
THE ALTO KNIGHTS è il ricevimento funebre di The Irishman
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: The Alto Knights
USCITA ITALIA: 20 marzo 2025
USCITA USA: 21 marzo 2025
REGIA: Barry Levinson
SCENEGGIATURA: Nicholas Pileggi
CON: Robert De Niro, Robert De Niro, Debra Messing, Kathrine Narducci, Michael Rispoli, Cosmo Jarvis
GENERE: biografico, gangster, poliziesco, drammatico, storico
DURATA: 123 min
VOTO: 5+
RECENSIONE:
Robert De Niro si fa in due per interpretare i boss Vito Genovese e Frank Costello in The Alto Knights - I due volti del crimine. I suoi o, per meglio dire, le due estensioni attoriali e divistiche lungo cui si è sviluppata la sua carriera gangsteristica davanti alla macchina da presa. Purtroppo però il film di un ritrovato Barry Levinson arriva soprattutto come ultimo slancio vitale di una Hollywood tramontata, geriatrica.
Dice bene il sottotitolo (al solito, pedante e pleonastico) dell’edizione italiana di The Alto Knights, l’ultimo film - il primo in dieci anni - della lunga e chiaroscurale carriera, tra fasti e tracolli, di uno dei registi che più e meglio di tanti ha incarnato lo spirito di quella Hollywood stolida, granitica, (im)peritura a cavallo fra anni ‘80 e ‘90: Good Morning, Vietnam, il quattro volte premio Oscar Rain Man, Rivelazioni, Sleepers, per intenderci; e, di conseguenza, anche il suo lento declino alla soglia del nuovo millennio. Lo stesso soffio che "anima" I due volti del crimine - questo il sottotitolo incriminato -, pellicola che delinea i rispettivi ritratti e ripercorre la rivalità dei due boss malavitosi di una New York post-bellica, Vito Genovese e Frank Costello, un tempo amici, ora a tal punto ostili che uno dei due potrebbe aver ordito un assassinio a tradimento ai danni dell’altro.
Di radici affini, la loro storia è la medesima di decina di centinaia di immigrati europei, giunti in America sul fare del nuovo secolo in cerca di fortuna e opportunità, e alfine incorsi, caduti nella morsa delle organizzazioni criminose. L’unica differenza è che loro, diversamente da molti di quegli altri, sono riusciti a farsi strada tra i ranghi e - con una piccola spinta, meglio nota come proibizionismo - ad accumulare una fortuna e un potere tali da renderli incontrastabili pilastri di questa grande famiglia allargata.
Ad un certo punto, però, Vito, ricercato dagli “sbirri”, è costretto a fuggire all’estero e a restarci un po’ con lo scoppio della seconda guerra mondiale, mentre Frank, rimasto da solo in carica, non fa che consolidare il dominio e il delittuoso progetto lanciato da entrambi, scavallando e facendo irruzione pure nelle alte sfere della politica newyorchese e statunitense. Finiti i combattimenti oltreoceano, il vecchio amico torna, sperando di riacquisire tutto ciò che aveva provvisoriamente demandato, ma i tempi sono cambiati e lo stesso hanno fatto gli equilibri, retti con cautela dal compare di una vita. Vito capisce così che ci può e deve essere un solo boss in città…
I due volti del crimine sono in realtà il doppio profilo dello stesso corpo, due discendenti dello stesso ceppo, due esiti diversi della medesima condizione storica, sociale, esistenziale, criminale, le due facce della stessa medaglia. O, meglio, le due facce d'una stessa filmografia, di un singolo corpus cinematografico, dello stesso attore, del gangster per eccellenza nel lungo e grande romanzo hollywoodiano. Barry Levinson sceglie infatti di far interpretare i protagonisti del suo film nientemeno che all’immarcescibile Robert De Niro, assurto parabola dopo parabola a liturgica icona scorsesiana, a sinonimo di certe atmosfere, territori, umori, a intoccabile monumento anch’egli (per quanto comunque contaminabile, ossidabile: leggasi Nonno scatenato o Nonno questa volta è guerra) di un distinto modo di fare cinema a Hollywood e dintorni.

Questa scelta, che rimanda inevitabilmente alle vertigini sperimentali del Cronenberg e (Jeremy) Irons di Inseparabili o, più recentemente, a Legend di Brian Helgeland, è o dovrebbe essere tutto fuorché una bizzarria fine a sé stessa, una cosiddetta gimmick. Bensì il primo e ultimo segno di un testamento effettivo di un mondo filmico idealmente senza tempo di cui The Irishman di Martin Scorsese aveva già celebrato le esequie in maniera non meno sperimentale, ma più controversa.
Al contempo, The Alto Knights si rivela essere innanzitutto un compendio, una sintesi massima e massimalista dei ruoli che hanno costellato la brillante cavalcata dello stesso De Niro nel filone gangsteristico (dal Noodles di C'era una volta in America al Jimmy Conway di Quei bravi ragazzi, mescolati con il passo e l’approccio coppoliano della saga de Il Padrino, un’enfasi sul mezzo e le riflessioni senili del già citato The Irishman, il contesto storico de Gli intoccabili…), così come dei due registri che ne hanno definito la cifra. Da un lato, ritroviamo allora l’espressività iperbolica, esplosiva, minacciosa, concentrata nel profilo di Genovese: una mina vagante immune a qualsiasi tipo di avvertimento, un uomo diretto, irruente, vendicativo, famelico. In netto contrasto, si pone la sottrazione di Costello: cauto, meticoloso, ragionevole, calcolatore e forse anche per questo alfine vincente.
Se indubbio è dunque il vigore e il carisma della prova doppia (l’ultima uscita, dopo Mickey 17, dalla fucina Warner Bros.) di De Niro e la coerenza del character study, resta da capire com’è The Alto Knights. E soprattutto se c’è.
Il film ha senza dubbio il merito di far confluire in un unico corpo il tempo del racconto e il tempo del cinema, traducendo in maniera inedita l’illusione, il gioco di prestigio di un potere efferato e illegale, di un secondo stato che opera alla luce della mimetica fotografia di Dante Spinotti, attraverso i trucchi (e il trucco prostetico) del dispositivo e della finzione cinematografica. D'altra parte però è anche vero che, dai discorsi che apre e definisce in pochi istanti, ossia da quei due volti del crimine, Levinson non si muove granché.

Anzi, sembrerebbe non voler proprio addentrarsi nelle implicazioni logiche, naturali, ancor più intriganti della propria intuizione di base (e gancio pubblicitario), e limitarsi a portare praticamente e modestamente in scena l’altalenante copione di Nicholas Pileggi. Ad accontentarsi, in altre parole, di raccontare qualcosa come già fatto da altri e, addirittura, di filmarlo nei termini e nei modi degli altri. Emblematica, in tal senso, la sequenza del barbiere in montaggio alternato à la Peter Zinner.
Ecco quindi che The Alto Knights diventa una specie di mesto e impassibile déjà vu. Un post-requiem che, nel voler trarre il massimo dal minimo (indispensabile), si ritrova a banchettare con gli scarti e a muoversi tra le rovine, in un rigurgito nostalgico stantio e intorpidito. O ancora, un'impresa apoplettica, rassegnata dapprincipio come uno dei suoi antieroi, che purtroppo sa molto di atto di pre-pensionamento non soltanto per Barry Levinson, ma anche per un certo Irwin Winkler, già produttore di Rocky, Toro scatenato, del succitato Quei bravi ragazzi. Un altro grande caposaldo, quest'ultimo, di quella Hollywood che faceva offerte che non si potevano rifiutare.
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