
FESTIVAL DI VENEZIA 82
AFTER THE HUNT, l'etica del desiderio
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: After the hunt
USCITA ITALIA: 16 ottobre 2025
REGIA: Luca Guadagnino
SCENEGGIATURA: Nora Garrett
CON: Julia Roberts, Ayo Edebiri, Andrew Garfield, Michael Stuhlbarg, Chloë Sevigny
GENERE: thriller
DURATA: 139 min
VOTO: 8
RECENSIONE:
Con After the Hunt, Luca Guadagnino costruisce un thriller inquieto e destabilizzante, dove accuse di molestie, triangoli ambigui e giochi di potere diventano lo specchio dei grandi interrogativi morali del nostro tempo.
“Non tutto è fatto per metterti a tuo agio”. L’avvertimento che Alma Imhoff, professoressa di filosofia a Yale, rivolge alla sua giovane assistente Maggie Price è la chiave di volta di After the Hunt, l’ultimo film di un infaticabile Luca Guadagnino, che torna al Festival di Venezia (espressamente fuori concorso) appena un anno dopo lo struggente e sottovalutatissimo Queer. Una frase che (ri)suona quasi come dichiarazione di una poetica: più di qualsiasi altra battuta del copione firmato dall’attrice Nora Garrett (qui alla sua prima esperienza come sceneggiatrice), incarna infatti l’essenza del cinema del regista siciliano. Un cinema che non leviga gli spigoli del senso o dell’essere, e che non mira a rassicurare, quanto a destabilizzare, chiamando lo spettatore a confrontarsi con interrogativi difficili e audaci.
Questa volta, la sfida si sposta in un territorio forse ancor più sfocato: le consuete traiettorie del desiderio — vertiginose, impossibili, turbinose — si intrecciano con quelle, altrettanto imperscrutabili, della morale e dell’etica, affrontando un tema quanto mai contingente. Il copione, fitto e disseminato di forbiti riferimenti filosofici (da Kierkegaard a Foucault, fino al complesso di Elettra), sfiora la verbosità, come sopraffatto da una febbre concettuale. Ma questo eccesso non è un limite: è un gesto programmatico, che costringe lo spettatore a interrogarsi, a chiedersi — per dirla con Challengers — se stiamo ancora parlando di filosofia(?).
Proprio questa densità teorica è ciò che svincola e sottrae After the Hunt al mero meccanismo thriller: non più soltanto sospetti, accuse e twist narrativi (che anzi vengono raffreddati), ma un dispositivo che analizza il divario e il nesso tra desiderio e consenso, tra etica e potere, tra fragilità individuale e impalcature sociali, tra ciò che è giusto e ciò che è corretto. Una stratificazione che non appiattisce la tensione ma la rilancia su un piano più complesso, sofisticato, mentale, come se ogni mossa avvenisse su una scacchiera kubrickiana.
È in questo spazio di ambiguità che si animano i personaggi: figure inquiete, indecifrabili, la cui identità si riflette, deforma e, dunque, definisce nelle proprie ossessioni e relazioni. Ed è sempre qui che entra in campo Hank, collega e miglior amico di Alma, se non addirittura qualcosa di più: indicibile, eppure percepibile nei gesti, negli sguardi. Uomo di umili origini, istintivo fino a diventare brutale, provocatorio (come vuol essere la pellicola) e a tratti viscido, questi - interpretato da un Andrew Garfield azzeccatissimo - è la compressione intensa ed esplosiva della (invece) latente carnalità, sessualità, lussuria dell’algida e contorta Alma. Le loro esistenze e, va da sé le loro dinamiche, vengono stravolte quando la giovane Maggie (portata in scena dall’attrice simbolo della Gen-Z Ayo Edebiri) lo accusa di molestie, scatenando una spirale di ansie e ribaltamenti osservati sempre dal punto di vista di Alma.
