
KRAVEN - IL CACCIATORE e i segni del tempo (dei cinecomics)
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Kraven the Hunter
USCITA ITALIA: 11 dicembre 2024
USCITA USA: 13 dicembre 2024
REGIA: J.C. Chandor
SCENEGGIATURA: Matt Holloway, Art Marcum, Richard Wenk
CON: Aaron Taylor-Johnson, Ariana DeBose, Fred Hechinger, Alessandro Nivola, Christopher Abbott, Russell Crowe
GENERE: azione, fantascienza, avventura
DURATA: 127 min
VOTO: 4
RECENSIONE:
Cala il sipario sul Sony's Spider-Man(-less) Universe con Kraven - Il cacciatore, un film in cui Aaron Taylor-Johnson prova in tutti i modi di convincere il pubblico nei panni di un vendicatore dagli ideali (etici, sociali, ambientalisti) molto labili e dalla coltellata facile. Purtroppo, ogni sua speranza viene infranta da una pellicola che è esattamente quel che ci si aspetterebbe dall’ultimo arrivato di un franchise con simili precedenti. Un animaler: la stampa sintetica e pedissequa di una visione fallace.
Fin dai suoi primi cinque minuti si può capire che tipo di film sarà Kraven - Il cacciatore di J. C. Chandor, sesto inserto del Sony’s Spider-Man(-less) Universe di cui abbiamo ampiamente raccontato, valutato, talora canzonato, ma soprattutto criticato le gesta (dai tre Venom agli strampalati e quasi accidentali Morbius e Madame Web). In una delle sequenze iniziali, possiamo infatti vedere il nostro cacciatore titolare rivelarsi a colui che sarà poi la sua preda, chinandosi, accarezzando la testa di un tappeto in pelliccia di tigre, e pronunciando uno dei suoi motti.
Lui va e andrà “a caccia di animali umani” in questa parabola fondativa che, nei pochi istanti appena descritti, come pure in quella pelle d’animale evidentemente sintetica, racchiude inconsciamente una manifestazione essenziale, un sentore, un presagio di quel che proporrà nelle successive due ore o poco meno. Che è esattamente quel che ci si aspetterebbe dall’ultimo arrivato di un franchise con simili precedenti e predecessori. Ossia: una generica paccottiglia action, ma anche una restaurazione, al solito anacronistica e fuori tempo massimo, del filone cinefumettistico la cui popolarità transitoria prova così disperatamente a rincorrere.
Praticamente un animalier, la stampa sintetica e pedissequa di una visione fallace; dell’idea alla quale, con incredibile cecità, s'è aggrappato con le unghie e con i denti il produttore e “solito sospetto” Avi Arad. La stessa che ha persuaso Sony, in primo luogo, della potenziale efficacia di un universo depauperato del suo eroe titolare, del suo centro di gravità. Uno che, a nemmeno sei anni dalla sua comparsa in un mercato già saturo, sembrerebbe dichiarare la propria sconfitta.

In tal senso, più che un canto del cigno (o della tigre che dir si voglia), Kraven - Il cacciatore è il rantolo mortifero e insieme il danno collaterale di un disegno editoriale sempre abbozzato e, di conseguenza, dei racconti che ne hanno definito la via, prevedibilmente incuranti del volume di storie da cui poter attingere e apparentemente scrupolosissimi nell’adottare sempre il più sbagliato degli approcci alla materia.
Della stessa scuola, va da sé, sono i soggettisti e sceneggiatori Art Marcum, Matt Holloway e Richard Wenk, i quali immaginano una vicenda esile a tal punto da poter essere riassunta in una frase: “il tenebroso e dolente rampollo russo Sergei Kravinoff acquisisce abilità sovrannaturali e una speciale connessione con la natura durante una battuta di caccia finita male, diventando il famigerato Kraven, un vendicatore dagli ideali (etici, sociali, ambientalisti) molto labili e dalla coltellata facile, specie se si tratta di criminali, trafficanti, bracconieri, incluso il prodromico papà Nikolai”.
