
DUNE - PARTE DUE È "SOLO" UN BLOCKBUSTER
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Dune: Part Two
USCITA ITALIA: 28 febbraio 2024
USCITA USA: 1 marzo 2024
REGIA: Denis Villeneuve
SCENEGGIATURA: Denis Villeneuve, Jon Spaihts
CON: Timothée Chalamet, Zendaya, Rebecca Ferguson, Josh Brolin, Austin Butler, Christopher Walken
GENERE: avventura, fantascienza, drammatico, azione, epico
DURATA: 165 min
VOTO: 6
RECENSIONE:
A quasi tre anni di distanza dal controverso debutto veneziano della Parte Uno, approda in sala Dune - Parte Due, seconda parte, appunto, del progetto di adattamento del leggendario e prodromico romanzo di Frank Herbert a firma Denis Villeneuve. Che fortunosamente prevede, fin dall'addolcita colonna sonora, una linea passionale, agile e disinvolta, mostrando talora di saper abbandonarsi alla semplicità e all’essenzialità dell’avventura, del testo adattato, oltre che del linguaggio filmico ed estetico. Purtroppo però, la pellicola soffre dei medesimi difetti non soltanto del predecessore diretto, ma anche del famigerato e sfortunato tentativo di David Lynch, specie nella gestione di tempi e dinamiche e nel montaggio della prima e della seconda metà del racconto. Cosa che può fare di Dune - Parte Due "solo" un buon blockbuster.
“I sogni sono messaggi dal profondo”. Con questa frase si apriva Dune, che poi è diventato e si è fatto conoscere come Dune - Parte uno, prima parte, appunto, dell’ambizioso progetto di adattamento cinematografico, a firma Denis Villeneuve, dell’originale, prodromico ed archetipico romanzo del 1965 di Frank Herbert che ha dato il via ad un ciclo e ad un suo universo letterario, ma anche ad un immaginario capace di colonizzare letteratura, arte, cinema, televisione, fumetti nei decenni a seguire. Una frase, quella, che era giusto un modo serioso, altisonante, vistoso - come, del resto, tutto il film - per dichiarare (in)consapevolmente che quello che avremmo visto allora (per chi scrive, era il 2021, al Festival di Venezia) non sarebbe stato altro che il trailer di un film solo abbozzato, ancora da immaginare del tutto, figurarsi da produrre. In altre parole, la visione di qualcosa che forse sarebbe giunto a compimento, a forma finita, solo poi, dal profondo… del tempo.
Dune (qui la nostra recensione approfondita) era (ed è) insomma un film monco, ampolloso, allungato a dismisura per scelta, ma derivativo per natura. L’ennesima genesi audiovisiva, una presa di contatto (di cameroniana memoria) con un mondo che tutti avevamo visitato e in cui ci eravamo già immersi, solo in forme altre, diverse eppure inconfondibili. Un mondo e un film che, pur avendo contezza di questo, tentavano comunque di mostrarsi come qualcosa di rivoluzionario e mai visto prima. Invano, ovviamente. Perché la proverbialità di fondo del progetto ne ammantava e immobilizzava, in maniera inevitabile, ogni singolo angolo di luce e cono d’ombra malgrado la suadente fotografia di Greig Fraser tentasse di convincerci del contrario, al pari dei suoi protagonisti. Convinto a tal punto di nascondere l’archetipico segreto (di Pulcinella) del cinema più epico e maestoso, di tracciare una nuova via per il blockbuster hollywoodiano, di possedere qualcosa (non si sa bene che) capace di abbagliare gli occhi, risuonare nelle orecchie (con la fragorosa e implacabile colonna sonora di Hans Zimmer) e vincere i cuori degli spettatori, questa Parte Uno si è ritrovata in mano, di fatto, un pugno di sabbia. E un pieno di sogni, messaggi, visioni, anteprime e anticipazioni che hanno viaggiato sottotraccia per quasi tre anni.
Fino ad oggi e a questa sofferta Parte Due, grazie a cui Dune, con i suoi eroi, profeti, e i suoi usi, costumi e superstizioni, ritrovano finalmente la luce del grande schermo.

