
SPIDER-MAN: BRAND NEW DAY offre alla Marvel un'altra scarica vitale
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Spider-Man: Brand New Day
USCITA ITALIA: 29 luglio 2026
USCITA USA: 31 luglio 2026
REGIA: Destin Daniel Cretton
SCENEGGIATURA: Chris McKenna, Erik Sommers, Justin Kuritzkes
CON: Tom Holland, Zendaya, Sadie Sink, Jacob Batalon, Jon Bernthal, Tramell Tillman, Michael Mando, Mark Ruffalo, Marvin Jones III, Liza Colón-Zayas
GENERE: azione, fantascienza, avventura, drammatico, commedia
DURATA: 145 min
VOTO: 7-
RECENSIONE:
Ritorno alle origini e bisogno di rinascita. Spider-Man: Brand New Day riporta Peter Parker alle strade di New York, alla solitudine e al peso della maschera, in un nuovo racconto di formazione che prova a riconnettere l’eroe più umano della Marvel con la propria essenza. Un capitolo più intimo e "grounded" che concepisce l'emozione nel suo senso etimologico, sospeso tra la necessità di ritrovare sé stessi e quella, più ampia, di una saga in cerca di una nuova identità.
Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Questo ormai lo sappiamo. E lo sa anche Peter Parker. O, meglio, i Peter Parker. Ogni Peter Parker. Tutti i Peter Parker, anche quelli che magari non lo sono di nome, ma lo sono di fatto.
Di nome e di fatto lo è quello di Terra-616, lo Spider-Man – o forse è il caso di dire Spider-Boy – titolare del multiverso cinematografico Marvel, sopravvissuto alla catastrofica crisi che ha fatto collidere mondi e realtà parallele, costringendolo, proprio per questo, ad una specie di oblio, all'ombra, ad una forma di parziale reset. A fare in modo, cioè, che il mondo intero – fra cui i suoi affetti più cari – continui sì a ricordarsi dell'eroe, a discapito dell'identità e di tutti i ricordi legati al ragazzo, ora uomo dietro la maschera. Diventava un super-nessuno importantissimo per molti (senz’altro per qualsiasi newyorkese che si rispetti), eppure sconosciuto e misterioso ai più, il nostro Peter alla fine del multimiliardario Spider-Man: No Way Home, che metteva il punto e l’accento proprio su quell'idea e quel tipo di responsabilità che hanno accompagnato il personaggio fin dai suoi natali fumettistici.
Quel che però il nostro amichevole ragno di quartiere non sa ancora è che quegli stessi poteri, sempre più grandi, non possono prescindere da dolori, turbamenti, traumi, da un senso di isolamento e abbandono (ai limiti della depressione) probabilmente ancor più grandi e forti.

Ebbene, è da questo ampliamento dell’immancabile, mitica, logora(?) massima di zio Ben (o chi per lui) che (ri)parte questo sequel diretto, non a caso intitolato Spider-Man: Brand New Day. Difatti, come spesso capita, è (anche un reboot, un rilancio,) un nuovo inizio, un nuovo giorno, una nuova alba, questa quarta avventura “solista” del Peter Parker portato in scena da Tom Holland, nonché 38° tassello di un disegno Marvel non più grandioso, invincibile, sconfinato come un tempo, anch’esso in cerca - dopo i passi falsi (siano essi in termini qualitativi e/o quantitativi) di Captain America: Brave New World, Thunderbolts* e I Fantastici Quattro - di un rinnovato equilibrio, di una nuova dimensione e di una spinta propulsiva verso gli ostacoli del presente e gli ostacoli del futuro.
Una posizione che - a volerla leggere e porre in un'ottica metatestuale e autoriflessiva - non è poi tanto distante da quella in cui si trova e ritroviamo il nostro Peter nelle primissime fasi di questo suo Brand New Day. Egli conduce invero una vita del tutto solitaria, asociale, votata esclusivamente, maniacalmente, a tratti in maniera quasi monacale, al proprio mestiere; a quella continua e costante lotta al crimine che, in questo preciso momento della propria esistenza, funge da comodo rifugio, strumento di evasione, strategia di sopravvivenza emotiva, spazio di decompressione, o ancora palliativo dell’insopprimibile tristezza successiva e conseguente alla perdita fisica di zia May e umana della fidanzata MJ e dell’inseparabile amico Ned.
