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            20 Giugno 2024
            Inside Out 2 Pixar Disney Recensione Cinemando
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            INSIDE OUT 2, PIXAR SI (RI)METTE IN SCENA

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Inside Out 2
            USCITA ITALIA: 19 giugno 2024
            USCITA USA: 14 giugno 2024
            REGIA: Kelsey Mann
            SCENEGGIATURA: Meg LeFauve
            CON LE VOCI DI: Amy Poehler, Phyllis Smith, Maya Hawke, Lewis Black, Tony Hale, Liza Lapira, Ayo Edebiri, Paul Walter Hauser, Adèle Exarchopoulos, Kyle MacLachlan
            GENERE: animazione, commedia, fantastico, avventura
            DURATA: 96 min

            VOTO: 7/8

            RECENSIONE:

            Pixar si (ri)mette in scena e visualizza i propri parametri vitali, il suo stato di salute creativo in Inside Out 2 dell'esordiente Kelsey Mann, confermando l'urgenza autoriflessiva legata all'ora franchise (nel franchise) fin dai tempi del suo predecessore. Su un livello più liminale di racconto, parliamo invece di un film molto meno sofisticato e audace del primo, più scombinato, frenetico, già nostalgico, che tuttavia sa concedersi spazio e tempo per sperimentare.

            Sembra passata una vita (ed è passato un cinema) da quando il primo Inside Out fece il suo debutto sul grande schermo. Quella di dieci anni fa era una Pixar forte come non mai, malgrado un paio di incidenti di percorso - meglio conosciuti come Cars 2 e Monsters University. Uno studio garanzia di qualità narrativa e tecnologica, sinonimo e scrigno di una fantasia sfrenata, illimitata, realmente prodigiosa, oltre che esempio inimitabile di eccellenza e massima riconoscibilità per l’animazione occidentale. Anche più della veterana Disney! Una Pixar - quella che nel 2015 dava alla luce il suo quindicesimo lavoro - intenta a decantare, officiare, quasi certificare, in qualche modo, questo suo status, questa virtuosa posizione.

            Da qui, il meraviglioso e pregiatissimo capolavoro di Pete Docter, apice di una produzione intera, nonché culmine della filosofia di casa: dal disegno iniziale all'impressione nel(labirinto del)la memoria collettiva. Per non parlare del suo essere un necessario preliminare, la pellicola senza cui Soul dello stesso Docter - che porta il radicalismo teorico e la maturità dei temi alle estreme conseguenze - neppure sarebbe stato immaginato. Sorretto da un concept geniale e precisissimo, da un'estetica che coniuga a regola d'arte semplicità del tratto e sofisticatezza intrinseca di pensiero e ragionamento, e quindi dall'inimitabile character design per cui Pixar è divenuta celebre (lì, ai più alti livelli), Inside Out ricordò a tutti come e per quali motivi lo studio di Emeryville era allora, ed è anche adesso, tra i pochi ad aver apparentemente decriptato il codice dell'emotività, delle emozioni e - va da sé - della catarsi nel senso più classico del termine.

            Con quel film, in pratica, Pixar si metteva in scena, rivelava i fondamentali ingranaggi (e i minuscoli, prima invisibili, spiritelli) del suo processo creativo. Ne (e si) faceva inesauribile manifesto iconografico, rimaneggiando tutti i propri marchi di fabbrica, raffinando il già perfetto equilibrio tra istintivo senso di meraviglia e avventura, e complessità contenutistica, e ridefinendo l'essenzialità tipica delle sue immaginose incursioni e riscritture della straordinaria ordinarietà (delle cose) della vita. "Ripercorrendosi" insomma fino a dare voce - e così a (ri)animare un'altra volta ancora - la microscopica, universale radice di tutto e tutti noi.

            Inside Out 2 Pixar Disney Recensione Cinemando

            (Non) è un caso dunque che, fra le nuove emozioni per cui “bisogna fare spazio” in Inside Out 2, quella che si impone maggiormente sia Ansia. È appunto lei - l’ansia da prestazione - difatti il sentimento che accompagna la Pixar odierna, un decennio e innumerevoli stravolgimenti più tardi. A partire dalla pandemia, che ha cambiato le regole del gioco, ritratteggiato più generalmente il contesto produttivo e industriale, costringendo le major a reinventarsi e ad interfacciarsi con effetti e problemi di cui stiamo risentendo tuttora e di cui, con tutta probabilità, mai ci libereremo.

            Questa imprevista rivoluzione, con la complicità dell’avvento di Disney+ e di alcune scelte non proprio oculate da parte della “stazione controllo” della casa di Topolino, ha modificato in profondità il corredo genetico, lo spirito, e la morfologia delle nuove uscite Pixar. Le quali - fatto salvo il già citato Soul o il deludente Lightyear - da Onward a Elemental hanno inseguito storie più piccole, microscopiche, autobiografiche, tenui, definite spesso “disneyane”, che hanno incontrato sì e no il favore del pubblico e (per quelle distribuite effettivamente in sala) gli onori del botteghino. Pur mantenendo dentro di sé, a volte lontanissimo dagli occhi e dal cuore, una scintilla o un barlume identitario, è comunque indubbio che la casa d'animazione si sia un po’ snaturata in questi ultimi anni, abbandonando ora quel rinomato colpo emotivo, ora la complessità e maturità tematica.

