
THUNDERBOLTS*, riprendere (e riprendersi) dal proprio passato
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Thunderbolts*
USCITA ITALIA: 30 aprile 2025
USCITA USA: 2 maggio 2025
REGIA: Jake Schreier
SCENEGGIATURA: Lee Sung Jin, Joanna Calo, Eric Pearson
CON: Florence Pugh, Sebastian Stan, David Harbour, Wyatt Russell, Hannah John-Kamen, Lewis Pullman, Julia Louis-Dreyfus
GENERE: azione, fantascienza, fantastico, thriller, avventura, sentimentale
DURATA: 126 min
VOTO: 7+
RECENSIONE:
Thunderbolts*, 36° capitolo della lunga odissea Marvel, è senza ombra di dubbio anche il più oscuro, nero, dark. A firmarlo, il terzetto di menti dietro la diabolica serie Beef, coadiuvati dall'habitué Eric Pearson, i quali perseguono e proseguono la linea e i motivi di una seduta terapeutica, di autoanalisi aziendale già in filigrana a Deadpool & Wolverine. Si torna con i piedi per terra, tra le persone, nella speranza di piacere (e piacersi) di nuovo.
Paint it black. Inizia come abbiamo ormai imparato a conoscerla l’intro dei Marvel Studios che apre il sipario sulle avventure di Thunderbolts* di Jake Schreier, il 36° capitolo cinematografico della ultradecennale, smisurata, multiversale odissea supereroistica tratta dai fumetti della Casa delle Idee. Al solito, la scritta si anima con uno sfoglio di pagine di fumetti, il tema musicale monta, incalza, fino a quando tutto comincia pian piano a storpiarsi, distorcersi, collassare, virando infine al nero, in un silenzio tombale.
Basta questa scelta per inquadrare la pellicola che appunto vede per protagonista un improbabile team di super(anti)eroi. Rinnegati, assassini, ex-villain. Figli di dei minori, ma anche presenze di contorno, di rango inferiore, di minore importanza negli equilibri di un mondo che si estende al di là dei limiti reali, fisici, quantistici, o anche solo immaginabili. Seconde scelte, versioni “da discount”, di serie B, se non C, come vengono spesso definiti. Sacrificabili figuranti, altresì, di un disegno che si muove idealmente lungo ben altre orbite.
Loro sono: Yelena Belova, sorella “nella tragedia” della compianta Natasha Romanoff, alias Vedova Nera, che non ha finito di fare i conti (anzi!) con la scomparsa di quest’ultima; James “Bucky” Barnes, meglio conosciuto come Soldato d’Inverno, il membro v.i.p. di questa compagine, braccio destro, o sinistro (robotizzato), del Captain America che fu, anch’egli alla ricerca della propria strada e di una nuova dimensione. Ci sono poi Alexei Shostakov, il Red Guardian, padre putativo di Yelena, controparte russa del caro vecchio Steve Rogers; John Walker, già ufficiale della marina, nonché sostituto Captain America “per due secondi”, ora US Agent; e anche Ghost, al secolo Ava Starr, avversaria di Ant-Man e Wasp, criminale dal trascorso traumatico e mortifero che le ha donato l'abilità di poter smaterializzare il proprio corpo per qualche istante, diventare invisibile e passare attraverso gli oggetti; insieme ad Antonia Dreykov, nome in codice Taskmaster, figlia di un malvagio generale russo dotata di riflessi fotografici che le permettono di imitare lo stile di combattimento dei suoi avversari.
Infine c’è Bob, forse il più turbato e traumatizzato di tutti loro; anima pura, ingenua, se non proprio fanciullesca, dal passato oscuro che potrebbe nascondere un pericoloso e tremendo segreto.

Oltre a venire a patti coi propri demoni, col dolore e la vergogna per ciò che hanno fatto, coi delitti che hanno commesso, e la solitudine a cui li ha destinati la vita e/o le loro scelte, tutti loro verranno riuniti per pura e fortuita coincidenza dalla stessa contro cui dovranno misurarsi.
