
MICKEY 17, memorie di un Bong Joon-ho
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Mickey 17
USCITA ITALIA: 6 marzo 2025
USCITA USA: 31 gennaio 2025
REGIA: Bong Joon-ho
SCENEGGIATURA: Bong Joon-ho
CON: Robert Pattinson, Naomi Ackie, Steven Yeun, Toni Collette, Mark Ruffalo
GENERE: avventura, fantascienza, commedia, drammatico
DURATA: 137 min
Presentato al Festival di Berlino 2025
VOTO: 5.5
RECENSIONE:
A cinque anni dalla storica vittoria di quattro premi Oscar con Parasite, Bong Joon-ho rimane a Hollywood per dirigere il suo film successivo. Fantascienza sul filo di Snowpiercer, eppure meno concentrata sotto il profilo registico, Mickey 17 è una fiaba nera, tra l’infantile, il grottesco e il grossolano, che racconta un'umanità assuefatta alla disfatta, patetica, avida, abietta, finita. Un dito medio delle proporzioni di un blockbuster, ma dalla sostanza (coerentemente) ridotta, quando non irrilevante.
Alla fine, Parasite si è davvero rivelato un parassita degno del suo titolo per il panorama, la storia, l’industria hollywoodiana, in cui, dall’Estremo Oriente, dalla lontana Corea del Sud, s'è infiltrato fino a salire su uno dei palchi più famosi e prestigiosi, ossia quello degli Oscar. Quella notte di ormai cinque anni fa, la primissima pellicola sudcoreana a venire candidata dall’Academy, nonché ultima fatica di Bong Joon-ho - un regista rinomato soprattutto fra le ristrette cerchie di cinefili e invece, di lì a poco, destinato a venir consacrato agli occhi del mondo come uno dei grandi - riscrive letteralmente le cronache del cinema, vincendo ben quattro statuette.
Tra queste, c’è anche quella per il miglior film, mai assegnata fino a questo momento ad un lungometraggio non in lingua inglese. Una vittoria, questa, che col senno di poi sembra più un bug, una falla nel sistema, una variabile imprevista, capace cionondimeno di cambiare e stravolgere definitivamente l’esistenza e l’essenza medesima dell’Oscar e di tutto ciò che rappresenta.
Cosa succederebbe tuttavia se questo parassita finisse per ribellarsi, scegliendo di agire a danno del proprio iniziatore? La risposta a tale (spontaneo) interrogativo è Mickey 17, il progetto con cui il maestro sudcoreano torna dietro la macchina da presa e si ripropone di fronte ai nostri occhi, adattando e affilando per l’occasione il romanzo Mickey7 scritto da Edward Ashton, che segue le gesta di Mickey Barnes, un uomo gentile e di buon animo, ma non particolarmente brillante, che si offre inconsapevole volontario di un programma sperimentale per sfuggire a creditori tutt’altro che clementi. Egli viene quindi impiegato come funzionale strumento usa e getta o, per meglio dire, come “sacrificabile” avanscoperta per una missione di colonizzazione spaziale, guidata dallo spregevole e dispotico ex-membro del Congresso e politico fallito Kenneth Marshall, quest'ultimo burattino manovrato a piacimento, assoggettato al volere e ai capricci di coloro che lo circondano: dalla stramba moglie appassionata di salse a quello che dovrebbe essere il suo braccio destro, per non parlare dell'imprecisato organismo religioso reazionario, segregazionista e specista al quale pare rendere conto.
“Sacrificabile”, il nostro Barnes, lo è grazie o a causa di un’innovativa tecnologia di stampa 3D e di backup di memoria e personalità. Nello specifico, ogni volta che una replica di Mickey muore, questi può essere rigenerato all’infinito in nuovi corpi sintetici che mantengono intatta la sua identità. Nella giungla di dilemmi, discussioni e controversie di vario genere (etico, religioso, filosofico) inevitabilmente legati a questa nuova prodezza tecnica, una sola regola è ferrea e chiarissima: non può esistere contemporaneamente più di una versione dello stesso “sacrificabile”. O, detto altresì, i “multipli” sono vietati in maniera assoluta e categorica, pena il macero di tutti i cloni e, di conseguenza, della matrice originale.

Ebbene, ciò che avete appena letto dovrebbe essere il soggetto, l’incipit, l’idea di base che informa e anima Mickey 17, ma è, a gran sorpresa, pure tutto ciò che in fin dei conti ha da offrire di davvero sostanzioso, e che - non bastasse - sperpera nei primissimi trenta minuti. Fino a che, per intenderci, non compare il titolo, punto di sospensione di un mediometraggio di per sé trascinante, piacevole, spiritoso e ricco di intuizioni, incalzato dalla voce narrante del nostro “replicante”: corpo e personaggio sospeso tra la vena comica di un fantozziano Charlot e la sadica, talora sanguinolenta plasticità di un corpo da screwball o, tutt’al più, cartoonesco; ma anche compendio delle commistioni e innesti di genere, della grammatica e dell’orizzonte estetico, delle ossessioni tematiche da sempre care al cinema di Bong Joon-ho.
