
JUMPERS, un salto tra gli animali, un passo a lato per Pixar
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Hoppers
USCITA ITALIA: 5 marzo 2026
USCITA USA: 6 marzo 2025
REGIA: Daniel Chong
SCENEGGIATURA: Jesse Andrews, Daniel Chong
CON LE VOCI DI: Piper Curda, Lila Liu, Bobby Moynihan, Jon Hamm, Meryl Streep, Dave Franco, Tecla Insolia, Giorgio Panariello
GENERE: animazione, commedia, avventura, fantascienza
DURATA: 105 min
VOTO: 7-
RECENSIONE:
Con Jumpers, trentesimo lungometraggio Pixar, la casa di Emeryville mescola fantascienza, ecologia, commedia e ambizioni da high concept, saltando tra corpi (cinematografici), mondi e stili diversi in una miscela bulimica e delirante. Purtroppo però, nonostante qualche barlume di invenzione e una certa dose di coraggio, la pellicola si affida spesso e volentieri a semplificazioni e forme già viste, risultando alfine tra le opere più derivative e meno fantasiose della fucina di Pete Docter.
Un mondo microscopico. Un mondo sotto qualcosa, sia esso il letto di una cameretta, la terra, l’acqua, il cielo. Un mondo di lato, appartato. Un mondo altro. O, più semplicemente, il nostro mondo (sempre e comunque) trasfigurato per raccontare i grandi sentimenti e i massimi sistemi che governano l'agire, il pensare, il vivere di tutti. Per provare a iniettare, a suscitare un’empatia che qui sembra non avere più cittadinanza; ormai (soltanto) aliena. Per parlare di diversità e xenofobia rivolgendosi a qualcosa — o a qualcuno — che non è che il nostro limpido e chiaro riflesso. Per inventare, escogitare — nel senso etimologico di “tirare fuori” da dentro di noi — una forma, un disegno capaci di sconfiggere o, quantomeno, di governare i luoghi più oscuri dell’animo. Ciò a cui spesso finiamo per arrenderci perché appare inevitabile, inesorabile. Come, ad esempio, la rabbia, la tristezza, persino la depressione. Il tempo. La morte.
Se con queste righe, in maniera forse ingenerosa e fin troppo sinottica — lo riconosciamo — abbiamo tentato di riassumere grossomodo la poetica, la filosofia che da 40 anni tondi tondi guida ogni creazione fuoriuscita dalla fucina Pixar (e, per forza di cose, anche Disney), ebbene, il suo ultimo ritrovato, Jumpers – Un salto tra gli animali, 30° lungometraggio nonché esordio cinematografico del regista statunitense di origine singaporiana (made in Cartoon Network) Daniel Chong, sembra provarci con ancora maggiore fervore e ostinazione.

Difatti, parrebbe essere proprio l’estrazione, la distillazione e il perfezionamento di una sorta di formula tipicamente, puramente pixariana lo scopo principale prima nell’immaginare e animare, poi nel co-scrivere e mettere in scena la storia della giovane Mabel Tanaka: appassionata, infaticabile, irruente cittadina della fittizia Beaverton, che dedica ogni singola briciola del proprio tempo alla causa animale ed ecologista. Una battaglia che la porta a scontrarsi ripetutamente, in pieno stile Don Chisciotte, con l’implacabile sindaco (trumpiano?) Jerry Generazzo, il quale - del tutto sordo e indifferente alle idee, alle parole e alle proteste della ragazza - è alle prese con la distruzione e deforestazione di acri di terreno boschivo per costruire una superstrada che farà risparmiare ben “quattro minuti” agli abitanti di Beaverton.
Quella che un tempo era la patria dei castori (ormai fuggiti altrove) rischia così di trasformarsi definitivamente in un mostro di cemento. Alla disperata ricerca di sostegno e firme per una petizione destinata con ogni probabilità a restare lettera morta, Mabel (la voce italiana è di una sempre più brava e versatile Tecla Insolia) si imbatte per caso in una scoperta sensazionale che coinvolge la sua docente universitaria, la dottoressa Samantha “Sam” Fairfax. È lei l’artefice di un programma — soprannominato Jumpers — che consente alla coscienza umana di “saltare” all’interno del corpo robotico, ma sorprendentemente verosimile, di un clone animale, permettendo così di sperimentare la vita di quella specie e studiarla da vicino.
La combattiva ambientalista non ci pensa due volte: sottrae rocambolescamente uno di questi esemplari dal laboratorio e si inoltra nel cuore della foresta, decisa a prendere contatti con gli animali, unire le forze con loro e ribellarsi alle mire del potere umano…

