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            2 Settembre 2024
            The Brutalist Venezia 81 Recensione Cinemando
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            VENEZIA 81

            THE BRUTALIST di Brady Corbet - La recensione

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: The Brutalist
            REGIA: Brady Corbet
            SCENEGGIATURA: Brady Corbet, Mona Fastvold
            CON: Adrien Brody, Felicity Jones, Guy Pearce, Joe Alwyn, Raffey Cassidy, Stacy Martin, Emma Laird, Isaach De Bankolé, Alessandro Nivola
            GENERE: drammatico, storico
            DURATA: 215 min
            In concorso alla 81ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia

            VOTO: 7.5

            RECENSIONE:

            La storia (con tracce di realtà) di un architetto ungherese emigrato diventa il presupposto per Brady Corbet di decostruire e mostrare le fondamenta dell’America e del suo sogno, ma anche di parlare della propria idea di fare il cinema. Come un fluviale romanzo ottocentesco, sospeso tra ragione e visceralità, sconfinato ma purtroppo non nuovo come vorrebbe: The Brutalist finisce per contraddire il suo protagonista.

            Questa è la storia di una persona che si ritiene libera, senza esserlo veramente. Inizia più o meno così (parafrasando) The Brutalist di Brady Corbet, terzo lungometraggio dell’attore di Mysterious Skin, (il remake americano di) Funny Games e Melancholia: il primo a sei anni di distanza dal controverso Vox Lux, che è praticamente lo stesso tempo volutoci affinché quest’ultimo progetto prendesse finalmente vita. 

            La storia è quella di László Toth, un geniale architetto, un ebreo ungherese sopravvissuto alla tragedia dei campi di concentramento, e della sua emigrazione, dopo la seconda guerra mondiale, n(el sogno d)egli Stati Uniti. Qui, fa la conoscenza di Harrison Lee Van Buren, un epigono gatsbyiano (abbagli e miraggi inclusi), un ricchissimo, misterioso ed eccentrico magnate dell’industria arricchitosi durante il conflitto grazie ad un piccolo, grande ingegno. Il quale, superato un primo incontro tutt’altro che simpatico, riconosce il talento del nostro László, commissionandogli un centro per la propria comunità. Un lavoro mastodontico, folle, su cui il nostro pretende e non accetta vi sia alcuna intromissione. Purtroppo per lui, il destino (e non solo) si metterà di traverso, compromettendo, in maniera potenzialmente irreparabile, la realizzazione del progetto…

            Un po’ come nel caso della Maria Callas di Pablo Larraín e Angelina Jolie (concorrente anch’essa per il Leone d’oro in questa 81ª edizione della Mostra del cinema di Venezia) e di tanti altri grandi geni del resto, anche per l’inventato(!) László la sua vita è la sua opera. E quest’opera, in un certo senso, non possiede ragione, pur aderendo (ridefinendola) alla corrente brutalista. È puro e brutale, appunto, sentimento. 

            Difatti - ci verrà anticipato in uno degli scambi tra mecenate e artista, e chiarito solo in un secondo momento - le fondamenta di qualsiasi costruzione di Toth, di ogni suo singolo intervento e riscrittura del paesaggio (naturale o urbano), non sono fatte di cemento o di chissà quale altro composto, quanto piuttosto della materia del suo cuore. Di un trauma, di una lesione e di un dolore indicibili. E ancora, degli spettri di uno dei momenti più atroci e abietti della storia umana; di quella disumanità dell’Olocausto (a cui è scampato assieme alla moglie Erzsébet), che il nostro trasfigura in lavori che raccontano la fatica, lo sforzo, l’oppressione, ma che si danno all’occhio con linee essenziali, composte, sobrie, sfrondati di qualsiasi eccesso, alla ricerca del “solido nucleo della bellezza”. Quelli di Toth sono segni titanici, granitici, inequivocabili, e insieme muti ed enigmatici, della propria (e nostra) storia. Espressioni in calce di libero pensiero, di libera identità, che non vogliono mostrare né dire alcunché. Vogliono semplicemente essere, nel e fuori dal proprio tempo. Senza tempo. 

            The Brutalist Venezia 81 Recensione Cinemando

            In tal senso - fin dalle sue premesse produttive, dalla misura della sua lavorazione, alla sua effettiva realizzazione, messa in scena, durata fluviale e pachidermica di 3 ore e 35 minuti - The Brutalist di Brady Corbet vuole diventare non solo il suo soggetto, ma addirittura una manifestazione in celluloide della sua filosofia. Un’opera, dunque, che discende (negli angoli bui, nelle marce fondazioni di un’America xenofoba, isolata nei suoi salotti e nelle sue finzioni, sproporzionata), ascende (e si astrae nel dualismo di genio e sregolatezza, in un obbligo morale di ricerca della felicità) e trascende, abbracciando e recuperando - con un feticismo che talora flirta con un radicalismo chic - modi e supporti passati, al fine di dar vita ad un’esperienza audiovisiva totalizzante, atipica, lisergica, quasi mistica. 

            La scelta di girare il tutto in pellicola 70mm VistaVision, l’adozione di una formula a tesi e di una struttura operistica composta da due atti, un'ouverture (infernale che distorce percettivamente e crea un parallelismo molto interessante fra l’interno di una nave diretta a Ellis Island e una camera a gas), un intervallo (che, alla stregua di 2001: Odissea nello spazio, è parte integrante della pellicola) e un epilogo (ambientato in un luogo alquanto significativo, dalle accezioni metatestuali), o ancora, il casting di un perfetto Adrien Brody che ripercorre i passi polanskiani di Władysław Szpilman, e i numerosi riferimenti che vanno da La fonte meravigliosa di King Vidor a Il petroliere, si scontrano e incontrano pertanto con l’anticonvenzionalità (editoriale) del progetto, il gioco intellettuale col filone del biopic, la finzione [con tracce di realtà: il nome del protagonista è lo stesso di un operaio e criminale ungherese che, nel 1972, vandalizzò la Pietà di Michelangelo] nella finzione. 

            Ne deriva un’architettura cinematografica degna di un romanzo ottocentesco, sospesa tra ragione e visceralità, sconfinata ma purtroppo non nuova come vorrebbe. Una i cui sogni arrivano a compromettere ripetutamente la propria visione. Che ha una prima metà riuscitissima, appassionante, dal ritmo impeccabile, al limite dell’ipnotico, e una seconda: quella che vira con decisione verso un astratto che fa rima con programmatico; viceversa meno concentrata, assediata da difetti insanabili. 

            Tra questi, l’interpretazione insopportabile, petulante di una Felicity Jones tutto fuorché credibile nei panni della moglie di Toth, un Guy Pearce gigione che spesso arriva ad oscurare Brody, e un finale in cui il razionalismo di fondo, l’urgenza di spiegare, di “far tornare i conti” mitiga una palese dichiarazione d’intenti in un mero spiegone. Contraddicendo così il suo stesso protagonista e(rgo) contraddicendosi. Perché, alla fine, in The Brutalist conta più il viaggio che la meta. 


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