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            27 Agosto 2025
            La recensione di Mother, il nuovo film drammatico di Teona Strugar Mitevska.
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            FESTIVAL DI VENEZIA 82

            MOTHER, se l'eresia diventa convenzione

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Mother
            USCITA ITALIA: 16 ottobre 2025
            REGIA:  Teona Strugar Mitevska
            SCENEGGIATURA: Goce Smilevski, Teona Strugar Mitevska, Elma Tataragić
            CON: Noomi Rapace, Sylvia Hoeks, Nikola Ristanovski
            GENERE: drammatico
            DURATA: 104 min

            VOTO: 4.5

            RECENSIONE:

            La macedone Teona Strugar Mitevska racconta Madre Teresa di Calcutta prima dell’icona in un antibiopic iconoclasta purtroppo solo nelle intenzioni. La messa in scena infatti non va di pari passo con lo spirito che anima la sceneggiatura e si accontenta di decorazioni puerili.

            Avete presente quei film che sembrano costruiti attorno ad un’intuizione intrigante e potenzialmente vincente, che tuttavia non si ha il coraggio nemmeno di portare ai massimi termini, di esasperare fino al punto di non ritorno, ma proprio di accettarla e riconoscerla in quanto tale? Ebbene, Mother, l’ultimo lavoro della macedone Teona Strugar Mitevska, è esattamente uno di questi film, questa volta incentrato (dopo il buon Dio è donna e si chiama Petrunya) su un altro ritratto di donna, solo realmente esistita. La madre del titolo, infatti, altri non è che la conterranea (di Mitevska) Madre Teresa di Calcutta, tra le figure ecclesiali più note e venerate al mondo, fondatrice della congregazione delle Missionarie della Carità, premio Nobel per la pace e simbolo universale di dedizione agli ultimi. 

            Mother, nondimeno, si propone di essere tutto fuorché un racconto biografico convenzionale negli argomenti e nei modi, bensì un ragionamento, un’osservazione (a posteriori), uno studio sulla dottrina, sul pensiero e, inevitabilmente, sull’immagine nel suo farsi e sull’iconografia venerabile e veneranda della fu Anjezë Gonxhe Bojaxhiu. È altresì un conto alla rovescia verso l’idolo e l’idolatria, una (ri)costruzione del profilo di Madre Teresa tenendo conto, soffermandosi e concentrandosi - alla maniera di Larraín - su un periodo emblematico, significativo della sua vita. Più precisamente, su una settimana dell’agosto 1948, quando ancora era una madre superiora di soli 37 anni e si trovava reclusa e forclusa dietro le quattro mura del convento delle suore di Loreto a Calcutta. Sono giorni di attesa: da un momento all’altro potrebbe arrivare la lettera che le permetterà finalmente di lasciare il monastero e creare un nuovo ordine in risposta alla chiamata ricevuta da Dio. Proprio quando tutto sembra pronto, si ritrova di fronte a un dilemma che ne mette alla prova la fede e le ambizioni. Colei che dovrebbe succederle alla guida del posto le confida di aspettare un bambino…

            È una posizione, quella verso l’aborto, che rappresenta - per dirla con la regista - “un ostacolo sul suo cammino, difficile da comprendere dalla prospettiva odierna, almeno per alcuni di noi, eppure approvata da molti”. Ciò nonostante, proprio questo suo essere una figura controversa, ambigua - una il cui mistero, come nel caso di tanti altri santi, potrebbe essere secondo solo a quello della fede - è la chiave utilizzata da Mitevska per liberarla all’interno di una storia femminile raccontata evitando di incorrere nel modello narrativo consolidato, accettato, ergo maschile. Mother invita dunque a “celebrare le donne così come sono, non solo martiri altruiste o vittime eterne, ma come personaggi pienamente sviluppati”. Con tali presupposti, avrebbe potuto essere un’opera davvero radicale, uno scarto netto rispetto alla tradizione agiografica e al canone beatifico. Laddove però l’intenzione e la scrittura paiono iconoclaste, i modi e la messa in scena non seguono di pari passo, sospesi tra l’esigenza estetica di essere “pop” e accattivanti e la necessità di lavorare davvero in profondità sul corpo, sull’immagine di Madre Teresa, oltre che sul luogo che ne perimetra i conflitti. Un corpo e un luogo che diventano metafora della condizione femminile all’interno della Chiesa (e non solo), di un sistema modellato e codificato; ma sempre in forme tipiche (incluse le tinte da thriller psicologico e gli echi quasi body horror). 

            Così, alla stregua dell’interpretazione di Noomi Rapace, ecco che l’intuizione di cui parlavamo in apertura - ossia l’uso della musica metal come elemento straniante, potenziale innesco di senso e fulcro del discorso – si fa segno chiassoso di un potenziale inespresso. Rimane insomma solo un vezzo superficiale, un accento modaiolo che non riesce mai a incidere, se non per un segmento fuori tempo massimo. Più che aprire squarci, resta decorazione; un diversivo che conferma quanto ormai l’iconoclastia stessa sia diventata una convenzione. Quella di una pellicola che avrebbe potuto infiammare e invece si limita ad una retorica traslazione di tempo e un facilissimo sguardo in camera. 

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