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            18 Aprile 2025
            La recensione de I peccatori, il nuovo film del regista di Black Panther Ryan Coogler; un horror coi vampiri con Michael B. Jordan.
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            Perché I PECCATORI è il Nope di Ryan Coogler

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Sinners
            USCITA ITALIA: 17 aprile 2025
            USCITA USA: 18 aprile 2025
            REGIA: Ryan Coogler
            SCENEGGIATURA: Ryan Coogler
            CON: Michael B. Jordan, Michael B. Jordan, Hailee Steinfeld, Miles Caton, Jack O'Connell, Wunmi Mosaku, Jayme Lawson, Omar Miller, Buddy Guy, Delroy Lindo. 
            GENERE: drammatico, thriller, azione, storico, western, horror, musicale
            DURATA: 137 min

            VOTO: 7

            RECENSIONE:

            È il Nope di Ryan Coogler, I peccatori, un film che narrativizza un medium e combina il western e l'horror in maniere imprevedibili e inebrianti, per descrivere, afferrare e rendere l'essenza e la condizione - passata e presente - di una comunità discriminata, oppresso, finanche massacrata. La pellicola, con un doppio Michael B. Jordan, si ferma però qualche passo indietro, accontentandosi di una confezione vistosa che la salva a malapena da un terzo atto diluito e scarno di sorprese. 

            La leggenda vuole che esistano individui: artisti, musicisti, medium che dir si voglia; capaci di suonare una musica così vera da travalicare e trascendere lo spazio, il tempo, stregando le coscienze e inebriando i cuori. Squarciando il velo tra vita e morte. Mettendosi in contatto ed evocando fantasmi, spettri del passato e del futuro. Questo dono porterebbe guarigione nella comunità della quale fanno parte, come pure un senso di - utopica, immaginata, sognata, sospirata, eppure davvero inesaudibile - libertà. Ma è al contempo un richiamo per demoni che (non) sono di questo mondo.

            Così, da queste premesse, prende il via I peccatori, quinto e nuovo lungometraggio di Ryan Coogler, uno dei registi della contemporaneità dimostratosi abile nel raccontare il senso comunitario, il valore identitario, la storia, le difficoltà della cultura e del popolo afroamericano fuori e (soprattutto) dentro la grossa macchina industriale hollywoodiana, convincendo una larghissima fetta di pubblico e collezionando grandi successi come Creed (col quale ha rinfuso impensata linfa vitale alla saga di Rocky, dando peraltro una dimensione altra alla carriera di Sylvester Stallone) e Black Panther, pellicola che ha permesso all’universo Marvel di poter ambire alla sua prima candidatura all’Oscar come miglior film, nonché primo ideale compimento di un percorso condiviso e insieme personale che aggiunge un tassello ulteriore, appunto, con quest’ultima impresa.

            La quale si riannoda però innanzitutto all’esordio del filmmaker, Fruitvale Station, risalente ormai a più di dieci anni fa: il racconto urgente e sentito della tragica storia vera di Oscar Grant, giovane ragazzo black ucciso dalla polizia della Bay Area Rapid Transit District di Oakland nelle prime ore del Capodanno 2009. Un tentativo - perfettamente inscritto nei codici indie, a metà tra il fervido impegno politico di Spike Lee e la tumultuosa esperienza metro-urbana del cinema di John Singleton - di imporsi come nuova voce autoriale e punto di riferimento per la produzione afroamericana, come sottolineato d'altronde dalla partecipazione a numerosi festival come Sundance o Cannes.

            Come sappiamo, le strade del destino e del cinema, Coogler, lo hanno poi condotto altrove, verso ben altri lidi in e per cui ha nondimeno provato a mantenere intatta una cifra. Quella che, una volta ottenuto il giusto potere contrattuale, decisionale e produttivo, può oggi infondere in un progetto scisso esattamente a metà, teso tra la volontà di essere rilevante e l’adesione, la fede verso uno spettacolo kolossale. Detto altresì, tra l’ambizione di sperimentare e quella di stupire. 

            La recensione de I peccatori, il nuovo film del regista di Black Panther Ryan Coogler; un horror coi vampiri con Michael B. Jordan.

