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            3 Marzo 2026
            La recensione de À pied d’œuvre (At work), il nuovo film di Valérie Donzelli
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            LA MATTINA SCRIVO, il prezzo della scelta

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: À pied d'oeuvre
            USCITA ITA: 29 agosto 2025
            REGIA:  Valérie Donzelli
            SCENEGGIATURA: Valérie Donzelli, Gilles Marchand
            CON: Bastien Bouillon, André Marcon, Virginie Ledoyen
            GENERE: drammatico
            DURATA: 92 min
            Miglior sceneggiatura al Festival di Venezia 2025

            VOTO: 6.5

            RECENSIONE:

            Un uomo lascia un lavoro sicuro e riconosciuto per inseguire la scrittura, scivolando in una spirale di precarietà e marginalità. Valérie Donzelli, con La mattina scrivo, porta in concorso al Festival di Venezia la parabola fragile e ostinata di chi sacrifica tutto pur di restare fedele a sé stesso.

            “Finire un testo non significa essere pubblicati, essere pubblicati non significa essere letti, essere letti non significa essere amati, essere amati non significa avere successo, e il successo non offre alcuna promessa di fortuna”. 

            Sta tutto in questa citazione tratta dal memoir dello scrittore e fotografo Franck Courtès, La mattina scrivo, il settimo lungometraggio della francese Valérie Donzelli, presentato in concorso all’82ª edizione del Festival di Venezia, che prende spunto proprio dall’esperienza del succitato. E che qui diventa Paul (interpretato con misura e sottrazione da Bastien Bouillon, qui alla quarta collaborazione con la regista): 42 anni, fotografo di successo che tutt’a un tratto decide di abbandonare la professione (e, con essa, la comodità e i guadagni sicuri) per reinventarsi come scrittore. Non è la scelta, la posa di un ribelle, né di un anticonformista, ma il frutto di una necessità interiore. Un’urgenza vitale e incondizionata che la pellicola restituisce con garbo e pregio, mettendo in luce la forza e la fragilità di un eroe ordinario, umile, ostinato. Un asceta, ancor prima che un marito e un padre (di due figli).

            “Smettere di fotografare per diventare scrittore è una sfida, ma restare scrittore lo è ancora di più”, afferma in una delle prime sequenze. Difatti, laddove la critica ne apprezza i libri, le vendite non decollano. I testi, troppo autobiografici e pessimisti, risultano discordanti e dissonanti, estranei ad un mondo che annuncia “un’apocalisse ogni dieci minuti”. Attorno a lui, amici e parenti reagiscono con durezza — o forse solo con realismo — incapaci di condividere fino in fondo la sua ostinata scelta di libertà. Pur di non tornare sui propri passi, Paul si affida così allo sterminato panorama delle applicazioni, della cosiddetta gig economy o, come la definisce lui stesso, “un'amabile e subdolo sistema di distruzione e smaltimento rifiuti”, tra aste al ribasso e lavoretti di vario genere pagati da fame. Ben presto scivola in una spirale che lo trascina in un’esistenza precaria, vissuta dal ristretto orizzonte del suo monolocale, da cui il mondo gli appare — in modo quasi morettiano — attraverso i piedi delle persone che passano.

            È allora nel contrasto tra la miseria concreta e l’intransigenza dello spirito che si definisce il cuore de La mattina scrivo. Coadiuvata dal co-sceneggiatore Gilles Marchand, Donzelli si avvale del ritratto di un uomo che sceglie di perdere tutto pur di non perdere sé stesso, per riflettere sul modo in cui la tecnologia e le piattaforme digitali abbiano ridefinito — e, nella maggior parte dei casi, peggiorato — le condizioni di lavoro, in un presente dominato dal turbo-capitalismo e dalle logiche algoritmiche. Ma allo stesso tempo è anche una meditazione (l’ennesima, se è per questo) su come l’arte influenzi la vita e la vita condizioni l’arte, con una domanda sempre in sospeso: chi è davvero povero? Colui (o colei) che è costretto a piegarsi a meccanismi alienanti pur guadagnando molto, o chi accetta la miseria pur di preservare una qualche forma di sperata e utopica libertà?

            Donzelli sceglie il tono della sottrazione, con qualche vezzo stilistico qua e là — come l’uso della pellicola per i voli immaginifici e mnemonici di Paul —, alternando pensieri e conclusioni ora intriganti, ora banali; momenti di brillante lucidità a passaggi che, nel finale, sfiorano il ricattatorio e il pietistico. Nondimeno, è un’opera quieta, soffusa, forse minore, La mattina scrivo. Un film perfettamente in linea con molti titoli francesi passati di recente in concorso al Festival di Venezia che trova una sua efficacia nella sincerità con cui interroga lo spettatore sul rapporto tra libertà e sopravvivenza, arte e mercato, illusione e necessità.

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