Il tasso di delinquenza tra le strade di New York è ai minimi storici, ma ad ogni colpo e lancio di ragnatela contro quello o quell’altro nemico Peter perde un pezzo di vita. Anzi, potremmo dire, con ben poca novità e ancor meno stupore, che la sua principale nemesi sia, in fondo, proprio Spider-Man: quella maschera, quel simbolo gioioso, vitale, energico che indossa e perpetua quotidianamente, quando invece avrebbe soltanto “bisogno di contatti reali”, come gli suggerisce la fida detective Jean DeWolff. È quella cosa bigger-than-life che rischia di trasformarsi nella sua stessa prigione, di rinchiuderlo – non solo letteralmente – dentro un bozzolo. E che, all’improvviso, arriva a presentargli il conto, attraverso strane e pericolose mutazioni genetiche.
Inevitabile, e in fondo voluto, il rimando all’intramontabile cortocircuito alla base di ogni grande storia di supereroi. E quindi, in senso più ampio, dell’umanità nella sua rappresentazione più essenziale. Il conflitto tra noi e la maschera, tra l’identità nascosta e quella pubblica. Tra il proverbiale dottor Jekyll e il parimenti celebre Mr. Hyde, la nostra parte più oscura, inquietante, adulta, spesso anche la più ingombrante e distruttiva. Una parte, una trasformazione, un cambiamento che non può però essere semplicemente nascosto, represso o persino estirpato, perché il tentativo di eliminarlo rischierebbe paradossalmente di cancellare proprio ciò che ci rende noi stessi. Peter Parker non deve pertanto sconfiggere il proprio alter ego, ma impedire che quest’ultimo prenda completamente il sopravvento, ricordando a sé stesso che dietro la maschera esiste ancora una persona fatta di fragilità, desideri, affetti, paure e di tutto ciò che compone il canovaccio, imperfetto e imprevedibile, della vita.
Essere sé stesso è forse la sua (e la nostra) più grande responsabilità. E proprio il non riuscire mai davvero a separarsi dal proprio potere - perché quel potere coincide ormai con la sua stessa identità - rappresenta la tragedia più profondamente umana della creatura nata all’inizio degli anni Sessanta da Stan Lee e Steve Ditko.

Sono queste alcune delle consapevolezze – insieme a quella secondo cui “solo perché abbiamo perso qualcosa, non significa che dobbiamo cavarcela da soli” – a cui giungerà il nostro nell’ennesimo ed eterno racconto di formazione che sta al cuore del copione firmato dai ritornanti Chris McKenna ed Erik Sommers, con l’apporto del Justin Kuritzkes di Challengers e Queer. Tocchi, pennellate sostanziali, abbastanza evidenti nelle sequenze di dialogo, più intime e nei risvolti più sottilmente psicologici di questa storia, che segna invero il passaggio definitivo dello Spider-Man di Holland all’età adulta, ma che allo stesso tempo vuole riportare il superhero movie o cinecomics ad uno stadio, ad un livello “basale”.
Si torna quindi agli inizi, più precisamente tra le strade di una New York tra albe e crepuscoli, più a contatto col tessuto urbano e metropolitano - che non con le galattiche distese e le infinite possibilità del multiverso che nondimeno sono previste nell’immediato futuro di Peter. Un cambio di approccio che si combina programmaticamente con una (sospirata) sostituzione dietro la macchina da presa. Dopo essersi fatto notare con il dramma processuale Il diritto di opporsi ed essere entrato nelle grazie di Kevin Feige & co. grazie al successo di Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli e della serie Wonder Man (quest'ultima, tra i prodotti più riusciti tra quelli recentemente usciti dalla catena marvelliana), Destin Daniel Cretton, accompagnato dal sodale direttore della fotografia Brett Pawlak, non deve faticare troppo per cancellare il già sbiadito ricordo di Jon Watts.