            Per sintetizzare, I peccatori si mostra nelle fattezze di un film duale e ardito, alla stregua dei suoi protagonisti: due parti di un unicum identitario, due corpi simmetrici, eppure diametralmente opposti, legati indissolubilmente da fantasmi, paure, visioni e fantasie condivise, dal medesimo passato e dallo stesso - forse catartico, forse tragico - fato. I loro nomi sono Smoke e Stack, gemelli identici che, intenti a lasciarsi alle spalle le loro vite travagliate e criminose nella Chicago di Al Capone, tornano nella loro città natale, più precisamente a Clarksdale, sul delta del Mississippi, per cominciare una nuova vita, aprendo (e cercando fortuna con) un juke joint, uno di quei locali dove si suona, balla, beve e gioca a carte. Arrivati sul posto, proprio durante la serata inaugurale del club, scopriranno, loro malgrado, che qualcuno o qualcosa, un male ancora più grande, spiriti, demoni che conoscono bene(?), sono pronti ad accoglierli a braccia aperte. E, possibilmente, a denti digrignati.

            Avete letto bene: il ritorno dietro la macchina da presa di Ryan Coogler avviene nel segno di aglio, paletti di legno, sete di sangue, morsi e squartamenti. All’insegna, altresì, dei vampiri, proprio quelli di stokeriana memoria, in questo caso incarnazione simbolica di uno o più poteri che vogliono dividere, discriminare, opprimere, finanche massacrare e uccidere (in senso figurato e non) una collettività, un gruppo sociale, un concentrato di umanità che trova nella musica (specie in quella blues) uno scampolo, un barlume, una scintilla, una possibilità, una finestra (dell’anima) sulla libertà. Giusto il tempo che si esauriscano le note sullo spartito, che le dita smettano di pizzicare le corde di una chitarra, le voci di cantare, e i corpi di dimenarsi e volteggiare a ritmo.

            È allora la musica - da sempre elemento importante delle composizioni di Coogler e sempre firmata dal neo premio Oscar (per Oppenheimer) Ludwig Göransson (eletto ad effettivo co-autore) - l’altro cardine de I peccatori o, meglio, il primo. Come sopra, il punto di partenza di un racconto ispirato alla leggenda di Robert Johnson, tra i più grandi bluesman mai esistiti, che da ragazzino, in un crocevia desolato, vendette la sua anima al diavolo pur di suonare la chitarra come mai nessun altro aveva fatto prima e come forse mai nessun altro avrebbe mai più fatto. Nel film si cita pure Charley Patton, chitarrista parimenti mitico, primigenio padre di una musica originalmente, storicamente, filologicamente correlata ad un’entità soprannaturale, spirituale, mefistofelica. Il termine e l'idea del blues nasce infatti da "to have the blue devils", modo di dire all’inizio riferito allo stato allucinatorio che segue alle crisi di astinenza da alcool, e solo poi espressione di un umore indefinibile altrimenti. Un misto di tristezza, agitazione e depressione. I due significati (intra- ed extra-musicale) si fondono, e il musicista blues diventa colui che suona o canta per "liberarsi dai blues".

            La recensione de I peccatori, il nuovo film del regista di Black Panther Ryan Coogler; un horror coi vampiri con Michael B. Jordan.

            In tal senso, è proprio questa profondità, veracità e adeguatezza dei richiami e delle reminiscenze culturali - che Coogler erge a soggetto narrativo e ad intuizione di una miscela (che flirta anche con un western riletto e ricostruito ad hoc) indubbiamente originale - ché fa de I peccatori, di questo ballo a tratti ipnotico, sfrenato, voluttuoso, libertario, un’operazione del tutto consonante con Nope di Jordan Peele.

            Media e generi sono gli strumenti che accordano la visione d'entrambi. Sono i grimaldelli che gli permettono di entrare in contatto, sfiorare, sentire e rendere poi sullo schermo l’essenza passata e presente di suddetta condizione e l’urgenza di una riappropriazione, rivendicazione. Tutti e due si rifanno inoltre al western: terreno e catalogo di codici secolari che definiscono e rivelano il cosiddetto american way, lo spirito e il corredo genetico di una nazione virtualmente senza confini, con un orizzonte unico; contaminato a sua volta con generi “cugini” - chi la fantascienza degli UFO, chi il vampire movie - dove nodali sono i motivi della prevaricazione, del predominio, del conflitto tra diversi, tra noi e il nostro riflesso più o meno bestiale.

            Sia Coogler che Peele si riferiscono, in ultima analisi, a due media tra loro dialoganti, alla musica (Coogler) e alla teoria e alla storia del cinema (Peele), per perseguire e dare compiutezza e densità ai propri tentativi. Con l’unica differenza che, laddove l’ex comico mantiene salde le redini della propria creatura, aprendo di continuo lo sguardo dello spettatore su prospettive innovative, sconvolgenti, intelligentissime, stratificando il proprio discorso, allargandosi perfino all’abisso della finzione, allo stato di salute del cinema; ebbene, il nostro si ferma qualche passo più indietro, a presenze, ectoplasmi, delitti, peccati del passato che continuano tutt’oggi e continueranno (ahinoi) a bussare alla porta di una festa su rovine insanguinate, sul delta di un Acheronte.

