
VENEZIA 81
QUEER di Luca Guadagnino - La recensione
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Queer
REGIA: Luca Guadagnino
SCENEGGIATURA: Justin Kuritzkes
CON: Daniel Craig, Drew Starkey, Lesley Manville, Jason Schwartzman, Andra Ursuta, Michael Borremans, David Lowery
GENERE: drammatico, sentimentale
DURATA: 135 min
In concorso alla 81ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia
VOTO: 8.5
RECENSIONE:
Imprevisto lato-B di Challengers, Queer adatta il romanzo di culto di William S. Burroughs più profondamente di quanto si penserebbe. Forte di un Daniel Craig alla sua miglior prova e di un comparto tecnico coeso e coerente, Luca Guadagnino parte dalle radici del proprio cinema per far riaffiorare la paternità dell'opera, aprendo una soggettiva ossessiva, labirintica, disincarnata che si estende oltre lo spazio e il tempo. Del cinema, del desiderio e del caos che abbiamo dentro.
Stiamo ancora parlando di sesso? È con (la storpiatura di) una delle più fortunate battute di Challengers che iniziamo a parlare di Queer, il nono lungometraggio di Luca Guadagnino che arriva in concorso all’81° festival di Venezia, a più di un anno di distanza dall’effettiva fine delle riprese. Laddove, infatti, nel precedente film il tennis fungeva da allegoria (delle regole) del desiderio, facendosi presto dimensione altra, metafisica, fatta di geometrie interpersonali, di legami che superano la profondità e la verità dell’atto sessuale; in quest’ultima fatica del regista palermitano - strettamente ed imprevedibilmente legata, pertanto, a quella storia, alla stregua di un suo lato B - quello stesso desiderio e, di conseguenza, la sua espressione fisica definitiva, la sua climatica consumazione: il sesso; si fanno veicoli a loro volta.
Non a caso Challengers e Queer condividono il medesimo sceneggiatore (oltre alla quasi totalità del team tecnico), Justin Kuritzkes, al quale Guadagnino affida la traduzione di un qualcosa ritenuto infilmabile fino ad ora. Il riferimento è ovviamente all’omonimo e censuratissimo romanzo di William S. Burroughs - anch’esso seconda parte, ma di un trittico ideale aperto da Junkie e completato dal capolavoro Il pasto nudo.
Un libro complesso, Queer, al pari della sua storia editoriale. Scritto nel 1952 - in preda ad un delirio, alimentato a sensi di colpa, droghe, alcol e sesso occasionale, nello stesso periodo in cui l’autore soggiornava insieme all’amico e collega Jack Kerouac -, il manoscritto sarebbe stato rimaneggiato più volte, per non dire violentato, salvo poi venir pubblicato (incompleto) solo nel 1985, a causa del contenuto ritenuto troppo scandaloso e controverso, e di un tema spinoso come l’omosessualità, proposta fin dal titolo e trattata in maniera approfondita, grafica ed esplicita, come (quasi) mai prima d’allora.
Leggere Queer vuol dire sperimentare un’esperienza inquietante e ammaliante allo stesso tempo, agghiacciante ma irresistibile. Parliamo di un’opera che risucchia nelle sue pagine ancora oggi, per la natura caotica e la visceralità che vi si può rintracciare sotto la superficie. “Rigorosamente personale e vivacemente personale”, autobiografica come tutti gli scritti dell’autore: “una storia in apparenza realistica che si abbandona alle più sfrenate fantasie [...] strana in tutti i sensi possibili, e al tempo stesso, rivelatrice e imperscrutabile; un precoce imbarazzo di autofiction; lo scrigno di un segreto rimasto sepolto per trent’anni (quella della morte della moglie Joan Vollmer per mano dello stesso Burroughs); la dedica per un giovane amante che lo aveva rifiutato; un esorcismo di tutte le voci che abitano la sua mente, demoni ereditati per censo o per cultura” [Oliver Harris, Adelphi, 2010].
Tutte accezioni, valori aggiunti e risvolti profondi che Guadagnino - per sua stessa ammissione, appassionato cultore e conoscitore di Burroughs fin dall’adolescenza - riesce sorprendentemente a condensare in questo adattamento. Uno di quelli che mostrano (per non dire insegnano) come la carta stampata può diventare immagine o, ancor meglio, eccezionale materia cinematografica, specificando cionondimeno che è necessario prendersi degli enormi rischi per farlo.
