
ESTRANEI NELLA PENOMBRA DELLA VITA
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: All of Us Strangers
USCITA ITALIA: 29 febbraio 2024
USCITA USA: 22 dicembre 2023
REGIA: Andrew Haigh
SCENEGGIATURA: Andrew Haigh
CON: Andrew Scott, Paul Mescal, Claire Foy, Jamie Bell
GENERE: drammatico, sentimentale, fantastico
DURATA: 105 min
VOTO: 8/9
RECENSIONE:
Sintesi sublime del cinema alieno e sempre vero di Andrew Haigh, Estranei racconta la storia di due solitudini, di due malesseri, con risvolti fantastici e quasi horrorifici. Andrew Scott e Paul Mescal emanano una chimica e naturalezza incredibili, diventando i vitali ingredienti di un incantesimo evocativo, ipnotico, fluviale che mette in scena sinceramente, semplicemente, banalmente, il sapore dolceamaro della vita nel suo farsi e disfarsi, nel suo essere e non essere.
A dispetto di quel che riportano i titoli di coda, più che all’omonimo romanzo del giapponese Taichi Yamada, Estranei di Andrew Haigh è ispirato ad una canzone. È del 1984, la canta e suona il gruppo Frankie Goes to Hollywood e il suo titolo (emblematico) è The Power of Love. Adam, uno sceneggiatore timido, riservato e tremendamente solo che vive in un palazzone semi-disabitato alle porte di Londra, la ascolta a ripetizione insieme a tanti altri inni di quegli anni. D’altronde, dal 1984 Adam non si è mai risvegliato; non è mai uscito dalla cameretta in cui custodiva gelosamente il LP originale di Welcome to the Pleasuredome [l’album dei Frankies che contiene il brano].
Egli ha sempre vissuto e vive tuttora in uno stato di dormiveglia, di continui sperdimenti, perché non si è mai ripreso e tantomeno ha fatto i conti con la dolorosa perdita dei genitori, vittime di un incidente d’auto quando aveva solo undici anni. Dolorosa, più che per il ricordo - bello o brutto - dei suoi anni con loro, o per le cose che hanno fatto e detto insieme, soprattutto per quelle che lui non ha fatto e non ha detto. Come, ad esempio, la ragione per cui tutti i pomeriggi dopo scuola si rinchiudeva in camera a piangere, per cui i ragazzi a scuola lo bullizzavano ogni singolo giorno. La stessa che gli ha impedito di chiedere e trovare aiuto o un minimo conforto da parte del padre - malgrado egli fosse presente in questi momenti di isolamento volontario, di ermetica chiusura al mondo.
Adam è gay. O queer, come preferisce definirlo e definirsi Harry, il ragazzo che abita al piano di sotto, l’unica altra presenza in quel condominio oscuro e desertico. Egli bussa alla porta di Adam, lo incontra e ci parla per la prima volta proprio nel momento in cui quest'ultimo sta tentando di riaprire il proverbiale album dei ricordi, e disseppellire un passato che tuttavia non ha nemmeno avuto l’occasione di seppellire. Insomma, poco dopo che questi ripercorre quel che è stato nella migliore e, forse, unica maniera che conosca in qualità di “scrittore”, “creativo”, “sceneggiatore”. L'immaginazione, tra l'altro, è anche il solo sistema che gli è possibile allo stato attuale di presenza/assenza, di perpetuo vagheggiamento, di ipnosi semi-cosciente con l’aiuto di qualche droga. Nella pratica, egli - da adulto - si inventa colloqui, dialoghi, visioni, contatti impossibili coi propri genitori, ormai ridotti a fantasmi dai ricordi e dalle sembianze offuscati, labili, spesso spietati e disarmanti. Eppure, il nostro li abbraccia gradualmente fino a riuscirsene più a staccare, a diventarne assoggettato, dipendente.
Una parentesi, questa, nella quale cerca di includere pure Harry, con cui, dopo una brusca ed impaurita porta in faccia, ha iniziato ad avere un rapporto che nemmeno lui sa definire bene - giacchè, d'innamorarsi, non gli è mai capitato. Ma forse è troppo tardi. Forse Adam è rimasto così tanto nel passato o, meglio, in quello che sarebbe potuto essere, ché ha fatto del proprio presente (e del proprio futuro) un altro falso, infinito ricordo; un altro periodo ipotetico…

Détta il tono e il passo emotivo, The Power of Love. Ispira la scrittura della vicenda, a volte, addirittura, la sostituisce, riempie i vuoti di dialogo, risuona nei vuoti corridoi del pensiero e dà senso al tutto, andando ben oltre il mero aggancio nostalgico a cui sembra abituato il cinema di oggi. Estraneo, infatti, è innanzitutto Estranei o, più generalmente, tutto il cinema di Andrew Haigh. Pur aderendo a modelli ben definiti e profondamente riconoscibili (alcuni di recente rispolvero), esso ha quel je-ne-sais-quoi, quel qualcosa che può dirsi in tanti modi - cifra, anima, emozione, tocco, sguardo, stile, modo - ma che, ad ogni caso, lo rende unico, sentito, vero. E che in quest’ultimo lavoro emerge con ancor più intensità e naturalezza.
