
UN BEL GIORNO chiude tutte le porte di Tre di troppo
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Un bel giorno
USCITA ITALIA: 5 marzo 2026
REGIA: Fabio De Luigi
SCENEGGIATURA: Fabio De Luigi
CON: Fabio De Luigi, Virginia Raffaele, Maria Gifuni, Alma Teresa Giardina, Anita Marzi, Arianna Gregori, Leon Castagno, Andrea Silvestrini, Nicola Mayer, Beatrice Schiros, Antonio Gerardi
GENERE: commedia, drammatico, sentimentale
DURATA: 90 min
VOTO: 6-
RECENSIONE:
Un bel giorno, il ritorno dietro la macchina da presa di Fabio De Luigi, riconferma la sua predisposizione verso una commedia per famiglie su famiglie allargate, amore e responsabilità. Un cinema che sa mescolare delicatezza e ironia, di nuovo centrato sull'affiatato duetto con Virginia Raffaele. Eppure, rispetto al precedente Tre di troppo, questo suo quarto tentativo registico risulta molto meno brillante e audace, professando un'imprevedibilità e un anticonformismo che in fondo non pratica.
“Infissi Liguori. Chiudi il mondo fuori”. Così recita lo slogan della ditta di cui Tommaso Liguori è titolare, proprietario e unico, vero dipendente. Vedovo di mezza età, dopo la prematura scomparsa della compagna, Tommaso ha finito per prendere quel motto fin troppo alla lettera: ha davvero chiuso il mondo fuori. Serramenti ben montati, porte sempre accostate, finestre ermetiche — non solo nel lavoro, ma nella vita. Da allora esistono soltanto due spazi concessi: i proverbiali casa e bottega. Tutto il resto è rimasto oltre la soglia, come un rumore di fondo che non vale la pena far entrare. Le persone, gli inviti, perfino i ricordi più ingombranti vengono trattati al pari di spifferi fastidiosi.
Sarebbe uno di quegli uomini grigi, torvi, solitari (e un po’ lo è), se solo non vivesse con quattro figlie - e un cane di nome Panda - sotto lo stesso tetto. Presenze che riempiono le sue giornate e talora ci si mettono proprio d’impegno a scombinarle ben bene, tra drammi adolescenziali e infantili, crisi d’identità, capricci e interessi (spesso dolorosamente) fuori dal comune. Ora però che due di loro sono diventate giovani adulte, decidono tutt’a un tratto di non sopportare più quell’uomo mesto, depresso e malinconico che gironzola per casa e che, nonostante gli incontri dei Giovani Vedovi, non riesce — o forse non vuole — rimettere in moto la propria vita privata.
Ecco perché, un bel giorno, lo incoraggiano (per usare un eufemismo) ad uscire - accettando a sua insaputa l’invito di una delle tanto temute "feste per i clienti della banca" - e a tornare a casa con una nuova fidanzata. È così che Tommaso incontra Lara, una donna affascinante, vivace, raggiante, con la quale scocca subito la scintilla. Questi, però, decide di rimandare una confessione decisiva, scegliendo di non raccontarle subito la complessità della propria realtà familiare. Ignora che anche lei custodisce un segreto speculare: è madre single di tre figli adolescenti e convive con le stesse paure e incertezze. Mentre il sentimento cresce, entrambi sono quindi costretti a confrontarsi con dubbi, fraintendimenti e con il peso quotidiano delle responsabilità genitoriali. Eppure, tra caos, tenerezza e imprevisti inevitabili, Tommaso e Lara scopriranno che l’amore, a volte, non riguarda soltanto due persone, ma il coraggio di far spazio a nuove vite, provando a unire due mondi e ad aprirsi, insieme, ad un possibile nuovo inizio.
Aprirsi, in altre parole, alla caotica, rumorosa, talvolta spiacevole ma pur sempre preziosa imprevedibilità della vita. E cioè vivere davvero, anche e soprattutto se in maniera anticonvenzionale, secondo forme e modelli (familiari) insoliti, fuori dagli schemi.