Tanto(?) è cambiato nel mentre, ma su Arrakis non sembra trascorso nemmeno un giorno. Entrato a far parte, insieme alla madre Lady Jessica, dei Fremen, il popolo indigeno e ribelle del pianeta desertico (che, ricordiamo, è al centro delle contese geopolitiche intergalattiche per lo sfruttamento della cosiddetta spezia, risorsa, carburante vitale per il viaggio spaziale), l’ora duca e giovane Paul Atreides dovrà scegliere in che modo prendersi la sua rivincita sul dispotico clan Harkonnen, responsabile dell’infame congiura e dell’omicidio del padre per il controllo del pianeta. Imparare i trucchi e le strategie del popolo delle sabbie per diventare un semplice guerriero tra le loro fila? Oppure adempiere alla profezia e al disegno religioso tracciato, tra gli altri, proprio dalla madre, e diventare così il Messia di Dune, il sacro Muad'dib e Lisan al Gaib da tanti atteso, accettandone tuttavia anche i rischi e i risvolti più fondamentalisti e inquietanti?
Essendo la traduzione per il grande schermo della seconda metà del primo romanzo di Herbert, la seconda parte dell’operazione di Denis Villeneuve è in pratica la stessa, vecchia, ma anche vera storia di Dune, quella lungamente posticipata nel proemio del 2021. Al centro di tutto, vi è allora nientemeno che il racconto di formazione di Gesù Cristo. Di un ragazzo (ma anche di una madre e di una ragazza) che è chiamato a portare, sopportare, fare i conti col peso di un’eredità, di un destino, di una leggenda e, quindi, di una probabile idolatria, di un fanatismo potenzialmente distruttivo. E che, in quanto tale, segue tutti i passaggi rudimentali e archetipici del viaggio dell’eroe, se non dell’Eroe degli eroi. Dalle tentazioni del deserto ad una paventata rinnegazione, dalla morte alla resurrezione, fino ad arrivare alla rivelazione, alla prova suprema, all’ascesa e sublimazione in qualcuno o qualcosa che, chissà, potrebbe diventare in seguito un angelo caduto.
I parallelismi, così come gli iconismi cristologici, si sprecano e diventa chiaro, una volta per tutte, cosa Villeneuve, ormai immerso fino al naso nella psicotropa spezia narrativa di Herbert, intendesse fare (e intenda con un terzo capitolo lanciato dall’ennesimo cliffhanger e, purtroppo, da un’altra frase ad effetto, parimenti ridicola al “Questo è solo l’inizio” del primo film) con questa serie di adattamenti. Ossia, al di là di una riaffermazione e rivalsa della propria idea di evento cinematografico e blockbuster dopo il cocente flop del ben superiore Blade Runner 2049, riprendere e rivisitare il suo La donna che canta (Incendies), svestendolo degli abiti da intimo film d'autore e da festival e rivestendolo dell’allure, dell’opulenza sgargiante del kolossal, senza per questo rifuggire una natura da operazione di “design” tanto pulita quanto, a nostro avviso, opaca, diafana, monocroma.
Inutile specificare quanto difficile, quasi impossibile, sia oggi realizzare un film tanto lucido e compiuto sui fondamentalismi, sul potere religioso quale silente e insidioso tessitore delle storie e della Storia del mondo - sotto forma di parabole dogmatiche o bieca propaganda politica, tra divinazioni, miti, leggende, idoli (lì, appunto, “la donna che canta”, qui nientemeno che il Messia) -, nonché sulle geometrie, i cortocircuiti, le catene (d’odio), i riflessi familiari che ne diventano eccellenti espressioni e veicoli.

Purtroppo, se la si priva di questo pur sempre arbitrario rimando filmografico, quel che resta di Dune è una pellicola che, sì, dimostra, già dalla rifinita colonna sonora zimmeriana, una linea melodica, passionale, agile e disinvolta. Un'opera che, quasi seguendo l’insegnamento che Stilgar impartisce al giovane Atreides, sa quando divertirsi e abbandonarsi alla semplicità, alla derivatività spontanea, al carattere diretto, all’essenzialità dell’avventura, del testo adattato, oltre che del linguaggio filmico ed estetico (fino al bianco e nero del pianeta Harkonnen), senza strafare e sperticarsi in dietrologie e significati profondi. L’avventura, l’amore, la vertigine, l’azione in purezza, fini a loro stessi, “for the sake of it” come direbbero loro. O ancora, il bisogno di (far) vedere e quindi vivere Arrakis incondizionatamente.
