
VENEZIA 81
JOKER: FOLIE À DEUX di Todd Phillips - La recensione
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Joker: Folie à deux
REGIA: Todd Phillips
SCENEGGIATURA: Scott Silver, Todd Phillips
CON: Joaquin Phoenix, Lady Gaga, Brendan Gleeson, Catherine Keener, Zazie Beetz
GENERE: thriller, musical
DURATA: 138 min
In concorso alla 81ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia
VOTO: 5
RECENSIONE:
Todd Phillips sceglie la via del musical intimista per ritrovare sul grande schermo il pagliaccio criminale con cui incantò e sorprese il mondo. E affianca a Joaquin Phoenix una Lady Gaga che però non sfrutta mai davvero, come la maggior parte delle intuizioni che allinea fin dai primissimi minuti. Joker Folie À Deux è una barzelletta che, più passano i minuti, più assume le fattezze di un disperato gesto suicida.
Si apre con una sequenza animata, Joker: Folie à Deux di Todd Phillips. Immaginata a metà tra lo stile del Batman di Bruce Timm e la comicità agile e slapstick dei Looney Tunes e delle Merrie Melodies, essa costituisce una sorta di dichiarazione d’intenti di quel che vedremo per le successive due ore, fissano i principi fondamentali e ripercorrendo le gesta del finale dello scorso capitolo.
Innanzitutto, ci anticipa che il film abbraccerà il mondo e l’estetica del musical, ispirandosi alla migliore tradizione hollywoodiana, di cui possiamo vedere esposte pure alcune locandine. Allo stesso tempo, stilizza il concetto di ombra, oltre che nel senso clinico e psicologico di frammentazione identitaria, in quanto retaggio narrativo (e non), prezzo dell’idolatria, dell’essere diventato un simbolo, maledizione della propria immagine pubblica, riflessione metatestuale sul fandom che ha originato il primissimo Joker. E poi, con un sipario rosso (di) sangue, si può intuire che la pellicola andrà a trasfigurare la violenza di cui il nostro Arthur Fleck si è macchiato: quelle sei morti, risultato di una lenta discesa agli inferi, poi sfociata in un sentimento (anche collettivo e sociale) di rivalsa contro le disparità, le angherie, l’emarginazione… Insomma, che tutto quanto raccontato e rappresentato in quel pluripremiato (tra Leone d’oro e due Oscar) fenomeno di culto si farà materia di (uno) spettacolo, di intrattenimento.
Accadrà durante il processo che lo stato di New York ha istruito contro Fleck, con l’aula di tribunale che si trasformerà per l’occasione in un palcoscenico. Ma è tutta una fantasia, un’illusione a cui il nostro apre la proprio mente per rifugiarsi ed evadere dalla realtà dei fatti e dalla condizione in cui riversa. Un’illusione, una delusione, appunto, com’è in fin dei conti il cambio di direzione scelto da Phillips & co. per giustificare il ritorno sul grande schermo del personaggio, che si credeva erroneamente potesse rivelarsi fresco e indovinato, ed è invece l’esatto contrario.
Raddoppia Joker, ma non lo fanno di pari passo le idee, né tantomeno i protagonisti, esibendo Folie à Deux alla luce di un’evidenza abbastanza scoraggiante. Rivelandolo, in altre parole, per il mero tentativo di speculazione e depauperamento di un caso cinematografico alquanto fortunato. Un aspetto, questo, che senza dubbio è sempre stato nell’equazione e nei pensieri di chi, questo film, lo ha prodotto e realizzato, ma che diventa veramente l’unica sensazione rimasta una volta sopraggiunti i titoli di coda.

Mettendola semplice (e un po’ spietata, ci rendiamo conto), questa parte due non sfrutta a dovere e con compiutezza neanche uno degli spunti così ben disposti nei primissimi minuti. Avanza intuizioni, ma le abbandona lungo il percorso. Modifica la propria genetica, pur mantenendosi sempre nei limiti di una variazione sul tema, e non sembra aver contezza della propria genesi. Pare aver perso la ricetta e tutto ciò che - nel bene e nel male, nella perspicacia e nella furbizia - aveva consacrato il capostipite, specie per quel che riguarda la presa emotiva e la progressione del racconto.
Ciò detto, tolto quel lavoro interessante di cui sopra: di trasfigurazione, corrispondenza, deformazione che lega vita e performance, realtà e fantasia, e quindi il processo e lo show allestito nella mente del protagonista (un tema che tuttavia figurava già nel precedente tentativo), tutto quel che compone e (ri)anima Joker Folie à Deux non riesce a farne né un buon sequel, né un buon musical.
Da un lato, infatti, la storia immaginata da Scott Silver e dallo stesso Phillips non sbilancia di un millimetro la caratterizzazione di Fleck e la percezione dello spettatore nei suoi confronti. Anzi, tutto ruota attorno ad un claustrofobico processo durante il quale non facciamo altro che ripercorrere e ripassare i momenti salienti del capostipite. Dall’altro, la variabile musicale, il rifarsi ad un immaginario iconico, il rimaneggiarlo, si scopre rispondere ai motivi più futili e gratuiti, scarno peraltro di momenti d’impatto e canzoni originali.
Non bastasse, esso viene poi messo in scena nella maniera più pigra, dimenticabile e irrilevante possibile, concepito sotto forma di intermezzi utili solo a paralizzare il ritmo e il flusso della narrazione. Oppure come capricci incapaci di valorizzare davvero l’impalcatura filmica, gli arrangiamenti e, soprattutto, i corpi. Anche se sorge spontaneo pensare più che altro ad uno sciocco pretesto per offrire a Lady Gaga il ruolo di una Harley Quinn morbosa ammiratrice del nostro serial killer (alla stregua delle tante e dei tanti fanatici che realmente scrivevano ai vari Ted Bundy e compagnia mentre questi si trovavano in prigione), nonché incarnazione sul piano diegetico dei cultori del primo film.
La sua sola inclusione è forse il delitto più imperdonabile di Joker Folie à Deux. Difatti, oltre a non regalarle nemmeno un momento degno di nota, né assoli, né duetti in cui possano emergere le proprie qualità, Phillips pare sottovalutarla, contemplarla, farla esistere (e non) soltanto in strettissimo riferimento al percorso individuale dell’Arthur Fleck di Joaquin Phoenix. Questi, dal canto suo, rispolvera senza troppi slanci l’armamentario che l’ha condotto all’Oscar, rimanendo perciò l’indiscusso protagonista di una follia, più che a due, ad “uno e mezzo”.
O meglio, di un appendice, di un vano sforzo produttivo e artistico che, al di là dei fumetti e del cinecomics, non sembra credere nemmeno più in quello spettacolo che pratica. Di una puerile barzelletta che, più passano i minuti, più assume i contorni di un gesto suicida che, irragionevole e disperato, tenta il tutto e per tutto con un finale tanto sensazionalista, quanto furbo. That’s entertainment(?).
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