            Scelta, questa, che potrebbe facilmente rientrare nelle maglie supposte e ideali di un blockbuster in fondo non così coraggioso, né tantomeno consapevolmente autolesionista come Nope. Di un film che risponde ad altro, accontentandosi, accomodandosi su una forma e confezione vistosa, modaiola, deluxe, talora pretenziosa e fine a sé stessa, come molte soluzioni di messa in scena (leggasi long take, il cui unico fine pare quello di esibire i muscoli della produzione).

            La recensione de I peccatori, il nuovo film del regista di Black Panther Ryan Coogler; un horror coi vampiri con Michael B. Jordan.

            Purtroppo però, superata la metà circa e imboccata definitivamente la via horrorifica, a I peccatori rimane giusto la dignità di uno spettacolo che segue una vocazione temeraria, cerca di muoversi in mondi (anche produttivi) diversi e rifugge le gabbie formulaiche, algoritmiche di un’industria spaventata, repulsa, intollerante all’ignoto, un po ' come i vampiri all’aglio e ai crocefissi, o i membri del Klan ad ogni presunta minoranza etnica.

            Per il resto, Coogler sacrifica ogni spunto di novità e invenzione sull’altare di un ultimo atto che è davvero o il vero peccato. Perché tarpa le ali e ridimensiona tutto ciò che è stato costruito fino a quel momento, dissipando qualsiasi tipo di originalità. Perché rivolge i suoi sforzi ad uno scioglimento così sfacciato da diventare pedante, troppo palese per un film che dimostra di saper lavorare così bene sulle alchimie e sulle sottigliezze. E perché finisce per banalizzare e ridurre l'intero lungometraggio al fatuo ripiego di un paio di (quelle sì) meravigliose intuizioni visive e concettuali. Si pensi, ad esempio, alla sequenza dell’evocazione, sintesi tra il saggistico e il performativo, ma anche incandescente arca della memoria di un’intera comunità attraverso la cultura, le ispirazioni, le fusioni, l’evoluzione musicale.

            Girando a vuoto, delineando o, meglio, spiegando verbosamente il funzionamento di una mitologia vampiresca scarna di sorprese e maledettamente derivativa che vampirizza senza troppa invenzione Il fantasma del palcoscenico di Brian De Palma, Il buio si avvicina di Kathryn Bigelow, Mississippi Burning di Alan Parker, e Dal tramonto all’alba di Robert Rodriguez: I peccatori si trascina così per 137 minuti a dir poco eccessivi, fino ad un paio di sequenze bonus sparse lungo i titoli di coda. 

            La recensione de I peccatori, il nuovo film del regista di Black Panther Ryan Coogler; un horror coi vampiri con Michael B. Jordan.

            È questo il gesto di definitiva e pigra tracotanza di una pellicola che sfugge alla morsa distruttiva del suo copione (e di fin troppi errori grammaticali) grazie alla sontuosità del proprio comparto tecnico, fra cui la fotografia caliginosa, fitta di Autumn Durald Arkapaw, complice nella grafia horror; e per la robustezza e la convinzione dei volti e dei corpi di fronte alla macchina da presa.

            Per cui non ci pare giusto citare soltanto l’amico e sodale Michael B. Jordan, qui impegnato in un’interpretazione doppia che questi affronta con maestria ed efficacia, sdoppiando (un po’ come De Niro in The Alto Knights, sempre di casa Warner Bros.) i suoi due temperamenti d’attore. Difatti, ad accompagnarlo in questa discesa agli inferi, vi è un ensemble capace addirittura di metterlo in ombra e competere alla pari col carisma innato e l’inevitabile protagonismo che accompagnano ogni sua entrata in scena. Parliamo, nella fattispecie, di un Jack O’Connell giustissimo e convincente, di una Wunmi Mosaku molto intensa, di un Delroy Lindo che non delude, di una Hailee Stanfield alla sua miglior prova.

            Ciò nondimeno, la vera rivelazione del film è Miles Canton, giovane prodigio del R&B qui al suo vero e proprio esordio cinematografico. Talento musicale “scoperto” e trattato da Coogler sulla falsariga di quanto fatto con lo stesso Jordan nel succitato Fruitvale Station. Nella speranza che, un giorno, possa anch’egli vedere l’alba della fama.          

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