
Cosa ce ne facciamo di un film come IL TESTAMENTO DI ANN LEE?
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: The Testament of Ann Lee
USCITA ITALIA: 12 marzo 2026
REGIA: Mona Fastvold
SCENEGGIATURA: Mona Fastvold, Brady Corbet
CON: Amanda Seyfried, Thomasin McKenzie, Lewis Pullman, Stacy Martin, Tim Blake Nelson, Christopher Abbott, Matthew Beard, Scott Handy, Jamie Bogyo, Viola Prettejohn, David Cale
GENERE: storico, musicale, drammatico
DURATA: 130 min
VOTO: 4.5
RECENSIONE:
Come già accaduto con The World to Come, Mona Fastvold torna a confrontarsi con un mito fondativo e alternativo dell’America, intrecciando spiritualità, corpo e visione politica. Ma dietro l’ambizione del 70mm e la ricostruzione epica della parabola di Ann Lee, il film mostra presto i propri limiti: un’estetica impeccabile che manca di direzione, un racconto che si smarrisce nel manierismo, un cinema che pare più intento a compiacersi che a interrogare davvero lo spettatore.
The Shakerist. Esattamente come l’ultimo film del marito Brady Corbet (The Brutalist, vincitore del Leone d’argento all’81ª edizione del Festival di Venezia e di ben 3 premi Oscar), Il testamento di Ann Lee, terza opera da regista per la norvegese Mona Fastvold - presentato in concorso all’edizione numero 82 -, si serve della pellicola 70mm per immergere lo spettatore (o almeno così dovrebbe essere) nell’atmosfera e nella realtà tattile, sensibile, materica di un altro mito, al tempo stesso fondativo e alternativo, dell’America che conosciamo. Che è appunto quello di Anne Lee, o Madre Ann, mistica e predicatrice vissuta nel XVIII secolo, storica fondatrice della comunità degli Shaker. Una figura complessa e controversa che, da Manchester, Inghilterra, emigrò negli Stati Uniti, fondando una missione sperduta in mezzo ai boschi dello stato di New York. Ann Lee - che si proclamava seconda incarnazione di Cristo sulla Terra - sosteneva che l’astinenza sessuale fosse una condizione necessaria per realizzare il regno dei cieli. I suoi seguaci credevano che attraverso di lei si sarebbe compiuta la rivelazione del Verbo. Ma le furono attribuiti pure miracoli e guarigioni, ottenuti unicamente tramite l’imposizione delle mani.
Una storia, questa, che la regista (anche co-sceneggiatrice insieme al compagno) ripercorre fin dagli inizi - da quando Ann era solo una bambina non meno che perfetta, dalla fede incrollabile, disgustata dalla visione notturna degli amplessi dei genitori - fino all’ingresso, da ragazza, nella setta fondata da Jane Wardley e dal marito (e predicatore) James. E ancora, al matrimonio con un marito che ne avrebbe tradito i principi, la perdita di ben quattro bambini, e poi la rivelazione, il viaggio alla volta del Nuovo Continente, l’acume di popolarità (con quasi 6.000 adepti registrati prima della guerra civile), le accuse di stregoneria e così via...
Costruendolo come una sorta di fiaba epica che, in modo imprevedibilmente simile a I peccatori di Ryan Coogler, pone al centro del racconto (storico, emotivo, filosofico, spirituale) la musica religiosa, le coreografie ritualistiche, i movimenti estatici, Fastvold con Il testamento di Ann Lee rifà da un altro punto di vista il precedente The World to Come, proponendo - oltre ad una meditazione sul potere della religione, sull’ossessione del corpo e dello spirito - la parabola di una donna che è stata capace di farsi portavoce di una visione radicale e, in un certo senso, profetessa di tensioni ancora attuali in un mondo ostile, ovviamente e tragicamente maschile e fallocentrico.
Da laica ammette di non condividere la sua fede, “ma riconosco in lei un desiderio di giustizia, trascendenza e grazia per tutti", così come “l’urgente necessità di dare nuova forma al mondo”. Da cui sorge spontaneo un parallelismo con “lo spirito collaborativo che è alla base di qualsiasi impresa creativa”. La pellicola è però offerta e pensata, anche e soprattutto, come tributo al suo sogno e al silenzio che ora lo circonda.
Per l’appunto, è necessario che Fastvold si spieghi e ci spieghi che tipo di edificio narrativo e tematico vuole edificare, che tipo di sinfonia comporre, che tipo di film dirigere, perché se c’è una cosa in cui proprio pecca Il testamento di Ann Lee, è l’assenza di sguardo chiaro, preciso o anche solo minimamente presente (e quindi, in un certo senso, non gratuito o manicheo). Cosa che, va da sé, appiattisce e indebolisce qualsiasi tentativo di costruire un discorso critico, lasciando lo spettatore con l’impressione di un esercizio stilistico piuttosto che di un’opera dotata di una reale necessità espressiva.
Per quanto pregevole, la fotografia, pittorica e studiata, del William Rexer di The Get Down è quanto di più arbitrario, mentre la musica, più che filologica o spirituale, degenera nel disneyano (ma ricorda pure il Cyrano di Joe Wright), accompagnando situazioni e sequenze alla lunga ripetitive, ed enfatizzando un senso di spettacolarità artificiosa. Dal canto suo, l’interpretazione monocorde di una comunque devota Amanda Seyfried non fa che accentuare tale effetto. Complice un copione che non contraddice né mette in discussione la protagonista, il film inoltre si fa controverso soltanto in scelte e pose pretestuose, spesso prossime al pornografico, sorvolando invece su tematiche potenzialmente più controverse e affascinanti. Troppo viene dato per scontato: non emerge mai chiaramente cosa renda speciale la figura di Ann Lee, quale sia il vero nucleo della sua singolarità storica e spirituale, quali potessero i punti di vista di persone (e bambini) oltre il suo “cerchio magico”, ma anche al di là della sua comunità. Non bastasse, il ritmo della composizione è diseguale: all’inizio eccessivamente diluito, estenuante nella durata, mentre sul finale la scrittura e il montaggio di seguito appaiono frettolosi e approssimativi, colmando lacune narrative con frasi retoriche, al limite del didascalico.
Durante la visione e, ancor più, alla fine, viene perciò naturale chiedersi cosa possiamo mai farcene di un’opera del genere - altro Mother per questo Festival di Venezia dopo quello di Teona Strugar Mitevska. Di un’opera che, più che il (completo) testamento di Ann Lee, sembra il testamento mortuario di un cinema prudente e autocompiaciuto.
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