
LA SPOSA!, se Maggie Gyllenhaal diventa una Emerald Fennell qualsiasi
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: The Bride!
USCITA ITALIA: 5 marzo 2026
USCITA USA: 6 marzo 2025
REGIA: Maggie Gyllenhaal
SCENEGGIATURA: Maggie Gyllenhaal
CON: Jessie Buckley, Christian Bale, Peter Sarsgaard, Annette Bening, Jake Gyllenhaal, Penélope Cruz
GENERE: thriller, drammatico, orrore, fantascienza, sentimentale
DURATA: 126 min
VOTO: 4/5
RECENSIONE:
Con La sposa!, Maggie Gyllenhaal propone un esperimento metanarrativo che mescola il mito di Frankenstein con i residui fantasmatici della vita e dell'opera di Mary Shelley e uno stile anarco-punk (o pop). Tuttavia, tra riferimenti sparsi, citazioni e uno sforzo produttivo ai limiti dello spreco, il film perde di vista la protagonista femminile, smarrendo il tema della ribellione e autonomia in una miscela confusa e sovraccarica.
Nel giugno del 1816 - “l’anno senza estate” - un gruppo di giovani intellettuali inglesi soggiorna in un dimora immersa nel verde di Cologny, in Svizzera. Tra loro ci sono Mary Shelley e il marito Percy Bysshe Shelley, John William Polidori e Lord Byron. Le giornate e le serate, lunghe e piovose, trascorrono all'insegna di letture ad alta voce di racconti di fantasmi, molti tratti da raccolte tedesche tradotte in francese. Tra discussioni, suggestioni gotiche e riflessioni sulla vita e sulla morte, l’atmosfera diventa sempre più creativa e stimolante, quando ad un certo punto Byron lancia una sfida: ciascuno deve inventare e scrivere una storia dell’orrore da condividere con gli altri.
A differenza di Byron e Percy, che abbozzano idee destinate a rimanere incompiute, Mary affronta la prova con entusiasmo e determinazione. Da un’intuizione improvvisa — ispirata ad un incubo, alla visione di un “pallido studioso di arti blasfeme” inginocchiato accanto alla creatura che aveva assemblato — nasce il primo nucleo del suo capolavoro: Frankenstein, o il moderno Prometeo.
Morta nel 1851 di tumore al cervello - dopo un'esistenza votata agli ideali di cooperazione e comprensione, nonché ad utopici progetti di riforma della società civile in netta contrapposizione all’individualismo romantico del marito e alle teorie illuministe di William Godwin - decide che la sua opera non è ancora del tutto conclusa. Che “non sono riuscita a dire e scrivere ciò che avrei voluto” e che è giunto il momento di porvi rimedio.
Ecco quindi che 120 anni dopo quella tempestosa notte riemerge dal lungo sonno mortifero, apre una “crepa” nel confine tra aldilà e aldiqua per possedere, incistarsi, installarsi (insieme a questo tumore, questo sogno, questa storia che preme per uscire) nel corpo, nella coscienza e nell’animo di Ida, ragazza problematica e disagiata nella Chicago del 1936, vicina (per necessità) agli ambienti criminali e mafiosi, all’organizzazione del boss Vito Lupino, di cui è stata una delle tante, giovani amanti. Il contatto con l’autrice di uno dei miti più grandi della letteratura mondiale la spinge a ribellarsi alla propria condizione e, nel pieno di un delirio quasi demoniaco, a dire qualcosa di troppo. Tanto che, di lì a breve, viene (inavvertitamente, mortalmente) lanciata giù da una rampa di scale.
Seppellita in una fosse comune, verrà fortunosamente(?) riesumata nientemeno che dal mostro di Frankenstein in persona. Autorinominatosi Frank, quest'ultimo ha ormai fatto l’abitudine alla sua condizione di creatura respinta, oggetto del disprezzo e della rabbia degli uomini, ma è tormentato da un senso opprimente di solitudine e brama disperatamente una compagna, un’amica, una complice… una sposa.