Estranei può essere allora la maturazione definitiva di Haigh? Senz’altro, quello a cui ci troviamo di fronte è la sintesi e la sublimazione di tutto ciò che, dal 2011 col seminale Weekend, egli ha inserito e impresso nei propri film, solo con un controllo assoluto e mai così preciso del mezzo e del linguaggio, della sinergia tra forma e sostanza, tra racconto e intuizioni, tra soluzioni e sensazioni. Basti pensare a come cristallizza e rende immagine (e quindi cinema) le abitudinarie tematiche di sessualità e identità personale, ricordo, racconto e riscoperta di sé, sentire e senso comunitario, diversità e suo segregazionismo, quando non isolazionismo, alienazione urbana e contemporanea, e ovviamente sentimento e amore. Nello specifico, tramite la fotografia - densissima e al di là di un’indubbio pregio, di un’eleganza e incantevolezza a portata d’occhio - di Jamie D. Ramsay, le scenografie paradossali di Sarah Finlay - insieme spersonalizzanti e personalistiche, trasfigurate e trasfiguranti, metafisiche ma geograficamente definite, perturbanti ma in fondo elegiache -, il montaggio a regola d’arte di Jonathan Alberts, e - ultimo ma non certo per importanza - un indovinatissimo cast di interpreti.
Andrew Scott, Paul Mescal, Claire Foy e un ritrovato Jamie Bell: sono loro, d’altra parte, il fulcro di Estranei. Loro, che Haigh, come da prassi, sveste della propria (anche quando acerba) quota, immagine divistica, plasmandoli e modellandoli al punto da renderli materia indiscutibilmente sua, corpi di risonanza dei colori, degli odori, degli umori del suo mondo. Non solo gli vengono calzati addosso i propri rispettivi personaggi, ma sembra quasi gli vengano cuciti sotto pelle l’anima, i conflitti, i tic, la personalità. Tutti e quattro diventano così i vitali ingredienti di un incantesimo evocativo, ipnotico, fluviale, perlopiù incredibile.
Come incredibile, a guardarli l’uno di fianco all’altro, è scoprire quanti anni separino effettivamente Scott e Mescal. Come prodigiosi sono l’alchimia, il calore umano e la naturalezza che emanano. E che la macchina da presa osserva sempre dalla giusta distanza, lasciandoci entrare in silenzio, con delicatezza, e addentrarci sempre più in profondità nella vita di Adam, tanto da sfiorarne la nudità (meno sensuale e carnale di Weekend, anzi quasi astratta); da percepirne l’intimità, il groviglio attorno al cuore, i dolori, i traumi, la verità. Tutto questo assume, appunto, le sembianze filmiche di sfasamenti d’identità, rifrazioni, proiezioni di sé, vertiginose catabasi nel tempo e nello spazio. O ancora, di vortici audiovisivi che spaventano, logorano, allucinano, ingarbugliano, e al contempo cullano, rassicurano, commuovono, risolvono.

Prima ci dimentichiamo e, ad un certo punto, ci accorgiamo e ricordiamo - noi, in simbiosi con Adam - che forse non è solo una solitudine, un malessere, che affronta Estranei (non a caso, al plurale). Che c’è sempre più di quel che vediamo o immaginiamo. Che l’amore è anche egoismo, ma è ancor di più l’arte, il sapere, il mestiere del tempo; una strenua ma potente resistenza al terrore (di rimanere soli), ai problemi, alla morte, alla fine. E che quindi ogni storia d’amore è, in fondo, alla fin fine, una storia di fantasmi (in dissolvenza su una Londra solo silente testimone).
Sinceramente, semplicemente, banalmente, il sapore dolceamaro della vita nel suo farsi e disfarsi, nel suo essere e non essere. O quel che ci resta da abbracciare nella penombra delle nostre stanze e del nostro presente, ma che appunto ci(!) resta. Perché per quanto estranei non siamo soli. Lo rivela Haigh nell’ultima inquadratura in cui rimpicciolisce la luce del proprio, piccolo, grande racconto per consegnarla ai nostri cuori. E al firmamento del cinema.
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