
UN FILM MINECRAFT è forse il peggiore (non) immaginato
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: A Minecraft Movie
USCITA ITALIA: 3 aprile 2025
USCITA USA: 4 aprile 2025
REGIA: Jared Hess
SCENEGGIATURA: Chris Bowman, Hubbel Palmer, Neil Widener, Gavin James, Chris Galletta
CON: Jason Momoa, Jack Black, Danielle Brooks, Emma Myers, Sebastian Hansen
GENERE: azione, commedia, fantastico, avventura
DURATA: 100 min
VOTO: 4.5
RECENSIONE:
Sulla scorta del successo di The Lego Movie (da gioco analogico, eppure sempre a mattoncini) e del rivale Super Mario Bros., Warner Bros. si lancia in un multimilionario tentativo di adattamento di uno dei primissimi fenomeni videoludici. Da cui Un film Minecraft, purtroppo. Quella di Jared Hess è infatti un'operazione nei fatti del tutto antitetica allo spirito del materiale di partenza, il cui solo intento sembra essere quello di demolire la creatura di Markus Persson nell'immaginario collettivo.
Esisteva un tempo in cui i videogiochi erano il tallone d’Achille, la spada di Damocle, kryptonite pura per l’industria dell’audiovisivo. Due mondi assolutamente e teoricamente comunicanti, legati da un rapporto di continua incetta, di palese reimpiego, eppure, per qualche strano motivo, repellenti l'un l'altro. Una storia vecchia, o almeno così parrebbe, stando a film e, soprattutto, serie televisive recenti (quali The Last of Us e Fallout) capaci di risanare il legame, infrangere il proverbiale e inesorabile anatema, immaginando una dimensione, un orizzonte di virtuosa collaborazione.
Ma la buia notte fa sempre in tempo a calare, ed ecco fare nuovamente la propria comparsa nelle sale prodotti come il fatidico, faticoso, problematico (tanto per essere in vena di eufemismi) Borderlands di Eli Roth, una pellicola in grado di riportare indietro la lancette a quando, appunto, tradurre al cinema un videogioco era garanzie di indegne brutture. Uno della cui sorte non sembrava importare davvero a nessuno dei coinvolti, eccezion fatta (forse) per una Cate Blanchett forse pure troppo appassionata.
E questa stessa coltre ci è parsa, e vi parrà tutt’altro che superata dopo aver assistito all’avventura di Un film Minecraft, trasposizione per il grande schermo - neanche a dirlo - dell’omonimo videogioco creato ormai quasi vent’anni fa dallo svedese Markus Persson, e del suo iconico mondo a cubi distruttibili ed elementi componibili generato in maniera procedurale che ha rivoluzionato per sempre il panorama del gaming.

Oggi, quella storia, quella intuizione, quell’universo, quel titolo - il primo più venduto della storia, con una lunga schiera di derivati e appendici, e una comunità ancora attiva - diventano un multimilionario sforzo produttivo da parte di Warner Bros., della stessa house videoludica Mojang, e della Legendary di molti Nolan, Jurassic World, Dune e degli ultimi Godzilla.
La regia è di Jared Hess, noto più che altro per le sue curiose commedie cult. Pellicole, come, ad esempio, Napoleon Dynamite e Super Nacho, per certi versi addirittura sovversive nel loro essere e procedere fortuito, caotico, arruffato. Una scelta si direbbe azzeccata, coerente con quelle che pensiamo fossero e siano le intenzioni di Un film Minecraft.
Vale a dire una adventure comedy che schiva la naturale via dell’animazione per intraprendere quella (discussa e controversa) di un live-action intinto in una CGI che conserva e rivede, con risultati spesso quasi notevoli, il design originale di modelli, ambientazioni, strutture e così via. Un’operazione che, di base, punta ad un’audience quanto più vasta e cross-generazionale: dai più piccoli ai più grandi amanti del mondo partorito dalla mente di Persson, allargandosi chiaramente anche alle famiglie e agli spettatori più casual.
