
PILLION non osa desiderare di più
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Pillion
USCITA ITALIA: 12 febbraio 2026
USCITA UK: 28 novembre 2025
REGIA: Harry Lighton
SCENEGGIATURA: Harry Lighton
CON: Harry Melling, Alexander Skarsgård, Douglas Hodge, Lesley Sharp
GENERE: commedia, drammatico, erotico
DURATA: 106 min
Presentato al Festival di Cannes 2025 nella sezione Un Certain Regard
VOTO: 7+
RECENSIONE:
Pillion - esordio al lungometraggio di Harry Lighton - reinventa il romanzo Box Hill di Adam Mars-Jones come un intenso romance di formazione, ambientato in un’Inghilterra periferica di gay bikers club e quartetti a cappella, che esplora la scoperta di sé e della sessualità in una relazione sbilanciata ma consensuale, coniugando tensione, tenerezza e introspezione psicologica. Sorretto dalla chimica rara tra Alexander Skarsgård e un sorprendente Harry Melling, Pillion sfida gli schemi ricorrenti del queer cinema mainstream, trasformando i silenzi e i non detti in un percorso di emancipazione e maturazione personale.
C'è il suono del rombo di una motocicletta che pian piano si fa sempre più chiaro, vicino, forte, fino a sovrastare tutto, quasi a tramutarsi fragorosamente in una sirena o, meglio, in un segnale acustico. Che è poi il richiamo, l'avviso, il sintomo che — dopo un graduale, lungo processo di avvicinamento, di corteggiamento, di ascolto di sé e dell’altro — sentirà e percepirà Colin, il giovane, timido, impacciato protagonista di Pillion, esordio nel lungometraggio del 33enne britannico Harry Lighton.
È appunto con questa metafora tutta sonora (su schermo nero) - seguita curiosamente, ironicamente dalle parole in musica (“Se verrai con me sul mio carro tra le nuvole…") di Chariot nella versione di Betty Curtis (brano da cui sarebbe poi nata la ben più celebre I Will Follow Him) - che parte il libero adattamento del romanzo breve Box Hill di Adam Mars-Jones, incentrato sulle evoluzioni, in un’Inghilterra periferica degli anni ’70, di una relazione intensa e sbilanciata fra due personaggi perfettamente, idealmente antitetici, logicamente opposti.
Da un lato, questo Colin, ragazzo smunto, impaurito e insicuro, con una “particolare propensione alla devozione” e alla sottomissione; dall'altro Ray, uomo più adulto, dominante e insieme ancor più riservato e taciturno, ergo misterioso. Il libro esplora le dinamiche di potere, desiderio, identità e crescita personale nella cultura gay britannica dell’epoca, con uno stile lucido, ironico e retrospettivo che evita il sentimentalismo e analizza con precisione le implicazioni emotive e psicologiche concernenti e conseguenti tale rapporto.
È una storia, la loro, che il neo cineasta - anche unico autore della sceneggiatura - rilegge ovviamente a modo suo, quindi in un’ottica e un contesto nettamente presenti e contemporanei, e passa al vaglio di nuove sensibilità sociali, culturali, politiche e cinematografiche. Mantiene altresì il carattere provocatorio delle pagine di Mars-Jones, il taglio mordace, una certa nota asprigna, eppure nella costruzione, nella scrittura e nella rappresentazione di questa unione (sotto chiave) compie qualche passo in più.
Egli dimostra invero di conoscere a dovere il perimetro entro cui operare; il territorio, il panorama filmico nel quale va ad insinuarsi, ad inserirsi, riconoscendone forme, formule, soggetti e traiettorie obbligate. Sa bene pertanto come il cosiddetto “queer cinema” — almeno nella sua declinazione più mainstream (ma non solo) — tenda a ripiegarsi su schemi ricorrenti. In particolare, su storie di coming out dolorosi o conflitti con una società incapace di accettare una sessualità altra rispetto al paradigma eteronormativo.

Proprio da queste “gabbie” - talvolta persino rassicuranti nella loro ormai proverbialità - Pillion prova a riscuotersi, alla stregua del suo Colin, intrappolato a sua volta nell’affetto apprensivo e inquieto — benché sincero e partecipe — dei genitori. Dal sedile del passeggero dell’auto di famiglia, il ragazzo si accomoda così sul sellino posteriore — in gergo, appunto, “pillion” — della moto di un alpha-biker “assolutamente bello” e maledetto; altissimo, biondissimo, atletico, competitivo, virilista, a prima vista glaciale e anaffettivo.