Il modo in cui si passa dalle origini allo sviluppo, all'intensificarsi e concludersi della sua implacabile scia omicida sono dettagli, minuzie di poco conto delle quali, d’altronde, non sembrano preoccuparsi neppure il trio di scrittori, firmatari a loro volta di un copione addirittura più effimero e inconsistente. Uno privo della benché minima costruzione narrativa o emotiva, che procede a suon di casualità, forzature e uscite proprio “da film”, sentenze, presunte frasi ad effetto del tipo: “quando un rinoceronte fiuta un’opportunità non esita”, o “non mi fido di chi non apprezza Tony Bennett”, oppure ancora “io credo che ci sia un animale dentro ognuno di noi”.
Uno che un irriconoscibile J. C. Chandor traduce in immagini con pari negligenza, limitandosi a mettere in scena, anche se in maniera pigramente, blanda, operaia, talora scadendo - complice un’effettistica sciatta, incompleta, artificiosa - in un ammuffito registro televisivo con reminiscenze da cable TV d’antan, e facendo sfilare di fronte alla macchina da presa personaggi di cui non riusciamo a scorgere altro che la proverbiale funzionalità.
Un po’ come si trovasse costretto a sbrigare una tediosa operazione burocratica, il regista non trova mai un tono deciso con cui dotare il proprio lavoro, predisposto alle fattezze di un B-movie svergognato ed eccentrico se solo non si mostrasse così neutro, generico, dormiente. A Chandor, del resto, non interessa manco accordare la narrazione ad un passo ben preciso o al benché minimo ritmo.
Ecco che - scompaginata, smidollata, e poi demolita pezzo per pezzo da un montaggio scellerato - questa storia di massimi (e frivoli) sistemi, di giustizia e vendetta, violenza fisica e psicologica, padri e figli, uomo e natura, abbandona presto il reame di un ridicolo attiguo ad una parodia involontaria proprio dei suoi consanguinei, per abbracciare invece quello di un tedio e di una monotonia tanto soverchianti che il non-veganesimo del suo protagonista potrebbe essere facilmente scambiato per un importante twist.

Con questo, non vogliamo assolutamente dire che, a confronto, gli altri potrebbero quasi sembrare bei film. Eppure, riuscivano quantomeno a mostrare quel filo di carattere in più o un qualche tipo di slancio, anche se autodistruttivo.
Se c'è però una cosa che il Sony’s Spider-Man Universe ha sempre indovinato, questa è il casting. E Kraven - Il cacciatore, per sua risibile "fortuna", non è da meno.
Aaron Taylor-Johnson si dimostra invero credibile, a tratti perfino convincente, nel ruolo, seppur dimenticabile e dai confini labili, di questo nuovo “anti”eroe, indeciso tra la ruvidezza scozzese del Gerald Butler che fu e la pubblicità di un profumo o di biancheria intima, con tanto di addominale scolpito e in bella mostra à la Chris Hemsworth.
Da parte sua, Russell Crowe prosegue lungo l’ingloriosa - e alcolemica - china de La mummia, Thor: Love and Thunder, Poker Face, L'esorcista del papa e L’esorcismo - Ultimo atto, ma Chandor lo sfrutta soprattutto come placet per disseminare la pellicola di citazioni aleatorie a Il gladiatore, fra cui la leggendaria sequenza della mano insanguinata fra il grano. Omaggi in cui si inserisce, per caso, anche un Fred Hechinger senza infamia e senza lode, meno squilibrato ma non certo più sano del suo imperatore Caracalla nel sequel di Ridley Scott.
Completano l’ensemble un Alessandro Nivola che pare intuire da subito la natura del progetto e si getta nel vuoto dell’esagerazione, un Christopher Abbott opacissimo, e una Ariana DeBose sottoutilizzata in una parte che non avrebbe sfigurato in un film di vent’anni fa.
Ciò detto, la giustezza di questi volti è soltanto fatica sprecata, la sbiadita e lontanissima potenzialità di un prodotto che sembra giungere di fronte ai nostri occhi nella strana e straniante forma di una copia-lavoro della quale diventiamo perciò i primi e ultimi tester. Tant'è che, per alcuni, la visione di Kraven - Il cacciatore potrebbe quasi trasformarsi in una ricerca spontanea dei sintomi di un fallimento. Del segno dei tempi, come canta qualcuno in una scena già scult. Quelli del tramonto, della sofferenza e dell’insofferenza di un universo e, più in generale, dei cinecomics.
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