Una produzione nata va da sé da algoritmiche considerazioni, oculate valutazioni commerciali e imprenditoriali, al suono e al peso del freddo e vile denaro. Strumento e ulteriore forma di (auto)promozione all’interno e ai fini di una catena di sfruttamento le cui pretese mirano ad un grande e nuovo franchise transmediale, come già riuscito alla stessa major con The LEGO Movie (da giocattolo analogico, eppure curiosamente anch’esso a base di mattoncini) o, più di recente, alla concorrente Universal con Super Mario Bros. In altre parole, l’opposto logico - e insieme la paradossale e inevitabile china di qualsiasi proprietà intellettuale di successo - dello spirito che ha originariamente acceso la luce del giorno sulla creazione dello sviluppatore svedese.
Niente di nuovo o di cui scandalizzarsi, se solo fosse equipaggiato a dovere, con gli attrezzi quantomeno di un buon film. Se solo quella filosofia fosse stata, pure ipocritamente, inclusa, prevista, tradotta in materia sullo schermo. Quello di Hess è invero un racconto che narra di un mondo cosiddetto “sandbox”, dove l’unico limite è l’immaginazione di chi lo percorre. Che invoca il valore della fantasia, dell’inventiva: difesa pura e incontaminata dalle sfide (anche contingenti e urgenti, idealmente) e dalle frecce infuocate che il mondo ci scaglia addosso ogni giorno. E ancora, che ci ricorda di come sia “più facile distruggere che costruire qualcosa di nuovo”.
Un film che, purtroppo, predica bene e razzola non male, malissimo. Perché sostanzialmente non riesce a (ri)creare nulla di veramente e propriamente suo, limitandosi ad un patchwork di elementi, pezzi, ingredienti di diversa estrazione, influenza, essenza, sostanza estetica e concettuale, rispondenti a svariate esigenze. Il che dovrebbe servire per accontentare un po’ tutti, ma giunge al risultato contrario, ad un’amalgama irresoluto, scialbo, inanimato, preda dell'incuria dei suoi autori.

Dunque, tra riferimenti sparsi alla cultura pop dell'ultimo mezzo secolo, una spinta nostalgica verso un tipo di approccio, aspetto e narrazione figli degli anni ‘80, una comicità demenziale e camp ferma ai ‘90, uniti a fabbisogni intrattenitivi e ritmi comici tagliati su misura della soglia d’attenzione di un dodicenne su TikTok, Un film Minecraft non fa che demolire, fin proprio alle fondamenta, il percepito e precipitato della controparte videoludica - e del fenomeno pop-culturale ad esso annesso e connesso - nell’immaginario collettivo, dimostrando innanzitutto di sottostimare il proprio pubblico.
Servono infatti cinque penne per venire a capo della storia esile, pressoché impercettibile, di un bambino di nome Steve appassionato di miniere che, una volta cresciuto, finisce (per puro caso) nell’Overworld, un bizzarro paese delle meraviglie, un assurdo mondo di possibilità. Lo stesso in cui incapperanno in seguito (e sempre per caso) anche i giovani orfani Henry e Natalie, l’amica stacanovista Dawn, e Garrett "Garbage Man" Garrison, ex campione mondiale, improbabile come il suo look, di un arcade 80s giunto al game over della propria esistenza. Conosciutosi reciprocamente e riunitosi più per esigenza di sceneggiatura che per reale costruzione narrativa, questo malassortito gruppo di strampalati eroi dovrà trovare un barlume di unione e sinergia per sconfiggere e fermare le perfide mire di Malgosha (doppiata, nell’edizione italiana, da una Mara Maionchi con una dizione a dir poco imbarazzante), signora dei piglin che infestano l’oscuro mondo sotterraneo.