Sono queste le premesse e le (facili) note che scortano Un bel giorno, il ritorno sul grande schermo (ad un anno da 10 giorni con i suoi), ma più che altro alla regia cinematografica (due anni dopo il regionalissimo 50 km all’ora) dell’amatissimo comico e imitatore romagnolo Fabio De Luigi. Una commedia che riconferma la sua inclinazione autentica, effettiva verso un cinema per famiglie senza infingimenti: sano, riconoscibile, spigoloso e insieme arrotondato. Si tratta di un fenomeno più unico che raro all’interno di un panorama industriale, quello italiano, avaro di storie e proposte adeguate per una categoria spettatoriale che — lo dicono i numeri e gli incassi — è tra le più bisognose e, al contempo, tra le più sottovalutate da un sistema generalmente limitato e ridondante.
Sia chiaro: con questo non intendiamo affermare che Un bel giorno rappresenti precisamente ciò che questo tipo di pubblico cerca. Anzitutto, perché finisce per mostrarsi indeciso su quale direzione intraprendere: se adottare un linguaggio e situazioni pienamente calibrati sui più piccoli, oppure continuare a rivolgersi al consueto, irrinunciabile spettatore medio e generalista - vero zoccolo duro di questo tipo di produzioni.
Ed è proprio tale irresolutezza a renderlo un’involuzione abbastanza evidente, tutt’al più se messo a confronto con Tre di troppo, seconda regia di De Luigi, che aveva dalla sua anche quell’elemento fantastico (purtroppo) poco frequentato dal cinema nostrano, idiosincratico e reticente. Un passo indietro - verso toni, colori, atmosfere delle commedie del sodale Alessandro Genovesi - che professa il valore di imprevedibilità e anticonformismo che in realtà non pratica. E a cui nulla può la reunion sul grande schermo con la partner di quel film, Virginia Raffaele, né tantomeno l’affiatamento e la sinergia che i due condividono e dimostrano.
In tal senso, esattamente come il predecessore, Un bel giorno rinnova questo duetto o “matrimonio” artistico — qui del tutto analogo a quello con Valentina Lodovini — confermando al contempo un vizio di forma che pare inevitabile. La coppia è infatti così centrale, così ingombrante nell’economia della pellicola, da diventarne quasi l’unica colonna portante e il principale, se non unico, motivo d’interesse del racconto scritto dallo stesso De Luigi insieme a Furio Andreotti e Giulia Calenda (Come un gatto in tangenziale, Corro da te, Nata per te, C’è ancora domani). Una narrazione dal ritmo e dagli esiti altalenanti, che arriva ai fatidici 90 minuti di durata tra passaggi più telefonati ad altri in cui l’ideazione e la costruzione comica funzionano splendidamente, trovando un equilibrio efficace tra tenerezza e caos.
Solo per un attimo, la pellicola sembrerebbe riuscire a divincolarsi dall’asse De Luigi-Raffaele e dalle rispettive maschere e sovrastrutture divistiche (da un lato il tonto e svampito, l’inetto benevolo e maschio disarmato; dall'altro la femminilità post-ideale e impegnata plasmata dal cinema socio-popolare di Riccardo Milani). Accade quando, attraverso un personaggio specifico, entra in scena con grande delicatezza e ironia un tema rilevante, capace di sovrapporsi al motore narrativo senza intorpidire il fluire degli eventi. Anzi, questa inattesa deviazione dona alla storia uno slancio nuovo, portandola (tuttavia) verso la sua più logica, naturale e prevedibile conclusione.
Insomma, non rischia davvero Un bel giorno, ma sa qual è la direzione migliore per sé. E cioè quella di un prodotto consapevole dei propri limiti e delle proprie capacità, che preferisce accompagnare lo spettatore piuttosto che spingerlo fuori dalla zona di comfort. Esattamente come il suo Tommaso, del resto: timoroso di aprire porte e finestre, ma pronto, alla fine, ad accettare che un po’ di rumore — e di vita — possa valerne la pena.
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