Per alcuni è il boss, per altri una minaccia alla stabilità dell’America e agli equilibri dell’intero pianeta - ora che "gli Avengers non sono disponibili". Per altri ancora, è semplicemente la Contessa Valentina Allegra de Fontaine (il nome è importante, come pure l’attrice che la interpreta: un’eccezionale Julia Louis-Dreyfus, in aperto rilancio della sua Selina Meyer, mai dimenticata vicepresidente della serie Veep, capace grazie alle sue abilità e alla sua vis comica, quando non grottesca, di fare suo un personaggio altrimenti polveroso). Un tempo direttrice della CIA, quest'ultima è oggi leader di un’organizzazione che conduce esperimenti tutto fuorché etici e missioni ombra, operando in nome della sicurezza degli States, ma in verità utili giusto per esaudirne le mire di potere e controllo. Una sorta di perfida e sordida variante di Nick Fury, in poche parole.
Ad ogni modo, tralasciando quel che racconta (ergo il suo essere un sequel non dichiarato di Black Widow, a partire da alcuni nomi nel team creativo, o a giudicare dalle proporzioni narrative, senza dimenticare la presenza significativa di Scarlett Johannson come produttrice), dove e come si posiziona quindi all’interno del più grande mosaico supervisionato da(l direttore creativo) Kevin Feige; Thunderbolts* si propone fin dai primissimi istanti, come sopra, quale passo più oscuro, nero, dark di tutta la maratona marvelliana, prendendo le mosse, per quanto inverosimile possa suonare, da uno dei suoi inserti viceversa più divertiti e scanzonati.
Il riferimento è al penultimo Deadpool & Wolverine, prima incursione nel canone Disney dell’iconico mercenario chiacchierone di Ryan Reynolds e del mitico artigliato di Hugh Jackman. Una pellicola che dietro tutta l’ironia distruttiva e irrefrenabile rispondeva ad una filosofia ben chiara: distruggere, prendersi in giro, col sogno di (ri)nascere prima o poi.
Il medesimo mantra è riadottato e riadattato dai Marvel Studios (nelle veci e nelle volontà dei co-sceneggiatori Lee Sung Jin, Joanna Calo e dall’habitué Eric Pearson) in quest’ultima fatica, che al contempo, come nume tutelare, ha e addirittura cita Kierkegaard, quando diceva che la solitudine non è semplicemente assenza di compagnia, ma uno stato essenziale in cui l'individuo si confronta con la propria interiorità e con la responsabilità della scelta. Alla fin fine, infatti, si tratta sempre di una lotta con i nostri mostri: interni, intestini, interiori.

Laddove però la logica digressione politica, il dialogo allegorico con la contemporaneità (e quindi: il populismo sfrontato, paradossale di accezione trumpiana, l’alibi del fine che giustifica i mezzi, dell’immoralità e disumanità in favore della sicurezza da pericoli estranei, di stati canaglia, il pericolo delle tecnocrazie, il disprezzo per gli ultimi e gli emarginati) vengono congedati con troppa facilità, d’altro canto, esattamente come il film di Shawn Levy, anche Thunderbolts* persegue (e prosegue) la linea e i motivi di una seduta terapeutica, di autoanalisi aziendale su quel che è stato, che avrebbe potuto e che può (e potrà) essere ancora “fino a 90 anni”.
“C’è qualcosa che non va in me. Un vuoto. Un grande vuoto”, ci confessa Yelena nella sua prima entrata in scena. La propria condizione - condivisa con tutti coloro sopra presentati e che diverrà poi simbolicamente il vero nemico contro il quale saranno chiamati a unire le forze - risuona in realtà di quella (generale) di un progetto editoriale che, una volta raggiunto il suo climax (ossia il dittico Avengers: Infinity War ed Endgame), l’apogeo di sforzi, in un certo senso, rivoluzionari - per un’industria, un cinema, un intero immaginario, per il concetto stesso di cultura pop -, si è ritrovato ed evidentemente non è riuscito, proprio come i suoi personaggi, a ridefinirsi. A ritrovare un senso preciso, una dimensione adeguata, un nuovo spazio vitale, un equilibrio interessato da numerosi stravolgimenti. Ad affrontare con serenità e chiarezza, una nuova versione di sé che ciononostante pare non poter prescindere dalla grandezza, dai fasti e dai volti della propria storia. Dalla consapevolezza del tempo che passa, anche per coloro che un tempo sembravano invincibili e che ora paiono in balia di una sconfitta cosmica, atavica, inevitabile.