Pedante, ridondante e (poco) coinvolgente quanto può essere prendere a modello il manuale d’istruzioni del videogioco, Un film Minecraft si inceppa in continue spiegazioni del perché succede questa cosa piuttosto che un’altra, in enunciazioni di ciò che i personaggi stanno per fare, in ripetizioni periodiche per gli spettatori meno attenti, a metà tra un tutorial per neofiti e un compilativo ricettacolo di easter eggs per aficionados, nel quale si innesta un’avventura priva del benché minimo senso di stupore, scandita a suon di meme già pronti per essere digeriti dal calderone social.
Quello a cui vengono a capo gli sceneggiatori Chris Bowman, Hubbel Palmer, Neil Widener, Gavin James, Chris Galletta è altresì un copione che vuole ottenere molto con poco e che - nel fare questo, fallendo di conseguenza - abbassa vertiginosamente l’asticella di quanto ci si può attendere dalla fucina hollywoodiana. Fornendo un esempio quanto mai puntuale e ridefinendo lo standard di quanto un progetto possa dirsi sbagliato, esso è in fondo il fallato tavolo da lavoro di un film che rilancia in ossimoriche bizzarrie, sinonimo perlopiù di agio e comodità. Che sembra quasi farsi scudo dietro un inesauribile e bulimico accumulo di gag e situazioni "randomiche" per nascondere la mancanza di idee vere e proprie, al di là di una becera slapstick.

Del resto - ci viene anticipato - quello di Hess è Un film Minecraft, non “Il”. Una versione, la più scialba, demente (più che demenziale), puerile (e non infantile), se non la peggiore possibile, che considera la quest di un buon adattamento del videogioco come l’ultima delle sue preoccupazioni. Tanto che a convincere maggiormente è tutto ciò che, di estraneo e fiaccamente originale, gli gravita attorno.
Ci riferiamo, nello specifico, agli intermezzi in pieno stile weird tra la presidente di una scuola del mondo reale, interpretata da un’irresistibile Jennifer Coolidge, e un villico del mondo a cubi che ha sconfinato nella nostra realtà. La recitazione sopra le righe e naturalmente strampalata dell’iconica e rediviva milf di American Pie si adatta alla perfezione a quella che dovrebbe essere l’energia e l’indole della pellicola. Ed è forse una delle sue componenti migliori, seconda - inaspettatamente - solo a Jason Momoa (qui anche in veste di produttore). Questi, da parte sua, porta in scena il personaggio più “tridimensionale” del mucchio o, per meglio dire, quello con un arco effettivamente compiuto, sguazzando nel nonsense di look e fisicità. In pratica, fa il verso al Dwayne Johnson di Jumanji e riesce dopotutto ad emergere grazie ad una presenza scenica che sprizza divertimento e leggerezza, a dispetto di un Jack Black a briglia sciolt(issim)a che, nei panni di sé stesso, tenta in tutti i modi di ripetere la magia e unire le ricette di successo dei succitati Super Nacho e Super Mario Bros.
Beninteso, sempre meglio questa partita per l'attenzione del pubblico e il riempimento delle tante lacune dell’impalcatura filmica - rafforzata peraltro da una buona ed equilibrata sintonia tra i due divi - rispetto all’alienazione che assedia le prove dei restanti membri del cast, costretti ad interagire con uno spazio, un contesto, un ambiente del tutto virtuale, quando non, come nel caso delle due figure femminili, a doversi relazionare con una scrittura generica, inconsistente e polverosa.
Ciò detto, se il senso di un’operazione come Un film Minecraft è evidente, finanche squallida e deprimente, il suo esito è tutt’altro che inciso nella pietra. Quel che è certo è che ad emergere, da questa surreale esperienza, da questo perturbante e insieme tedioso trip allucinogeno, è semmai l'immagine e il racconto di tutt'altro mondo. Quello hollywoodiano, a sua volta sandbox dalle mille possibilità, senza però nessuno che abbia desiderio di giocarci realmente, e che anzi preferisce accumulare soltanto ricchezze mentre fissa un vuoto a perdere.
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