In tal senso, Queer è un film scandaloso (anche se non per il motivo che credereste), ma è anche e soprattutto uno sforzo che riesce ad essere filologico, pur mantenendo una personalità ben precisa. La storia di William Lee - americano sulla soglia dei quaranta, espatriato a Città del Messico per problemi di droga -, delle sue giornate passate a girovagare e passare da una bettola all’altra - tra cafè, ristoranti, gay bar, nel tentativo di "agganciare" qualcuno - e della sua infatuazione per il giovane Eugene Allerton; contiene invero moltissimi punti di contatto e richiami al cuore pulsante della filmografia di Guadagnino. Alle ossessioni verso cui si è continuamente spinto nelle sue pellicole. A partire, appunto, dal desiderio: quella logorante smania che il più delle volte produce solo dolore e delusione (come sa bene Elio Perlman di Chiamami col tuo nome, di cui Queer è, in pratica, un ribaltamento di prospettiva); fino ad arrivare al corpo, che può comunicare, rivelare, esprimere, interpretare quella fantasia inspiegabile altrimenti, ma che può tramutarsi con facilità in una gabbia. In una maledizione che conduce goduriosamente, estaticamente, sensualmente, all’autodistruzione (qualcuno ha detto Bones & All?).

Quel che il cineasta fa è dunque riannodare tutti questi fili del suo cinema, affrontando di nuovo - e, come sopra, alla maniera di Challengers - le correlazioni e profondità tra desiderio (e sesso) e corpo, come specchio angosciante, conturbante, puramente horrorifico di una condizione esistenziale, individuale che si fa collettiva. Di un mal di vivere, di una trafelata rincorsa dell’amore o, meglio, di una versione sfuggente, fredda, giovane, migliore(?) di sé stessi. Dei tormenti, insomma, che affliggono, disincantano e disincarnano William Lee. E che - va da sé - insediavano William S. Burroughs, al quale Guadagnino concede un teatro (di posa) della mente, poi riempito di arte (specie della pittura metafisica di De Chirico) e di cinema: dal sintomatico Orfeo di Jean Cocteau, passando per un sentito omaggio a Scarpette rosse, L’occhio che uccide e(rgo) al cinema “totale” e al melodramma classico di Michael Powell ed Emeric Pressburger, fino a derive oniriche e allucinatorie sperse fra Kubrick e Lynch.
Tuttavia, non è solo questa la ragione per cui Queer è un pezzo di cinema allo stato puro. È d'uopo quindi citare un Daniel Craig inedito, impegnato nella prova più intricata e oscura della sua carriera, l’impareggiabile chimica che vige tra quest’ultimo e un Drew Starkey “disegnato” sulla china stellare di Timothée Chalamet, la fotografia di un Sayombhu Mukdeeprom che si fa di nuovo espressione grafica delle traiettorie del desiderio, il montaggio di Marco Costa che - pure nell’evidenza dei tagli e del molto materiale sacrificato - permette di percepire l’intimità del protagonista, le musiche di Trent Reznor e Atticus Ross che, dal canto loro, dotano ulteriormente la pellicola della giusta cifra straniante e lisergica.
Forte di tutti questi elementi (di cui si evidenzia precipuamente l’artificio), Guadagnino e Kuritzkes si immergono allora nell’opera di Burroughs, sperimentano col linguaggio cinematografico come si sperimentava con la forma nella controparte cartacea, col fine ultimo di farne affiorare - in maniera sublime, bisogna dirlo - la paternità. Non solo onorandone l’eredità, ma rivelandolo, una volta per tutte, come vero soggetto e solo protagonista del(riflesso del)la propria opera. “Finendo” il romanzo. E permettendo infine a(lla storia di) Queer di (ri)aprire una porta, uno sguardo, due cuori (di tenebra), una soggettiva ossessiva, labirintica, disincarnata che si estende oltre lo spazio e il tempo. Del cinema, del desiderio e del caos che abbiamo dentro. “Vieni come sei”, cantano intanto i Nirvana...
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