - improntato dal fondatore (ed ex-Disney) Jeffrey Katzenberg - che, fin dai primissimi Z la formica e Il principe d’Egitto, passando per il seminale e già citato Shrek e il parimenti iconico Madagascar, si è consolidato, conoscendo alti e bassi, vittorie e sconfitte, fortune e traversie. Lo stesso che oggi giunge ad una chiusura (l’ennesima) che è però anche l’inizio di una nuova sfida. L'ingresso in un territorio inesplorato.

Dopo aver offerto infatti una valida concorrenza in forma cartoon, DreamWorks è pronta a mettere in discussione la percezione e l’immagine dell’avversaria presso il grande pubblico, invadendo uno spazio su cui quest’ultima aveva messo per prima la bandiera, gestendolo e controllandolo praticamente da sola fino ad ora. È il “regno” - per rimanere in tema - dei remake live-action dei cosiddetti classici d'animazione.
Un’impresa che, ai suoi inizi, ha regalato gioie e largo successo a Disney, da Alice in Wonderland a Maleficent, da Il libro della giungla a La bella e la bestia, da Aladdin e Il re leone. La fiaba, il sogno, insieme il supporto del pubblico - pure di quello più fedele - si sono però esauriti e incrinati sulla scia della pandemia, e i magri risultati degli ultimissimi La sirenetta, Mufasa e Biancaneve hanno aperto ad altri pretendenti la strada per rilevare il trono. E il più papabile ad assicurarselo sembrerebbe essere proprio la compagnia di Glendale, che dal canto suo scommette proprio sulle (dis)avventure di Hiccup e del suo inseparabile drago Sdentato per inaugurare quella che virtualmente dovrebbe una lunga e prospera schiera di rifacimenti “dal vero” delle sue storie più popolari e riconosciute.
Per quanto la si possa pensare con l’emozione e il tepore del sentimento custoditi da questa parabola esemplare sull’amicizia oltre ogni confine fisico, reale o posto e postulato da altri, sulla diversità e tutto ciò che segue e le concorre, come pure sulla violenza, la guerra, le credenze prese per realtà fattuale (in un anticipo della post-verità di trumpiana maniera); insomma, malgrado tutto questo e tutto quello che di (comunque) effettivo ed efficace fonde e infonde nelle proprie immagini, è impossibile, se non proprio miope considerare questa "reimmaginazione" di Dragon Trainer indipendentemente dalle fredde e spietate logiche aziendali, dai ragionamenti di tipo produttivo, o ancora da Hollywood come un posto, appunto, poco “adatto ai deboli di cuore”.

Ne è la riprova la scelta di far uscire la pellicola a meno di un mese di distanza da Lilo & Stitch di Dean Fleischer Camp, novello (e graditissimo) venuto nella famiglia di riadattamenti della casa di Topolino, tratto (guarda caso) dal primo, importante successo della premiata ditta che, una volta varcata la soglia disneyana, avrebbe dato alla luce del grande schermo proprio le gesta del popolo vichingo di stanza a Berk, peraltro imprimendo nell’immaginario collettivo l’adorabile drago dalla fisionomia e dagli atteggiamenti canini, già figlio putativo di quell'alieno pasticcione e leggermente più anarchico che vent’anni or sono piombò sulle coste delle Hawaii.
I nomi di questo prestigioso duo sono Chris Sanders, da poco regista dello splendido Il robot selvaggio per DreamWorks, eppure rientrato nelle grazie della multinazionale losangelina proprio con (la voce di) Stitch; e Dean DeBlois, viceversa richiamato dietro la macchina da presa di Dragon Trainer.
Al netto di elucubrazioni forse enfatiche, forse eccessive, o addirittura dal sapore complottistico, è pur vero che il primo remake live-action dalla terra di Molto Molto Lontano, porta i segni e i sintomi di un discorso preciso, logico, flagrante che trova riscontro e riflesso nel prodotto che approda sugli schermi di tutto il mondo. Non solo, esso porta anche un altro nome parimenti, se non più importante. Una firma inequivocabile, che è quella di Marc Platt, mega-produttore di alcune delle maggiori commedie dei primi anni Duemila, di protagonisti di numerose stagioni dei premi come Il ponte delle spie, La La Land, Il processo ai Chicago 7 e l’ultimo Wicked, ma anche e soprattutto di alcuni dei più recenti rimaneggiamenti di icone disneyane, fra cui Il ritorno di Mary Poppins, Crudelia e i summenzionati La sirenetta e Biancaneve.
Tra i due litiganti, il terzo gode, si usa dire. Ma in questo caso, lo fanno sia DreamWorks (in coro con Universal) sia il buon Platt, il quale sembra reimpiegare in Dragon Trainer tutti gli insegnamenti, gli spunti e le soluzioni maturate, i professionisti conosciuti (si pensi, ad esempio, al montatore Wyatt Smith) sul set di tutte quelle lavorazioni per creare, in un certo senso, la perfetta trasposizione da cinema d’animazione a cinema in carne e ossa (per la maggior parte). Perfetto è da intendere nondimeno come esemplare, paradigmatico allo scopo di garantirsi il consenso e il benestare della massa, sorretti su una filosofia e strategia di assoluta fedeltà, di imprescindibile deferenza nei riguardi dell’originale, conscie (chissà) degli esiti che le troppe libertà e un’agenda revisionista ha suscitato dall’altro lato della barricata.