È chiaro fin da subito come questo sia, evidentemente, un passaggio da una gabbia ad un’altra, regolata da dinamiche parafiliache, fantasie sadomasochiste e pratiche BDSM cui Colin acconsente quasi tacitamente, traendone in un primo momento un ventaglio di sensazioni nuove, forse mai sperimentate con tale intensità. Gioia, piacere, soddisfazione ricava da quella che la madre liquida come un’“avventura”, e alla quale viceversa egli si consegna interamente, religiosamente — lui che è l’esatto contrario dell’avventuriero, come non manca di sottolineare il fratello maggiore. Si tratta comunque di un’esperienza che lo condurrà, per la prima volta, a (ri)conoscersi davvero, a misurare i propri confini, a comprendere quali condizioni rendano possibile vivere serenamente la propria sessualità: cosa gli piace, cosa desidera, fino a che punto può arrivare la propria “devozione”; e (chissà!) a conoscere una scintilla di quel che comunemente si definisce amore.
Un po’ come se i biker ribelli e mefistofelici di Scorpio Rising di Kenneth Anger si fossero (con)fusi coi solitari, dolenti ed esistenzialisti personaggi di un film di Andrew Haigh, (ri)visti attraverso le suggestioni di Secretary di Steven Shainberg e gli interni desertici, claustrofobici, dell’anima fassbinderiana, Pillion si configura come un “romance di formazione” via via più irresistibile, mosso da intenzioni e intuizioni non soltanto felici, ma necessarie. La prima — nitidissima — è la riconversione di alcuni codici della commedia sentimentale, tradizionalmente eterosessuale, qui reinventata in una sorta di “dom-com”: un travestimento apparente per un racconto che concede qualche pennellata di leggerezza e dialoga coi codici del comfort movie romantico, salvo poi scegliere di affondare lo sguardo nella psicologia e in una caratterizzazione silente dei personaggi.
Allo stesso tempo, la vera scommessa di Lighton è cercare e restituire amore, dolcezza e tenerezza là dove altri avrebbero privilegiato la componente meramente scandalistica o disturbante; la tensione da thriller, una costrizione quasi horrorifica, un’oscurità che la pellicola non rimuove ma integra come fase fisiologica di un percorso verso una luce finale che, per delicatezza e struggimento, richiama le vette - forse irraggiungibile - di Chiamami col tuo nome.

Ciò detto, tali ambizioni trovano (solo parziale) concretezza e compiutezza soprattutto nelle interpretazioni di una coppia di attori impeccabili, insostituibili dalla chimica rara, che la regia attenta, essenziale, felpata, misuratissima di Lighton si limita a valorizzare al meglio.
Ritrovando echi del Perry Wright di Big Little Lies, Alexander Skarsgård ribadisce - in maniera meno spettacolare e vistosa del più fortunato e noto fratello trasformista Bill - la sua abilità di costruire un personaggio in modo eminentemente visivo: attraverso la presenza fisica, minimi scarti espressivi, il modo di occupare lo spazio. Con pochissime battute e gesti calibrati lascia filtrare il disagio e la sofferenza che Ray cela dietro una maschera algida destinata a incrinarsi.
Decisive però sono la scelta e la performance di Harry Melling (l’oggi irriconoscibile Dudley Dursley della saga di Harry Potter, più di recente protagonista de La ballata di Buster Scruggs dei fratelli Coen e di The Pale Blue Eye di Scott Cooper). O, meglio, è nel contrasto tra la sua gentilezza dimessa, quasi pudica, e il silenzio ruvido e impenetrabile di Skarsgård che si misura la natura autentica del legame.
Se Colin sembra desiderare una tenerezza più esplicita, aderisce tuttavia con consapevolezza a quelle dinamiche, che non subisce ma sceglie. Nel suo sguardo si leggono un desiderio limpido, un sentimento profondo e una compiuta sensazione di realizzazione personale che restituiscono un universo emotivo coerente e consapevole. È questa pienezza a impedire anche allo spettatore più prevenuto di leggere la relazione come non consensuale: ciò che prende forma è piuttosto un percorso di emancipazione, una conquista di sé attraverso l’esperienza del desiderio, trattenuta nei non detti e nei silenzi.
Pillion è allora, al di sopra di tutto, una prova di definitiva maturazione per lo stesso Melling, promosso a protagonista e unica, vera, raggiante promessa di un’opera che dissemina qua e là schegge del grande film che sarebbe potuto essere, se solo Lighton avesse osato desiderare di più, spingendo fino alle estreme conseguenze le proprie intuizioni e il coraggio delle premesse, invece di adagiarvisi sopra come un passeggero fin troppo defilato, soggiogato dalla forza potenziale della sua stessa creatura.
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