
ELIO, (dentro) ai confini della (nostra) realtà
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Elio
USCITA ITALIA: 18 giugno 2025
USCITA USA: 20 giugno 2025
REGIA: Adrian Molina, Domee Shi, Madeline Sharafian
SCENEGGIATURA: Julia Cho, Mark Hammer, Mike Jones
CON LE VOCI DI: Yonas Kibreab, Zoe Saldaña, Remy Edgerly, Brandon Moon, Brad Garrett, Jameela Jamil
GENERE: animazione, avventura, commedia, fantascienza
DURATA: 99 min
VOTO: 7+
RECENSIONE:
Per il 29° lungometraggio, Pixar fa di nuovo rotta per lo spazio, solo per tornare puntualmente nei confini della (nostra) realtà. Ne deriva un'avventura che, come il suo protagonista, porta i segni (e i cerotti) di una produzione travagliata, ma che nondimeno sa ben combinare tre diverse impronte, intenzioni, ossessioni poetiche e sguardi. Elio non punta all'infinito, ma emoziona nel suo ripiegarsi inevitabilmente, scientemente, necessariamente, sulle più tenere, intime e umane (in)certezze.
È solo nell’universo, il piccolo Elio Solis. Di nome e di fatto.
Forse perché è l’unico tra i bambini nella sua cerchia a non aver più la mamma e il papà. O forse perché, se gli altri - inclusa la zia Olga, divenuta sua tutrice legale - temono, non riescono a comprendere il diverso, l’ignoto, ciò che si cela oltre la proverbiale soglia di casa o, per meglio dire, dell’atmosfera terrestre; lui al contrario lo ricerca, sogna e desidera spasmodicamente. Anche a costo di combinare qualche catastrofico pasticcio e mettere in seria difficoltà e imbarazzo chi ora si ritrova a doversi occupare di lui.
Un giorno, però, l’estraneo, l’alieno, lo spazio risponde alla chiamata (al cosiddetto “messaggio nella bottiglia”) e lo rapisce con suo grande piacere, elevandolo - volente o nolente - ad eroe di un’emozionante avventura. Una il cui cuore è però quello di un romanzo di formazione, tra crescita e presa di consapevolezza, verso il superamento di un lutto tramutatosi in senso di non accettazione e necessità di evasione. Un viaggio che riporterà il nostro Elio al punto di partenza. Poiché, come scriveva il poeta, “non smetteremo di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta”. Ma è anche vero che “l'uomo non può tornare mai allo stesso punto da cui è partito, perché, nel frattempo, lui stesso è cambiato”.

È su simili pensieri che si concentra e impernia Elio, lungometraggio numero 29 in uscita dalla fucina creativo (un tempo indiscussa e indiscutibile) dei Pixar Animation Studios che, al pari del suo protagonista, (nella grammatica, nel procedere, nei ritmi narrativi) porta e mostra i segni, le ferite e i cerotti di una produzione travagliatissima afflitta da vari rimaneggiamenti.
Dapprima affidato ad Adrian Molina, co-regista di Coco - il quale ne intendeva fare una specie di gommosa rilettura, di ribaltamento agrodolce dell’E.T. di Steven Spielberg -, per decisione del direttore Pete Docter l’impiego è finito sulle scrivanie di Domee Shi - animatrice e nuova promessa dello studio a seguito della vittoria dell’Oscar con lo splendido cortometraggio Bao e dell’esordio alla regia con Red - e di Madeline Sharafian - quest’ultima già collaboratrice degli stessi Molina e Shi, qui nel suo effettivo debutto dietro la macchina da presa di un lungometraggio d’animazione.
Quel che ne deriva e si presenta, in maniera evidente, ai nostri occhi è allora un patchwork di intenzioni, cifre artistiche, ossessioni poetiche e sguardi trattenuti e combinati. Una direzione a quattro, se non addirittura a sei mani, e a due generazioni, idealmente scindibile in tre principali nuclei narrativi, tematici ed estetici.