È da simili premesse (contorte, strampalate) - e, più precisamente, dallo spirito di Mary Shelley, che si appropria e fa esoterica, soprannaturale, distante autrice di una storia, di una creatura confusa in e con lei, ma capace di compiere per davvero un ribaltamento, una rivoluzione in quel suo vecchio, infernale mondo fallocentrico - che si anima La sposa!(!), opera seconda e passaggio al blockbuster e al cinema da grande studio hollywoodiano per l’attrice Maggie Gyllenhaal.
Per l’occasione, decide di ispirarsi non solo al romanzo seminale sullo scienziato che scopre come generare la vita dalla morte, ma anche al classico del 1935 La moglie di Frankenstein, diretto dal celeberrimo James Whale su produzione Universal. Un racconto apocrifo del mito originario - sèguito e figlio dell’enorme successo del Frankenstein del 1931 con Boris Karloff - che la neoregista scompone e ricompone, decostruisce e accorda allo zeitgeist, alle nuove sensibilità e ai nuovi motivi del contemporaneo, arricchendolo di una cornice filologica e metanarrativa teoricamente inedita; di un gioco di scatole cinesi con cui la neocineasta si impadronisce a sua volta della voce di Shelley per descrivere, disegnare e alfine compiere una supposta rivoluzione femminile e femminista, la sua idea di rivoluzione attraverso la più spaventosa delle storie: "una storia d’amore”. “Arriva la fottutissima sposa!”, promette. Non la sposa di Frankenstein, ma (solo) la sposa.
Purtroppo, se l’opera dell’autrice ottocentesca nasceva da una scommessa letteraria durante una notte proverbialmente buia e tempestosa, la rivisitazione di Gyllenhaal sembra invece il risultato di troppi eccessi in una notte altrettanto buia, ma confusa. È un eufemismo gentile per descrivere una sceneggiatura sgangherata, informe, o addirittura deforme, sviluppata partendo da un paradosso notato durante la visione del film di Whale. E cioè che il personaggio che lo intitola compaia per pochi minuti, spiaccicando giusto qualche parola.
Ciò detto, pur avvicinandosi ad una sorta di autoindulgente farneticazione e presentando una rappresentazione macchiettistica, traviata e generica della figura di Mary Shelley, La sposa! dimostra di avere un’idea — una “geometria disubbidiente” — ma viene soffocata da un’esecuzione che deriva da una visione oltremodo scorretta e puerile di trasgressione e rivoluzione, declinate con un atteggiamento quasi anarco-punk, o pop.

Così, la pellicola accumula e prova a far stare insieme una moltitudine di personaggi e linee narrative che sembrano vagare magari pure con una meta alfine chiara e precisa, ma raggiunta seguendo vie del tutto aleatorie. Al contempo, assembla pezzi, elementi, omaggi, citazioni e riferimenti presi davvero a casaccio - da Fred Astaire a Bonny & Clyde, da Ginger Rogers a Marlene Dietrich, da Ida Lupino a Myrna Loy, passando poi per il cinema espressionista, l’arte surrealista, l’atmosfera metropolitana tra 30s e 80s, fino alle illustrazioni di Ralph Steadman, all’inevitabile Young Frankenstein di Mel Brooks (con la sua Puttin’ on the Ritz) e alla tragedia shakespeariana - e parimenti ricombinati, con fare spesso pretestuoso, senza alcuna reale logica o coerenza stilistica, estetica, concettuale.
Sarebbe fin troppo comodo appellarsi al film mimetico, al fantomatico “film-Frankenstein”, soprattutto se questo finisce per tradire il nucleo di quel barlume di discorso che pretende di portare avanti. Se, in fin dei conti, il personaggio più complesso e affascinante risulta essere il co-protagonista — per di più già ampiamente noto. Quel Frank(enstein), ormai visto e rivisto in mille declinazioni, che finisce paradossalmente per oscurare proprio ciò che la pellicola avrebbe voluto mettere al centro e in risalto.
