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            25 Novembre 2025
            La recensione di Shelby Oaks, il film horror esordio dietro la macchina da presa dello YouTuber Chris Stuckmann.
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            SHELBY OAKS colleziona suggestioni, ma non sa cosa farsene

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Shelby Oaks
            USCITA ITALIA: 19 novembre 2025
            USCITA USA: 24 ottobre 2025
            REGIA: Chris Stuckmann
            SCENEGGIATURA: Chris Stuckmann
            CON: Camille Sullivan, Brendan Sexton III, Keith David
            GENERE: horror, thriller
            DURATA: 91 min

            VOTO: 5

            RECENSIONE:

            L’esordio alla regia dello YouTuber di cinema Chris Stuckmann promette di fondere la grammatica del web con quella del cinema di paura, riflettendo sulle dinamiche tossiche della rete e sui meccanismi narrativi del true crime, mentre si avvicina al found footage e alle estetiche dell’horror contemporaneo. Tuttavia, dopo un inizio sorprendente, Shelby Oaks scivola verso formule già ampiamente battute, trasformandosi in un prodotto derivativo che tradisce le sue premesse più interessanti.

            Molti sono stati i critici, gli studiosi e gli analisti di cinema che, a un certo punto delle loro vite e carriere, hanno deciso di compiere il proverbiale grande salto e approdare alla regia di un lungometraggio tutto loro. Frank Capra, François Truffaut, Jean-Luc Godard, Paul Schrader, Peter Bogdanovich, Éric Rohmer, Olivier Assayas e Theo Angelopoulos sono solo alcuni tra i nomi più illustri.

            Allo stesso modo, negli ultimi anni, altrettanti web e content creator hanno tentato — con esiti più o meno convincenti — di varcare quella stessa soglia, spinti dal desiderio di tradurre la propria esperienza digitale in un linguaggio cinematografico più ambizioso. La differenza, rispetto ai critici del passato, è che questi nuovi autori non provengono da un percorso teorico o accademico, ma da un rapporto diretto e quotidiano con il pubblico; da pratiche narrative immediate, spesso istintive, modellate attraverso vlog, sketch, format seriali e brevi esperimenti visivi.

            Alcuni hanno cercato di traslare nel medium cinematografico l’estetica, i motivi e le pratiche che li hanno resi popolari online. Altri hanno tentato la via del genere puro, trovando soprattutto nell’horror un terreno fertile, conveniente e proficuo. In questo panorama — nel quale spiccano figure come Andy Muschietti (La madre, i due capitoli di IT), David F. Sandberg (Lights Out, Shazam! La furia degli dei, Until Dawn), Damien Leone (demiurgo del franchise instant-cult Terrifier) e i fratelli Philippou (Talk to Me, Bring Her Back) — la traiettoria di Chris Stuckmann appare decisamente ibrida, a metà tra due mondi e, in un certo senso, tra passato e presente. Il suo è (stato) infatti uno dei canali YouTube a tema cinema più conosciuti, importanti e influenti, tanto che lui stesso è ritenuto un critico a pieno titolo, membro oltretutto della Critics Choice Association.

            Ebbene, dopo circa quattro anni di tentativi, raccolte fondi e difficoltà di vario tipo, ecco fare anch’egli il suo esordio dietro la macchina da presa, cimentandosi (guarda caso) con un racconto dell’orrore patrocinato nientemeno che da Mike Flanagan. Shelby Oaks, questo il titolo del film, prende il via da una sparizione: la giovane Riley, volto insieme a tre amici di Paranormal Paranoids, un canale YouTube specializzato nel macabro e nell’occulto (nella fattispecie, in esplorazioni di luoghi abbandonati e presuntamente infestati da presenze maligne), fa perdere le sue tracce nella città fantasma di Shelby Oaks, Ohio. Passano gli anni, e l’opinione pubblica (tra community, forum, social, siti, televisioni e giornali) si scatenano in un profluvio di teorie, commenti, slogan, a cui si sommano ovviamente insulti e calunnie.

            Un giorno, però, vengono rinvenuti i corpi putrescenti dei tre amici e compagni di avventure di Riley: all’improvviso la sua sparizione, già avvolta nel mistero, si trasforma in un enigma ancora più oscuro. Mia, la sorella maggiore della youtuber, non solo è convinta che questa sia ancora viva, ma pensa anche che polizia e stampa finiranno presto per archiviare tutto, lasciando il caso sospeso, irrisolto, dimenticato. L’unico spiraglio di speranza arriva con la consegna — efferata, sanguinolenta — di un video. Immagini inedite che rimescolano le carte e spingono la nostra a improvvisarsi detective, inseguendo le tracce lasciate da Riley fino a disvelare e venire a contatto con qualcosa di ancora più sinistro, perturbante e (s)conosciuto.

            La recensione di Shelby Oaks, il film horror esordio dietro la macchina da presa dello YouTuber Chris Stuckmann.

            A differenza di molti suoi colleghi, Stuckmann non nasconde, anzi rivendica la sua provenienza e “cittadinanza” virtuale nel pensare e concepire Shelby Oaks. Fin dalle prime battute, infatti, il film si alimenta della cultura, delle dinamiche e delle derive del web. E quindi, la continua autopropaganda di sé, l’ossessione per l’onnipresenza digitale, la volatilità e al tempo stesso la pervasività delle identità online, il voyeurismo dei social, la logica algoritmica che fagocita ogni evento trasformandolo in contenuto, la post-verità che distorce e riscrive i fatti fino a renderli irriconoscibili.