Purtroppo per chi guarda, è invece solo il (secondo) tiro di sipario della pellicola. Un’interminabile coda, dove tutti gli elementi, le intenzioni e le traiettorie, introdotte e subito esaurite, portate alle estreme conseguenze in quella primissima porzione semi-autarchica, rimangono fisse, anzi ristagnanti; invischiate nelle derive e densità limacciose di una narrazione e di discorsi poco ispirati, anodini e insipidi, sospinti con indolenza e pochissima verve verso un finale eufemisticamente anticlimatico, se non proprio cianotico. Il che, pure a fronte degli evidenti limiti, di una minor concentrazione registica, della già poca chiarezza e confusione di un flusso di coscienza autoriale, sembra per contro talmente incredibile da indurre a pensare invece alla presenza e alla fondatezza di un’identità creativa, produttiva e poetica ben precisa.
La stessa che architetta questa Arca intergalattica governata dal meglio del peggio di un mondo in e rispetto cui l’arte - con le sue proprietà iconografiche, figurative, esorcistiche - riconosce una specie di inferiorità. La propria sconfitta in opposizione alle forme e alle fattezze che assume la realtà, disarmante e irrisoria nel suo essere imprevedibile, nelle sue incredibili bizzarrie. Nessun argomento o dilemma è allora degno di essere approfondito in questa società e in questo presente, dove non conta più il gesto, la parola, il concetto in sé, ma la maniera in cui lo si racconta, comunica, filma, propaganda, dà direttamente in pasto ad un popolo, dal canto suo, mai tanto frammentato.
Così, tutto si riduce ad una raccolta, una playlist di argomenti, un superficiale navigare, scandagliare, etichettando, comprimendo, rigurgitando inesorabilmente, senza soluzione di continuità.

Ecco allora che Mickey 17 diventa ciò che qualcuno ha già definito “un’allucinazione la cui metafora cede al peso di una realtà non pre-vista” [FilmTV], quella della controriforma trumpiano-muskiana, anche nota come MAGA (Make America Great Again). Una fantascienza ossimorica, poiché più simile ad un documentario che giunge sugli schermi qualche istante dopo la catastrofe. Non instant, semmai “fuori tempo massimo”.
O ancora, il racconto di un’umanità assuefatta alla disfatta, ben lontana dai passeggeri di terza classe dello Snowpiercer, patetica, avida, abietta, finita. Paradossale, poiché essenzialmente impaurita dalla morte, eppure affascinata dal sapere esclusivo, privilegiato, mortifero del “fu Barnes”, portato in scena da un Robert Pattinson multiplo, in pieno tour de force recitativo, logica esplosione e insieme decisa affermazione di un’impronta divistica oggi rarissima e preziosa.
Quello che mette in scena Joon-ho è in sostanza un microcosmo (con evidente aperture al macro della nostra Storia recentissima) raccontabile giusto attraverso il tono e gli echi di una fiaba nera, tra l’infantile, il grottesco e il grossolano, al pari di Okja, per quanto quest'ultima viri e sia indirizzata - con tutti i distinguo di sorta - verso la letteratura di Jonathan Swift, i Monty Python de Il sacro Graal, il Terry Gilliam di Brazil e de L'esercito delle 12 scimmie (non a caso, tra i produttori figura anche Brad Pitt con la sua Plan B), Ruben Östlund e il Lanthimos "nazionalpopolare" di Povere creature!, dal quale mutua anche un Mark Ruffalo dentuto, frustrato e capriccioso, macchiettistica trasfigurazione trumpiana.
Al contempo, Mickey 17 figura a sua volta - e alla stregua del suo protagonista - come un clone, una ristampa pratica e contingente del cinema e della cifra del regista sudcoreano, che serva da grido d’allarme disperato, spesso sguaiato, ma anche immediatamente soffocato, nei confronti di uno spettro: umano in tutto e per tutto, totalitario, retrivo, fascista che ha saltato a piè pari la fase della distopia e ora punta dritto all’utopia. Una visione e un gesto d'autore che significa in sé e per sé. O, per dirla col film, “una salsa gustosa e comprensibile persino per una capra”, per quell’America che cinque anni or sono incoronò Parasite e verso la quale oggi la sua mente rivolge una monumentale barzelletta; un dito medio delle proporzioni di un blockbuster, ma dalla sostanza apoditticamente infima, irrilevante.
Tale coesione tra intenzioni ed esecuzione si trasforma però ben presto in un'anomalia, in un vizio di forma, facendo di Mickey 17 una pellicola a suo modo compiuta, ma non del tutto soddisfacente e in fondo vittima eccellente di quel parassita. Delle memorie di un Bong Joon-ho.
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