Complice in questo è anche l’interpretazione di Christian Bale, che giganteggia offrendo una versione del personaggio a tratti singolare, lasciandone però trasparire tutto il peso temporale. Non più soltanto incarnazione del rifiuto e della violenza subita, la sua è una creatura ultracentenaria che ha maturato una propria consapevolezza, divisa tra goffaggine, malinconia e improvvisi slanci di tenerezza. Bale lo interpreta come un relitto umano cosciente della propria condizione: un corpo cucito insieme ma abitato da una mente sorprendentemente lucida, quasi rassegnata alla propria eterna estraneità.
È in questi momenti — nei silenzi, negli sguardi smarriti, nella disperata ricerca di un contatto umano — che il racconto trova un centro emotivo che altrove fatica a costruire. Frank detiene il vero peso tragico della vicenda ed è, ancora una volta, la figura più pienamente umana.

Peccato che La sposa! ambirebbe invece a raccontare la nascita di un soggetto femminile capace di ribellarsi alla propria condizione. Il percorso di Ida appare però più programmatico che realmente drammatico; procede per dichiarazioni e gesti simbolici più che per autentica trasformazione. Nel frattempo, la rivoluzione promessa resta così più enunciata che esplorata, si riduce a slogan, ad una questione di marketing o di punteggiatura per cui Gyllenhaal ha detto di essersi “sentita un po’ birichina”. D’altronde, “se sei una donna del 1936 che muore senza essersi mai espressa, quando torni indietro hai un arretrato enorme di cose da dire e, quando finalmente escono, escono con un punto esclamativo attaccato”.
Così, quando la sposa - di una Jessie Buckley che evidentemente soffre le carenze e il taglio abbastanza approssimativo del copione - (ri)prende finalmente parola e rivendica la propria autonomia, il film sembra inseguire una parabola già espressa altrove, incapace di incarnarla davvero nella materia viva della messa in scena. Non meno insipido è il resto del cast, perlopiù “fatto in famiglia”: il marito (di Gyllenhaal) Peter Sarsgaard e il fratello Jake affiancano Penélope Cruz, Annette Bening, John Magaro e Zlatko Burić, del tutto fuori parte.
Questo, però, è forse il minore tra i criminosi sprechi de La sposa!, dal momento che si è scelto di consegnare un copione ai limiti del delirante - pigro e sempliciotto nell’approccio col genere (sia esso il gotico, il noir, il gangster o il road movie, per non parlare del musical) e col concetto di ibridazione - alle grazie di un comparto tecnico e artistico deluxe che vede alcuni nomi illustri quali Dylan Tichenor, fido montatore di Paul Thomas Anderson, la pluripremiata compositrice Hildur Guðnadóttir, la scenografa Rena DeAngelo e, sopratutto, la leggendaria costumista tre volte premio Oscar Sandy Powell. Quasi si trattasse un cadavere eccellente, invidiabile che non riesce mai, realmente a vivere poiché posto al servizio di una mente offuscata, assediata da un’indubbia ansia da prestazione o vittima di seri problemi produttivi.
Oppure ancora, possiamo parlare di un caso di amnesia funzionale, stando a cui, nel bene e nel male, né Povere creature! né Joker: Folie à Deux hanno mai fatto la loro comparsa sul grande schermo. Si vede allora che Emily Brontë non doveva essere l’unica maestra del gotico a rivoltarsi nella tomba in questo periodo. Anzi, Mary Shelley è stata scomodata ben due volte (vero Del Toro?).
Detto ciò, al di là delle eresie, il vero tradimento di Maggie Gyllenhaal è verso sé stessa. Viene infatti quasi spontaneo domandarsi che fine abbia fatto quella promessa intravista ne La figlia oscura. Chi ha fatto sparire quella regista elegante, raffinata, brillante — capace di lavorare per sottrazione e di costruire tensioni psicologiche quasi impercettibili ma profondissime — per rimpiazzarla con un’altra sterile e capricciosa “provocautrice”, con una Emerald Fennell qualsiasi?
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