C’è davvero (di) tutto nel tratteggio di Chong e del romanziere Jesse Andrews (già dietro la sceneggiatura di Luca): gli echi autobiografici e familistici dell’ultimo corso pixariano — quello che comprende, accanto alla fiaba estiva su sfondo ligure di Enrico Casarosa, anche Red ed Elemental —; i quesiti etico-morali, antropologici, sociali e politici sollevati da tematiche fatalmente urgenti come, appunto, l’ecologismo e la responsabilità collettiva nella salvaguardia di habitat ed ecosistemi, dunque del nostro pianeta. E, di conseguenza, il confronto con un’alterità — contraddistinta da un utopico ma pur sempre impacificato principio di inclusione e convivenza — assunta come espediente privilegiato per parlare, in controluce, di noi stessi.
Ma c’è anche la vertigine fantascientifica di automi ed esperimenti scientifici, la grande tradizione del cinema di genere, un’idea quasi primigenia di commedia — tra gag brillanti e basilare slapstick —, l’azione più scalmanata, e quella consueta, sapiente alchimia tra avventura e romanzo di formazione. E ancora quell’abilità ormai quasi industriale nel tradurre concetti astratti e questioni politiche in figure, mondi e meccanismi immediatamente accessibili, senza per questo rinunciare ad un certo tasso simbolico.
Jumpers sembra in sostanza nascere proprio da questa stratificazione: un soggetto high-concept che diventa rapidamente dispositivo empatico, macchina narrativa capace di ribaltare prospettive e gerarchie. Perché abitare davvero il corpo dell’altro, anche solo per un tempo limitato, significa inevitabilmente rimettere in discussione la posizione da cui guardiamo il mondo. Ed è qui che il film trova la sua traiettoria più scoperta: nel tentativo di tradurre le battaglie di Mabel non tanto in un discorso ideologico quanto in un’esperienza sensoriale e percettiva. Non difendere la natura in astratto, da distanza di sicurezza, bensì imparare a guardarla — letteralmente — con altri occhi, respirarla con altri polmoni, muoversi ai suoi ritmi e con i suoi pericoli.

Una prospettiva che, sulla carta, sembra amplificare la vocazione storica dello studio di Emeryville, per cui il fantastico è sempre (stato) il modo più diretto per (tornare a) osservare, ascoltare, interrogare quietamente il reale.
Peccato che, pur avendo a disposizione le proverbiali chiavi del luna park, Chong e soci finiscano spesso per ripiegare — o, peggio, per accontentarsi — degli elementi più a portata di mano: i più facili, i più confortevoli, i più immediatamente intuitivi; in un alternarsi di scelte di scrittura e figurazione effettivamente ispirate, talora persino fulgide, e stonature abbastanza evidenti. Semplificazioni che guastano e addomesticano - in nome dei soliti buoni sentimenti e di modeste ambizioni da prodotto per famiglie - i margini potenzialmente più spigolosi di un racconto che pure lascia intravedere un lato inaspettatamente violento. Non manca peraltro una certa dose di coraggio nel rappresentare in maniera diretta, senza troppi filtri, situazioni francamente dark, e nel far percepire e riaffiorare con regolarità quel senso incombente, persistente, ineludibile di morte.
Eppure tutto finisce per sciogliersi, liquefàrsi nel rassicurante tepore di un canovaccio noto, usurato, programmatico, algoritmico, neanche si trattasse di un progetto di laboratorio. Tanto che, con ogni probabilità, possiamo tranquillamente definirla come una delle avventure Pixar meno fantasiose e più derivative.
Una pellicola, Jumpers, che salta — o rimbalza — continuamente da un corpo (estetico, non solo cinematografico) all’altro, attraversando specie, mondi ed ecosistemi diversi e appropriandosi lungo il percorso di forme, soluzioni, idee... Dal tratto agile, nervoso ed esasperato dell’animazione giapponese alle linee pulite e ai colori pastello delle bande dessinée; tra l’adamsiana collina dei conigli e l’orwelliana fattoria degli animali, passando per Re-Animator e Avatar, Lo squalo e La mosca, Big Hero 6 e Piovono polpette, La gang del bosco e Shark Tale, Flow e Il robot selvaggio, senza dimenticare le immancabili suggestioni miyazakiane e, ovviamente, i riferimenti ai congiunti di casa Pixar — A Bug’s Life, Alla ricerca di Nemo, Up e il succitato Red.
Ne esce una miscela delirante, quasi bulimica, che procede per migrazioni e innesti, alimentandosi di modelli e immaginari differenti — ora rielaborandoli, ora limitandosi appena a sfiorarli — e costruendo la propria identità proprio in questo incessante movimento di scarto, traslazione e ibridazione. Del resto, come ripete il Re George doppiato da Giorgio Panariello, c’è posto per tutti sotto lo stesso cielo. Tranne, forse, capace di erigere una diga ideale tra ciò che si continua a raccontare e un modo davvero nuovo di farlo.
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