            Ciò detto, l'oggi appena nato franchise (dentro un altro franchise) di Inside Out si riconferma, con questo suo nuovo addendo, urgenza, moto autoriflessivo, radiografia con la quale lo stesso studio indaga e visualizza i propri parametri vitali e il suo stato di salute artistico. In questo caso però il fine non è tanto quello laudativo, quanto piuttosto il ritrovamento, o magari la reinvenzione di sé. Arrendendosi al fatto che, al di là dell'apparenza, il cambiamento e le trasformazioni possono essere e sono eventi positivi (oltre che naturali), Inside Out 2 si muove in cerca di una nuova (presa di) coscienza di chi si è, e non di chi si dev’essere, irretiti dall’ansia (da prestazione). 

            Ovviamente, come insegnano i (migliori) film Pixar, tutto questo può applicarsi - su un livello più immediato, liminale e didascalico di percezione del racconto - anche alla realtà individuale di chi si trova davanti allo schermo e solleticare la sua, di esperienza. Sotto questa lente, la pellicola - che segna l’esordio alla regia dell’animatore e sceneggiatore Kelsey Mann, un altro film-maker pixariano senza infamia e senza lode, il cui sguardo è fatalmente incomparabile con quello di Docter, eppure è adatto per il tipo di avventura e per la sceneggiatura sottopostagli dalla co-scrittrice del primo, Meg LeFauve, questa volta in solitaria - segue il canovaccio dei sequel (non solo casalinghi), riproponendo la formula vincente del primo ma rialzando la posta in gioco, ampliando i confini e le potenzialità di universo e annessa mitologia.

            Ritroviamo quindi la nostra Riley - da poco tredicenne, sempre appassionata e sempre più brava a hockey, in procinto di entrare al liceo - insieme alle vocine nella sua testa (le emozioni antropomorfe che ne guidano e sorvegliano il percorso tra le insidie della vita: Gioia, Tristezza, Rabbia, Disgusto e Paura), le quali, nel frattempo, hanno scoperto una nuova sezione della sua mente, chiamata "Senso di Sé", in cui albergano i ricordi e i sentimenti che ne costituiscono la personalità. Non bastasse, pur avendo imparato a rispettare e a considerare l’importanza della negatività (leggasi Tristezza), l’irriducibile leader Gioia ha brevettato un meccanismo per disfarsi di qualsiasi ricordo non gradito, che viene catapultato ai margini della mente.

            Un allarme misterioso e assordante interrompe però la quiete creatasi (o imposta). La pubertà si innesca e con essa quattro nuove emozioni fanno la loro apparizione alla console. Loro sono Invidia, Imbarazzo, Ennui (Noia) e la già citata Ansia, e da subito si scontrano con le emozioni primordiali, a causa dei modi basilari e troppo semplicistici che adoperano queste ultime per interpretare e reagire alla complessità delle cose. Inutile dire che il primo incontro e confronto finirà con i nuovi arrivati che decidono, tutt'a un tratto, di reprimere Gioia & co., imbottigliarli e chiuderli a doppia mandata nel caveau della memoria, dove va a finire quanto di più recondito e forse dimenticato...

            Inside Out 2 Pixar Disney Recensione Cinemando

            Esauriti inevitabilmente il senso di meraviglia e di novità, quella folgorazione che decise moltissimo del capitolo originale, Inside Out 2 corre perciò il rischio di essere giusto una trafila di “meno”. Per quanto congenitamente, quello di Mann è invero un film molto meno sofisticato e audace di quello che lo ha preceduto, meno equilibrato e - coerentemente con l’affrontata età adolescenziale - più scombinato, frenetico, sfrenato sin dal linguaggio, già formulaico e nostalgico (nel fanservice e nei riarrangiamenti della colonna sonora di Michael Giacchino, per mano di Andrea Datzman). Addirittura meno impattante dal punto di vista emotivo!

            Ciò non elide tuttavia l’impressione di trovarsi di fronte ad un ritorno di forma e di fiamma, tutto sommato degno dell’ultimo Docter. Un lavoro che forse non piacerà a chi vorrebbe vedere la Pixar proseguire, nutrirsi, lasciare aperta la mente e le porte del proprio mondo, e porre l’immaginazione al servizio di nuove idee, nuovi soggetti, nuovi eroi. Ma in cui comunque rincasano tutte le qualità del predecessore (specie nella messa in scena di ciò che avviene "dentro" e "fuori" Riley) e si rispolvera la dotazione pluriennale dello studio, che si concede a sua volta lo spazio e il tempo per sperimentare e così mantenersi e mostrarsi al passo con le ultime e più fulgide pieghe dell’animazione occidentale.

            Laddove allora il design delle quattro nuove emozioni - al solito ineccepibile, fresco, complicato nella sua chiarezza e logicità - compensa una scrittura che sceglie una cornice narrativa poco adeguata e limita il loro potenziale iconico e iconografico, viscerale, non valorizzandole né approfondendole più dello stretto necessario, Inside Out 2 riesce a regalare ai suoi spettatori uno squarcio di intelligenza e precisione umoristica, in grado di rendere semplicissimo qualcosa di esattamente contrario, di lavorare in modo brillante e sinergico, e sortire infine un effetto su tutte le fasce di pubblico. Uno che rimanda insieme ai primissimi tentativi della casa e alle coeve ibridazioni “glitching” di tecniche e stili differenti (altrimenti detto i due Spider-Verse). E che trattiene, all'interno di una cellula infinitesimale ma imprescindibile, un passato gioioso e più “sottile”, un presente ansioso, instabile e, per forza di cose, più indelicato, e un futuro tutto da immaginare, scrivere e disegnare, forte anche di una consapevolezza (ri)affiorata alla mente e agli occhi. Un segreto nascosto in piena vista, in ogni caotica parte di sé, nelle quasi trenta storie con cui, da altrettanto tempo, Pixar sonda quello che vive oltre il velo della percezione.

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