
RUSTIN, COME UNO SQUALO IN UN BICCHIERE
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Rustin
USCITA ITALIA: 17 novembre 2023
USCITA USA: 3 novembre 2023
REGIA: George C. Wolfe
SCENEGGIATURA: Julian Breece, Dustin Lance Black
CON: Colman Domingo, Chris Rock, Glynn Turman, Audra McDonald, Jeffrey Wright
GENERE: biografico, drammatico
DURATA: 106 min
PIATTAFORMA: Netflix
Candidato al Premio Oscar come miglior attore protagonista
VOTO: 5+
RECENSIONE:
Candidato all'Oscar per l'interpretazione di Colman Domingo, Rustin di George C. Wolfe (già regista del netflixiano Ma Rainey's Black Bottom) racconta la storia del prodromo della non-violenza poi passata alle cronache attraverso la biografia di Martin Luther King, e tra le personalità cruciali dietro la riuscita della nota marcia su Washington del 1963. Inserendosi nel folto corteo di opere volte a fare segno del passato di un'intera comunità, la pellicola offre ben pochi interessanti e significativi, puntando tutto su un ritmo "plagiato" dai film di Damien Chazelle o Edgar Wright e su un cast davvero convincente.
C’è un’immagine descritta (ovviamente, a parole) in Rustin di George C. Wolfe che, più di tante altre, è in grado di far comprendere, percepire chi, cosa e come fosse Bayard Rustin. Per dirla col film, egli è uno squalo in un bicchiere: una figura e un intellettuale dalle doti innate e dall’ineccepibile capacità dialettica, acuto, perspicace, carismatico, costretto tuttavia, addirittura dai suoi stessi alleati, a posizioni marginali o meramente di comodo, a ruoli di secondo piano solo ed esclusivamente per via del suo orientamento sessuale, di un’omosessualità che egli, a differenza di tanti suoi coevi, mai ha celato e disdegnato, anzi ha mostrato in maniera diretta, con orgoglio; così per il suo essere un quacchero di nascita e per una ripudiata militanza comunista.
Eppure, malgrado le difficoltà e gli ostacoli che si è trovato ad affrontare, egli non è stato solo il prodromo di alcune forti istanze delle battaglie civili, l’animatore della filosofia non-violenta per cui diverrà poi noto Martin Luther King (di cui era grande amico), un attivista dalla grande passione e convinzione, ma è stato, anche e soprattutto, una delle personalità cruciali dietro la riuscita della leggendaria marcia su Washington del 28 agosto 1963. Quella che è passata alle cronache per essere tutt’oggi la più grande tra le manifestazioni a favore dei diritti civili, nonché il palcoscenico mitizzato su cui quello stesso dottor King ha pronunciato la storica frase "I have a dream". Insomma: un momento imprescindibile e indelebile per la e nella storia degli Stati Uniti che, molto probabilmente, non si sarebbe concretizzato senza l’apporto - o la sola presenza in una sorta di cabina di regia socio-politica - di Bayard Rustin. Ciò nondimeno, il suo nome bisogna proprio andarlo a cercare per trovarlo, quasi mai appare al fianco dei grandi protagonisti di quella giornata, ed è stato in parte relegato ai bordi della pagina.
È allora proprio da lì, da quelle annotazioni, ché i produttori Michelle e Barack Obama [fu d’altronde quest’ultimo, quando era presidente, a conferirgli postuma la Medaglia presidenziale della libertà, ndr], gli sceneggiatori Julian Breece e Dustin Lance Black, e il regista George C. Wolfe (già dietro la macchina da presa di Ma Rainey's Black Bottom) intendono risollevarlo, ridiscuterlo, riportarlo al centro della scena, sotto i riflettori. Basti pensare al titolo: conciso, deciso, laconico; o ancora all’interpretazione camaleontica, convincente, seppur un po’ vezzosa, di Colman Domingo, candidato all’Oscar per il ruolo.
Inserendosi pertanto in quel fitto corteo di opere (Malcolm X, 12 anni schiavo, Selma, Detroit, Quella notte a Miami..., Il diritto di opporsi ed innumerevoli altre) volte a riassemblare, rappresentare, rievocare e così rendere segno le storie e gli episodi essenziali di una comunità, di un’identità collettiva, Rustin racconta, in primis, l’uomo, il suo passato, la sua intimità, il tormentato rapporto con la “bellezza” e con gli uomini da cui è inevitabilmente attratto, ma che il più delle volte non condividono la serenità e la risolutezza che manifesta in merito al proprio orientamento sessuale. Al contempo, pone enfasi sul suo lungo e talora nocivo e doloroso impegno per le cause civili e la fine della segregazione razziale, servendosi pure di flashback (didascalicamente) in bianco e nero che riecheggiano i fasti biografici, senz’altro più pungenti, di Spike Lee e del suo Lola Darling. E poi, ovviamente, ripercorre le poche settimane durante la quali si svolsero i preparativi per il grande raduno (simbolicamente) ai piedi del Lincoln Memorial. Le tappe fondamentali, le riunioni, gli accordi con tutti gli organismi coinvolti e le organizzazioni riunite, le difficoltà, i tentativi d’intralcio, di opposizione, se non proprio di diffamazione dei poteri forti, la stretta sorveglianza del governo di un Kennedy troppo “studiato, cauto” e dell’FBI di Hoover, fino al compromesso di un giorno di manifestazione (anziché i due originari), al fine di sottolineare e ricordarci, alla stregua di Judas and the Black Messiah, quante possano essere le divisioni interne ad uno stesso gruppo sociale e al medesimo movimento civile.
Tutto questo, ripensato, reimmaginato, messo nero su bianco da una sceneggiatura a tratti brillante e ben fabbricata, altre volte schematica e retorica al punto da non poter nemmeno aderire ad esigenze audiovisive e cinematografiche. E che George C. Wolfe, da shooter senza infamia e senza lode, si limita a trasporre, avallandone l’insita verbosità e muovendosi nei limiti confortevoli di un esemplare prodotto da nomination e (possibilmente) da premi.
Poco altro può offrire allora un lavoro mimetico (a ricalco dell’incontenibile nerbo dello stesso Bayard), ritmico e vorticoso, tra swing e jazz, quasi ci trovassimo di fronte ad un heist movie o, meglio(?), all’imitazione di un film di Damien Chazelle o Edgar Wright, intrattenuto da montaggio e colonna sonora. Non basta nemmeno un cast all-star completato da Chris Rock, Jeffrey Wright, Glynn Turman, Michael Potts e dall’appena scoperta Da’Vine Joy Randolph, a ravvivare e rendere più dinamica e interessante un'impalcatura filmica tanto corretta quanto poco significativa, per la quale, in fondo, vale l’allegoria di squalo e bicchiere. Chi o cosa sia lo squalo e cosa invece sia il bicchiere, ve lo lasciamo facilmente intuire.
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