Pur con una regia a passo felpato ma sicuro, priva di frizzi e lazzi superflui, organizzata e progettata quale sintesi anche feticistica della precedenti interpretazioni ragnesche, riesce infatti a regalare a questo Spider-Man una gravità inedita e a spingerlo in territori inesplorati, trattenendo e bilanciando nel suo lavoro le due anime imprescindibili del personaggio. Da un lato, c'è quella più acrobatica, funambolica, spettacolare e intrinsecamente supereroistica, alla quale affianca – come già in Shang-Chi – suggestioni e influenze del cinema orientale, mutuando al contempo idee, soluzioni e dinamiche visive di matrice videoludica (il rimando, peraltro dichiarato, è ad Insomniac Games e alle sue tre avventure dedicate all’Uomo Ragno). Dall’altro, si fa strada l’introspezione, l’emozione, il lavoro di caratterizzazione del personaggio, che Cretton integra e traduce visivamente attraverso soggettive, piani irreali e, più in generale, un uso della macchina da presa sempre finalizzato ad immergere letteralmente e idealmente lo spettatore nel dramma, nelle inquietudini, nei pensieri, nelle zone d’ombra e nella psiche dell’eroe.
Questo suo taglio trova il proprio culmine esemplare nelle semplicissime sequenze di dondolio e attraversamento della città: momenti tanto scenografici quanto meditativi, in cui il movimento stesso di Spider-Man diventa occasione di riflessione e sospensione emotiva. Una vertiginosa materializzazione dell'emozione nel suo significato etimologico di e-movere: muovere fuori, portare alla luce ciò che ribolle dentro.

Quegli stati d'animo trovano poi il loro naturale compimento nell'interpretazione di chi questo ruolo lo abita ormai dentro e fuori dal grande schermo. Mai a tal punto coinvolto in una riflessione metatestuale sugli oneri e sugli onori dell'essere – in tutto e per tutto, ovunque e comunque – Spider-Man, Tom Holland riabbraccia costume e maschera con rinnovata convinzione, senso di gratitudine e trasporto, offrendo forse la prova di maturità prevista nel quasi coevo Odissea di Christopher Nolan. Ma con una differenza sostanziale: se là si trattava di scoprire un eroe relativamente nuovo, qui si assiste al ritorno del medesimo, finalmente riconciliato con il peso e il privilegio di esserlo.
Specie in duetto con una Zendaya in preziosa ed efficacissima sottrazione (ma non sono da meno Jacob Batalon, Jon Bernthal, una magnetica Sadie Sink e la sempre splendida Liza Colón-Zayas), la sua prova – di fisico e sentimento – rappresenta da sola il ricordo migliore e più felice di un film che, nonostante tutto, non riesce a farsi ricordare fino in fondo. Che paga altresì lo scotto della propria economia drammaturgica: una scelta che, malgrado una riuscita elaborazione, amplificazione ed estensione dello spirito ragnesco addirittura a personaggi estranei, forestieri al canone stretto del Tessiragnatele, entra ben presto in conflitto con un intreccio che si sfilaccia via via e un mondo diegetico saturi, affollati di presenze, figure e traiettorie narrative che paiono rispondere più a esigenze produttive e a necessità di varia natura – soprattutto legate alla macrotrama e agli equilibri di un universo in piena (e altrettanto nuova) fase di rilancio, ridefinizione e ricerca di equilibrio – che ad un autentico bisogno filmico.
Così, proprio nel momento in cui cerca lo spazio per riscoprire la dimensione più umana e terrena di Spidey, ponendosi in un certo senso quale opera gemellare del già citato Thunderbolts*, la pellicola finisce talvolta per essere risucchiata dalla stessa macchina di cui fa parte, apprezzabile più per ciò che prova a essere, che non per ciò che riesce in fin dei conti ad imprimere.
Insomma, come direbbe qualcuno (o qualcuna), Spider-Man: Brand New Day è una "patata piccola" (ma comunque saporita) nel grande schema multiversale delle cose. E forse basta così. Basta la buona dose di intrattenimento garantita da un lungo (e pure troppo) episodio di transizione di una serie televisiva senza fine e ormai sempre più povera di discorsi interessanti, per (ri)animare e dare un’altra scarica vitale ad un filone visibilmente logoro. Forse basta rendere e ridurre il cinema ad una versione dinamica delle tavole a fumetti. O semplicemente tornare a prendere contatto con il corpo, l’anima, il DNA dell’unico (o dell’ultimo?) supereroe capace di sembrare ancora autenticamente vivo, ancora profondamente umano.
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