            In queste prime fasi, la sparizione di Riley si configura, al di là di un mero mistero poliziesco o enigma paranormale, quale caso mediatico mutante e imprendibile, che vive e si trasforma attraverso la sovrapposizione di speculazioni, ricostruzioni, montaggi amatoriali, video-teorie, reportage sensazionalistici. Una realtà sostanziale che il neoregista maneggia in prima persona e conosce come le proprie tasche e che, con egual sapienza, innesta in un incrocio affascinante, curioso, delle mirabili proprietà suggestive e inquietanti, tra l’ormai tradizione del found footage e del mockumentary (come una sorta di The Blair Witch Project accordato alle possibilità sconfinate e abissali del nostro mondo, iper digitalizzato e iperconnesso, alla maniera dell’Aneesh Chaganty di Searching e Missing) e l’estetica dei popolarissimi documentari true crime che affollano il catalogo streaming di Netflix.

            Costruisce altresì un montaggio incalzante e vorticoso di finzione e finzioni: interviste ai familiari ed esperti, spezzoni di telegiornali, estratti di contenuti online, testimonianze video, materiale d’archivio; che cionondimeno riesce a dare quantomeno l’illusione di una realtà poi “smascherata” una volta che questa lunga sequenza introduttiva lascia spazio a quello che è in fondo il cuore, la vera essenza e natura di Shelby Oaks. Come annunciato da un radicale cambio di formato (dal televisivo 16:9 con inserti in 4:3 ad un più ampio e “cinematografico” 2.39:1), ecco che la storia approda nei lidi canonici di un’investigazione dalle tinte soprannaturali e paranormali con protagonista la stessa Mia che, va da sé, sarà costretta a tornare nei luoghi in (e di) cui forse è prigioniera la sorella. 

            È in questa seconda parte (molto più estesa) che Stuckmann abbandona la preziosa intuizione del prologo — assieme ad un lavoro oculato su fuoricampo (non-filmato e non-filmabile), e ad ogni stralcio di costruzione di un discorso estetico coerente e consapevole — per arenarsi su un armamentario horror più consueto, fatto di apparizioni fugaci, suoni forti, estranei e repentini, figure d’ombra che si insinuano in secondo piano, ai margini dell'inquadratura. Da appassionato e cultore del genere, egli (vuole purtroppo) dimostra(re) di conoscere bene i meccanismi della suspense e della paura, le dinamiche del jumpscare e l’importanza della sottrazione, ma spesso finisce per confondere ciò che funziona con ciò che, pur essendo riconoscibile, appare semplicemente derivativo.

            La recensione di Shelby Oaks, il film horror esordio dietro la macchina da presa dello YouTuber Chris Stuckmann.

            Un peccato, perché proprio nel crocevia tra realtà digitale, folklore moderno e immaginario collettivo Shelby Oaks avrebbe potuto trovare la sua compiutezza ideale. Al contrario, varcata la soglia del soprannaturale più esplicito, descrittivo, esibito, rivela con disarmante chiarezza il proprio debito — ora ingenuo, ora inconsapevole — nei confronti di universi come Silent Hill o Resident Evil (del cui settimo capitolo sembra a tratti una trasposizione non dichiarata), o delle leggendarie creepypasta: dallo Slender Man alle deformazioni dei forum più oscuri degli anni Duemila. Mondi che funzionavano — e che conservano tutt’oggi il loro influsso — proprio perché offrivano l’ebbrezza dell’interattività, l’immersione in un ambiente dettagliatamente alieno.

            Viceversa, intrappolata com’è nella sua linearità narrativa, la pellicola di Stuckmann finisce per mutuarne gli stimoli senza ereditarne il senso di smarrimento. E, abbandonando ogni ricercatezza formale, mostra tutte le sue mancanze, incluso un budget risicato che, come insegna il miglior cinema indie, avrebbe potuto essere se non sublimato, almeno compensato da una direzione più ispirata. Una capacità che, almeno in questa prima prova, non sembra appartenere al già youtuber. Pertanto, ciò che dovrebbe apparire stilizzato risulta povero, laddove ciò che dovrebbe inquietare, rimane opaco, approssimativo.

            A peggiorare il quadro concorrono inoltre prove attoriali ai limiti del dilettantismo e una fotografia scialba, dalla patina quasi amatoriale, incapace tanto di (ri)costruire un’atmosfera efficace quanto di valorizzare ambienti ed effetti già di per sé poveramente definiti. Ma il vero “covo del male” — per dirla col sottotitolo, al solito pleonastico, dell’edizione italiana — risiede nella sceneggiatura, che dà il peggio della propria aridità nel lungo segmento conclusivo. Anziché risolvere la vicenda con audacia o lucidità narrativa, Stuckmann inciampa sul sentiero più battuto, prevedibile e(rgo) meno soddisfacente.

            Ne deriva un collage algoritmico dei leitmotiv della new wave horror. Un assemblaggio che, in tal senso, più che scimmiottare, contraffare o decostruire, pare rincorrere proprio quei documentari true crime di cui sopra. Prodotti che, pur nel loro dichiarato carattere scandalistico e sensazionalistico, spesso dimostrano maggiori doti tensive di Shelby Oaks, che, dopo tante promesse e un inizio affascinante, sembra autosabotarsi. Deraglia accontentandosi dell’ennesimo, anonimo baubau demoniaco: incubo e peccato finale di un progetto animato da entusiasmo e buone intenzioni, ma alfine scialbo, confuso, inconsistente. Uno che, alla stregua di un indice critico, esprime i propri gusti; conosce il cinema che ama vedere, ma non quello che vorrebbe fare. Latita insomma di un’idea e di una visione davvero chiare su cosa portare sul grande schermo — e soprattutto di ragioni valide per cui farlo.

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