Con l’unica differenza che, se in Deadpool & Wolverine questa presa di coscienza veniva accordata agli umori di Reynolds e della sua maschera - assumendo le sembianze di un making-of sovra-esposto e giocattolone puerile, orgasmica spirale e testosteronica preghiera nerd -, qui vi è un netto cambio di marcia, con Marvel sull’orlo del baratro (specie dopo i flop di The Marvels e dell’ultimo Captain America) che si sveste di tutto il superfluo, lo sgargiante, il fantasmagorico, e torna con i piedi per terra, tra le persone, nella speranza di piacere loro (e piacersi) di nuovo. Tutto sommato, checché ne dica la nostra Yelena, è (anche) "un’operazione di marketing”.
E di nuovo fa capolino il pensiero (e il temperamento) scandinavo di Kierkegaard, il quale sosteneva che “la vita può essere capita solo guardando indietro” e che siamo noi “a creare i nostri valori”. Ecco allora che Schreier & co. recuperano e combinano assieme le formule rodate di Suicide Squad (squadra di soldati sacrificabili e psicolabili) e Guardiani della Galassia (squadra di infeltriti e scalcagnati freaks), una variante più addomesticata (nonostante il primato della controparte fumettistica) di Homelander, il dio schizofrenico, l’anti-Superman di The Boys, le stanze della mente, i flashback allestiti, i traumi (ri)messi in scena, scenografati come in WandaVision.
Tutte cose che contribuiscono purtroppo a certificare il più grande ed evidente (in primis a chi sta dietro la macchina da presa e tira i fili) limite di un universo incapace di dettare il proprio orizzonte estetico ed immaginifico rimanendo immune dalla derivazione; alimentato a nostalgia, memorabilia, citazioni, del tutto ossequioso nei confronti di vecchie glorie. Uno che, ad ogni modo, adora circondarsi delle vestigia di questo passato ormai museale, lasciarsi assediare da fantasmatiche sovrimpressioni di un mondo fa, e pervadere - talora a buon rendere - dallo spirito e dal sapore di quelle imprese e di quel modo old-school di intendere e vedere il cinefumetto.

A questa confortevole sensazione di déjà vu, di homecoming, si affianca però il tentativo di scardinare le regole tipiche dei prodotti Marvel. Di cui si mantengono invero la comicità distintiva e il tessuto mitopoietico, a fronte però di un’impalcatura filmica che, con la complicità di alcune scelte di scrittura (in particolare modo, nella gestione del terzo atto e nella revisione del classico showdown), sperimenta col tono e le potenzialità del racconto, inoculando un’idea che potremmo definire “elevated”. In tal senso, all’azione si preferisce sistematicamente il dialogo, ai muscoli la parola, alle fragorose deflagrazioni di palazzi e veicoli, le silenti, strozzate esplosioni dell’animo.
Lo spettacolo è insomma al servizio della psicologia, della sinergia, dell’affiatamento di questa scalcinata squadra, nonché della credibilità dei suoi interpreti, anch’essi seconde scelte per quella stessa industria, ma alfine le migliori possibili: da un'ottima Florence Pugh ad un, seppur sacrificato ma memorabile, Sebastian Stan, da un esilarante David Harbour ad un Lewis Pullman in un ruolo di svolta. L’intento, come dichiarato dagli stessi autori, è quello di avvicinarsi al lavoro e alla visione di rilettura, rimodulazione e riduzione del genere care ad A24, a cui si può attribuire proprio questo connubio di intensità emotiva e caratterizzazione cruda, messo in risalto talvolta a discapito di una narrazione acuta, disinvolta, brillante.
Dunque, su direttive di Schreier, Sung Jin e Calo (terzetto di menti dietro la diabolica serie Beef), la fotografia ferrigna e livida di Andrew Droz Palermo, in sintonia con l’interiorità dei personaggi, il montaggio sobrio di Harry Yoon e Angela M. Catanzaro, la notevole colonna sonora della band Son Lux - (non a caso) già candidati all’Oscar per le musiche del successo indie Everything Everywhere All At Once - fanno di Thunderbolts* un’operazione che, malgrado tutti i residui di anamnesi, può dirsi nuova e fresca.
(Una conferenza stampa che ridiventa) un punto di (ri)partenza(, questa volta) verso una nuova fase carica come non mai di promesse. Riprendere e riprendersi dalle cose semplici, dal riuscire a sollevare tutti insieme i detriti, le rovine, le macerie della storia (recente), per tornare molto presto a toccare le stelle. “Nothing's Gonna Stop Us Now”.
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