Al contempo, però, Dune - Parte Due soffre dei medesimi problemi non soltanto del predecessore diretto, di cui arriva a ricalcare vizi di forma: come il misterioso personaggio di Anya Taylor-Joy, che subisce la stessa sorte toccata a Zendaya nello scorso capitolo, oppure, checché ne dica il suo autore, l’ineluttabile e diffusa verbosità nello storytelling di mondo, personaggi e avvenimenti (tant’è che molte volte, subito dopo aver fatto raccontare qualcosa a parole, si sceglie di mostrarla). Ma anche, con grande sorpresa, del tentativo sghembo, sfortunato, indimenticato (nel bene e nel male) di David Lynch, di cui ironicamente ricorre quest’anno il quarantesimo anniversario.
Avete letto bene: pur nascendo in un contesto produttivo del tutto antitetico a quello lì, questa seconda parte è penalizzata, in maniera grave, da una gestione dei tempi a dir poco inconcepibile per un progetto che, a differenza di quello del 1984, ha scelto di dividere il romanzo in due parti letteralmente per non ripetere lo stesso errore; così da disporre di tutto il tempo (ossia 5 ore!) per dar vita ad una trascrizione quanto più ponderata, fedele ed esaustiva. A mancare è invece proprio l’equilibrio tra i vari segmenti del racconto, disseminato di ridondanze e ripetizioni di concetti già espressi e cristallizzati nel primo capitolo, caratterizzazioni appena accennate e altre (come quella dello stesso Messia) scritte a tavolino e, anche per questo motivo, risibili, rapporti (soprattutto amorosi) che nascono dal nulla e si consumano (pudicamente, sia mai!) senza un vero trasporto, spunti di romanzo e sceneggiatura comodamente recisi o lasciati in balia dell’immaginazione dello spettatore, oltre ad un processo di worldbuilding e ampliamento degli orizzonti anche politici a cui tuttavia sembra sempre mancare qualcosa.
Di questo ritmo cedevole, imprevedibile e, di nuovo, sgrammaticato - complice inoltre un montaggio molto approssimativo e precario, per non dire grossolano e scarnificato, il quale crea una voragine incolmabile tra una meditabonda e immobile prima metà e una frettolosa e anticlimatica seconda -, tenta di tenere il passo un cast anch'esso rafforzato e ancor più altisonante. Nella fattispecie: un sempre amabile Timothée Chalamet che, per quanto interessante come nuovo(?) volto e corpo eroico fragile, quasi etereo eppure potentissimo, misura qui definitivamente i pregi e i limiti di credibilità del suo divismo; una Zendaya effettivamente presente e attiva ma sempre piatta e inespressiva; una Rebecca Ferguson ambigua e misterica che, da sola, con l'intensità del suo sguardo, tiene in piedi tutto il primo tempo. E ancora, un Josh Brolin e Javier Bardem relegati a funzionali comic reliefs, un Austin Butler sovraccarico che, salvo la scena di presentazione, interpreta quello che il Gorr di Christian Bale non è stato, riducendosi infine alla caricatura di un qualsiasi villain psicopatico; un Dave Bautista e Stellan Skarsgård al solito sprecati dietro incomprensioni divistiche; un criogenizzato e spaesato Christopher Walken; e una Florence Pugh e Léa Seydoux francamente superflue.

Tutto questo per dire che sì, qualche emozione, il film di Denis Villeneuve, potrà pure riservarla, ma solamente come reazione logica(?), chimica(?), matematica(?), allergica(?) a riuscite alchimie di interpretazioni, immagini e (soprattutto) musica. Eppure non è certo il brivido viscerale, il rapimento estatico, l’inebriante, totalizzante perturbamento o - stando alle parole e ai giudizi di molti - il nuovo Avatar, figurarsi tirare in ballo Il signore degli anelli.
Ecco: la rivoluzione termina, una volta superata l’atmosfera di Arrakis, e la novità in e di Dune - Parte Due è giusto un fatto cronologico: è il suo essere l’ultimissimo epigono di un modo preciso di intendere il cinema per le masse, del blockbuster del nuovo millennio o cosiddetto d’autore. Anche se l’impressione finale è “solo” quella di un buon blockbuster.
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