La sua è una figura enigmatica, distante, impenetrabile: non parla mai davvero di sé, ma si rivela negli equilibri di potere. E quindi - oltre che nel legame con Hank - nel rapporto col marito Frederik (fanciullesco e sottomesso, che forse disprezza e forse manipola) e nell’immagine di sé che scorge in Maggie. Un po’ come Ulisse nel paradosso affermato da Hannah Arendt (incapace di riconoscersi davvero e commuoversi per la propria vicenda finché non la ascolta narrata da un altro; un aedo che trova nella propria cecità la fonte di una lucidità superiore). In questo triangolo, squisitamente guadagninesco, ciascun personaggio diventa custode di una verità parziale: nessuno è innocente, nessuno è pienamente colpevole. Tutti oscillano tra fragilità e manipolazione, tra bisogno di riconoscimento (canonizzazione) e pulsione autodistruttiva. Tutti ripetono schemi, ruoli antichi — il cacciatore e la preda —, posizioni già tenute da altri. Pur ribellandosi, ognuno di loro è condannato a nuove forme dello stesso copione.
Attorno a questo nucleo, Guadagnino innesta un film che sembra richiamare, per un attimo, il thriller erotico patinato degli anni ’80 (alla Adrian Lyne, per intenderci) e la dimensione morale-intellettuale di certi capolavori alleniani (Crimini e misfatti, Un’altra donna, Hannah e le sue sorelle), solo per rovesciarli non appena ne ha l’occasione. Ecco allora che del primo resta un guscio svuotato di sensualità, mentre dei secondi un riflesso deformato fino al perturbante: un modo elegante, e insieme inquieto, per riflettere su cosa significhi amare l’opera di un artista controverso. Ne risulta un ibrido straniante, sempre sul punto di collassare ma continuamente rigenerato nella e dalla sua stessa imprendibilità.
Come imprendibili, d’altro canto, sono gli strati di confronto e conflitto: molto di più che in altri lavori del regista, il sentimento è premessa e soglia del sociale (parliamo quindi di genere, etnia, privilegio, generazioni). Ogni interazione intrappola i personaggi in una rete di poteri che si rincorrono e si ribaltano. Decisiva, tra le tante, la frattura codificata nel cosiddetto gap generazionale femminile: da un lato le eredità e le ferite delle donne che hanno imparato a (soprav)vivere piegandosi alle logiche del potere, dall’altro la spinta delle nuove generazioni che rifiutano compromessi e pretendono attenzione e ascolto dal mondo, col rischio di diventare “possessivi del proprio dolore”. Dentro e fuori (citando Piero Ciampi): se la società appare spesso superficiale, semplicistica, persino arbitraria nelle sue dinamiche, l’individuo è il solo a non perdere mai profondità e complessità, restando un enigma irriducibile al di là delle etichette che lo vorrebbero imprigionato. A scandire tutti questi contrasti, la colonna sonora dei sodali Trent Reznor e Atticus Ross: dissonante, straziata, dolente, talora in chiaro omaggio delle partiture hitchcockiane di Bernard Herrmann, perfetta nel sottolineare l’angoscia e la claustrofobia che avviluppano i protagonisti.
A molti potrà richiamare Tár di Todd Field o Disclaimer di Alfonso Cuarón (con una Julia Roberts inedita e incantevole, “ridisegnata” sul modello Cate Blanchett). Eppure, After the Hunt rimane in tutto e per tutto fedele alla poetica di Guadagnino: un flusso inquieto e provocatorio di immagini e parole, che può sedurre o respingere ma non lasciare mai indifferenti, confermando la tenacia, la coerenza e l’ambizione (anche sul piano commerciale) del suo autore. Il quale, ancora una volta, si spinge oltre, verso quel punto in cui la passione diventa abisso e la morale si dissolve in un dedalo senza via d’uscita. Dove persino l’apparente disvelamento di una verità rimanda ad un’altra, nuova finzione; sottende e infine rivela l’esistenza, la presenza di un’alterità artificiale. Et voilà, il cinema. “Stop!”
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