Attenzione però a confondere e far andare di pari passo la perfezione della formula con la sua impeccabilità o con una qualsivoglia assenza di difetti. Che, nel caso di Dragon Trainer, sono da tradurre piuttosto nei vizi di forma di un’operazione che si riduce ad una gara di popolarità, vittoriosa più che altro per demerito d'altri. Nella e per la quale non sembra tenersi conto della natura e delle caratteristiche effettive del prodotto finito, a cui, ciononostante, bisogna riconoscere due buone intuizioni.
Innanzitutto, l’aver indovinato il (nuovo) classico di sorta, l’universo opportuno da ricostruire, ma ben di più l’aver assemblato un cast - questo sì - davvero ineccepibile, di volti e corpi precisissimi al fine di restituire il design e la caratterizzazione della controparte. Fra i tanti, a risaltare sono senza dubbio i giovanissimi protagonisti: lo spontaneo e carismatico Mason Thames (rivelazione di Black Phone) e la convincente Nico Parker (da Dumbo, The Last of Us, Suncoast e il quarto Bridget Jones). Ma non sono da meno i “grandi”, vecchie leve del calibro di un bravissimo Nick Frost (alla sua audizione per il ruolo di Hagrid nella prossima serie di Harry Potter) e un Gerard Butler a briglia sciolta, divertito, accorato e appassionato, in grande spolvero per quella che è forse la sua miglior prova degli ultimi anni, tale da aprire - volendo - una nuova fase della sua carriera.
Per il resto, al netto di queste conquiste, è altrettanto vero che - pur riassemblando in parte la vincente squadra di artisti e artigiani del suo stampo - agli occhi di chi conosce, ha visto e rivisto il cartone di cui porta il titolo, Dragon Trainer più che un rifacimento, appare ai limiti di una rimasterizzazione, un riallestimento e riaccordamento a sensibilità e modalità contemporanee sul quale c’è poco o niente da aggiungere, commentare, riconsiderare.
Mero e solo usato sicuro che, anche quando emoziona, diverte, finanche commuove - con le tenere schermaglie tra umano e drago, le evoluzioni di Hiccup in sella a Sdentato o del rapporto tra due generazioni, due diversi modi di intendere il rapporto con le creature alate (e, va da sé, la vita) - (si) racconta per procura. Sulla filigrana di immagini, ahinoi, molto più cariche di quella magia che richiede a gran voce questa manovra di posizionamento. Questo punto di svolta che certo dice molto di cosa sia Hollywood oggi. Che rimarrà negli annali ma per motivi alquanto diversi da quelli di un supposto epigono de La storia infinita o di Dragonheart. Il cuore (di drago), questa volta, è altrove.
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