Il prototipo di Molina rimane difatti integro nell’atmosfera, nel sapore retro e alquanto nostalgico dell’omaggio, dei riferimenti e del recupero di quella magia spielberghiana (ancor prima che pixariana, e va da sé del caro John Williams, delle cui sonorità e composizioni ha senz'altro risentito il lavoro di Rob Simonsen). O ancora, di un senso di meraviglia (nel cinema di) oggi impossibile, davvero alieno. Di un fantastico e fantascientifico tattili, sensibili, materici, com’erano e sono tutt'ora quelli di un (James) Cameron o di un (Joe) Dante - malgrado Elio e il suo mondo siano costrutti artificiali animati al computer.
Del primo regista perdura inoltre l’impronta precipuamente familiare della storia, poi amplificata, dilatata, diffusa e posta a fulcro degli equilibri drammaturgici, delle dinamiche melò, per risonanza con la sensibilità personalissima e conciliazione con l’individualità creativa e l’inclinazione più o meno autobiografica che Shi, di nuovo coadiuvata dalla fida sceneggiatrice Julia Cho, ha manifestato nei succitati Bao e Red, esemplare più unico che raro (assieme a Luca) di prodotto Pixar fatto ad immagine e somiglianza dei propri registi, dei loro ricordi d’infanzia ed esperienze di vita. Si torna, in tal senso, all'idea di una genitorialità repressiva, opprimente (non soltanto paterna, machista e maschilista, ma anche acquisita e non convenzionale), invocando la necessità di eludere la propria programmazione. Oggi più che mai. Detto altresì, di disobbedire, dissentire, opporsi al modello, alle aspettative, ai desideri e ai piani che gli altri hanno in serbo per noi. Alla vita e al destino che hanno progettato, organizzato, architettato. Essere dunque fedeli e coerenti con sé stessi, a dispetto di tutto e tutti.
Dal canto suo, Sharafian desume abbastanza apertamente da La tana - il corto in animazione tradizionale grazie al quale, con tutta probabilità, si è regalata questa promozione - una parentesi sul bullismo di cui è vittima Elio (perché “strambo, diverso”, appunto), unita al carattere allegorico. Ad una metafora che, pure in questo caso, ci ricorda quanto preziosa sia l’idea di un “comuniverso”. Dei legami che ci uniscono e arricchiscono l’un l’altro. Dei benefici che porta l’aprirsi al nuovo. Di una comunità naturalmente idealizzata, utopica, fondata su principi quali la tolleranza e la condivisione, la collaborazione e la comprensione: nostra e del piccolo, grande mondo che siamo chiamati a proteggere.

Di questo passo, così facendo e dicendo - ossia raccontando il micro, i singoli problemi di cuore e di esistenze per giungere al macro, alle maiuscole urgenze del nostro tempo, addirittura virando sui tratti di una parabola antimilitarista (tanto da fare eco al ben più sbiadito Lightyear) - non bisogna certo stupirsi se la destinazione di questo cosmico peregrinare sia appunto quel pianeta Terra sulla cui vista dallo spazio, non a caso, si apre la pellicola. Che, per quanto visivamente curata, fantasiosamente lisergica, (la più) ambiziosa (dai tempi di Soul), malgrado (l’efficace ed essenziale design, per quanto derivativo, del)le creature [leggasi Dune] e i mondi fantasmagorici, sospesi tra Lucas, Le avventure di Jimmy Neutron, Blomkamp, Nolan e i casalinghi Chicken Little, Wall-E e Strange World; non punta all’infinito.
Anzi - nel suo rendere giustizia, più o meno volontariamente, a Lilo & Stitch meglio del coevo remake live-action - essa ripiega inevitabilmente e scientemente sulle più tenere, intime e umane (in)certezze, da sempre materia di osservazione, racconto e animazione dello studio di Emeryville e dei suoi creativi. Sia che ci si trovi nella stanza dei giochi di un bambino o in un megaminimondo, nelle profondità del mare o nella cucina di un ristorante parigino, nella testa di una ragazzina o nella terra dei dinosauri, nell’aldilà e nell’aldiqua. Nello spazio, ma pur sempre dentro ai confini della (nostra!) realtà. Almeno (c’è) Pixar nell’universo.
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