
PADDINGTON IN PERÙ, difficile fare meglio della perfezione
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Paddington in Perù
USCITA ITALIA: 20 febbraio 2025
USCITA UK: 8 novembre 2024
REGIA: Dougal Wilson
SCENEGGIATURA: Mark Burton, Jon Foster, James Lamont
CON: Francesco Mandelli, Ben Whishaw, Hugh Bonneville, Emily Mortimer, Olivia Colman, Antonio Banderas, Carla Tous, Madeleine Harris, Samuel Joslin, Julie Walters
GENERE: commedia, avventura, fantastico, animazione
DURATA: 106 min
VOTO: 6/7
RECENSIONE:
Cambiano il dove e il chi, l'ambientazione e il nome in cabina di regia, in Paddington in Perù, terza avventura cinematografica dell'orsetto nato dalla fantasia di Michael Bond. Dougal Wilson sostituisce (pro-Wonka) Paul King e il cambiamento, da sempre al centro delle parabole del nostro, si sposta sul piano filmico. L'esito, purtroppo, è annunciato, perché è difficile, se non difficilissimo, fare meglio della perfezione.
Dal tepore piovoso di Londra al torrido e profondo Perù, all’insidiosa foresta amazzonica. Dal patrigno Paul King allo zio (acquisito ed esordiente) Dougal Wilson. Cambiano il dove e il chi, l’ambientazione e il nome in cabina di regia, ma (l’impronta di) Paddington rimane sempre uguale. O quasi.
È la prerogativa, la fortuna di alcune icone, che, come nel caso dell'orsetto gentleman, cortese, amabile e ben intenzionato, riescono sempre e comunque a mantenere fede alla propria essenza, a conservare quella scintilla (anche minima) delle loro origini, nonostante tutti i passaggi, gli avvicendamenti e le trasformazioni possibili. Il cambiamento, sì, ma anche le radici, le discendenze, i legami sono da sempre al centro dei film del nostro, ma mai così sostanziali come in Paddington in Perù, terza trasposizione cinematografica della simpatica creatura, amante della marmellata d'arance e della cioccolata calda, nata dalla mente di Michael Bond (e dal talento illustrativo di Peggy Fortnum), che, per l'appunto, ha subìto alterazioni cospicue e significative in nome di una riscoperta della propria stirpe.
Ciò detto, alla stregua dell’Henry Brown di Hugh Bonneville e della sua famiglia nell’accettare di accompagnare il pelosetto figlioccio alla volta del suo paese natio su invito dell’adorata zia Lucy, Wilson e gli sceneggiatori Mark Burton, Jon Foster e James Lamont decidono allora di “abbracciare il rischio” nell’accettare il posto che è stato del succitato King - il quale ha smesso le conserve per altri tipi di dolci - e del sodale co-autore e comico (qui presente solo in un cameo) Simon Farnaby, gettandosi a capofitto in un’impresa purtroppo senza alcun tipo di freno, e che anzi sa tanto, forse troppo, di inevitabilità. Quella di una scommessa certa, dall’esito annunciato.
Perché è difficile, se non difficilissimo replicare o, persino, superare, fare meglio della perfezione. Specie se si è chiamati a riprendere le fila di due opere - Paddington e l'addirittura migliore Paddington 2 - che, nel loro habitat e orizzonte di riferimento, non possono definirsi altro che capolavori. Esemplari eccellenti di comfort e family movie. Calderoni postmoderni di spiccata atmosfera, a metà tra un vecchio live action Disney e il cinema di George Miller, Wes Anderson, Michel Gondry e Shawn Levy. Ricette deliziose, sopraffine i cui due principali ingredienti (neppure così segreti) vengono meno, o con minor intensità, in questo seguito.

La prima qualità risiede senza ombra di dubbio nel segno assurdo, nella bizzarra scrittura dei villain che cercano di mettere i bastoni fra le ruote al nostro orsetto, completati da un’adesione ludica e sfrenata, dal piglio (auto)ironico delle grandi star assoldate per portarli in scena. Come dimenticarsi quindi della sensualissima Millicent Clyde di Nicole Kidman, per non parlare del patetismo istrionico e charmant di un Hugh Grant mattatore incontrastabile che, anche grazie a Paddington 2, ha dato inizio ad un processo di riscrittura della propria immagine proseguita e giunta sin qui, fino ad oggi.
Ebbene, tra gli ultimi giunti nella stellare famiglia allargata di Paddington, c’è innanzitutto Olivia Colman nella parte di una reverenda madre a capo di una casa di riposo per orsi peruviani, strascico naturale del padre Julius di Rowan Atkinson in Wonka. Un personaggio evidentemente ambiguo e dichiaratamente sospetto che permette all’attrice di scatenarsi e arrangiare al tono e ad un registro bambinesco i caratteri della propria recitazione, e dunque - tra le altre cose - il motivo di un’enigmaticità spesso oscura, malevola, imprendibile e imprevedibile, spesso sinonimo di alienazione o di un vero e proprio disequilibrio. Si mette anche a cantare in una delle poche sequenze gustosamente citazioniste della pellicola, che riprende il musical Tutti insieme appassionatamente.
New entry di Paddington in Perù è poi un Antonio Banderas in forma smagliante in un ruolo sulle orme dei suoi più recenti e (ahilui) meno brillanti: da Dolittle ad Uncharted e Indiana Jones e il quadrante del destino; che ne sdoppia la figura e la presenza gigionesca, sottolineandone nondimeno la duttilità interpretativa e il talento comico. Da menzionare infine Emily Mortimer, senza infamia e senza lode nel vestire i panni che sono stati dapprima di un’indimenticabile Sally Hawkins, anch’ella fuggita in una nota Fabbrica di cioccolato.
D'altra parte, il secondo ingrediente che ha sempre garantito la riuscita e l’incanto della ricetta di King & co. è da attribuire alla controparte cartacea e alla fantasia di Bond. Ed è appunto l’idea di un orso parlante che scompagina l'aplomb londinese; che si muove, reagisce, interagisce con noi umani, scoperti subito nella nostra freddezza e indifferenza, ma anche in una spiccata propensione per il cambiamento. O meglio, nel pensiero secondo cui, nonostante la bizzarria di un animale antropomorfo, nulla è più stravagante, folle, buffo delle nostre idiosincrasie.

Privati pertanto di un contesto sociale ben definito e spinti verso l’avventura più classica possibile, l’operazione e il franchise in generale finiscono per perdere un po’ di senso, di fuoco, d’identità, nemmeno conciandosi da arguto (e ambito) motteggio spielberghiano, bensì da un Viaggio al centro della terra, La strada per El Dorado o Jungle Cruise qualsiasi, mai troppo brillante sebbene qualche momento possa dirsi riuscito (sia esso per ilarità o emozione) e un paio di soluzioni reminiscenti del profluvio creativo dei precedenti capitoli.
Fra queste, è d’uopo citare il gusto cartoon, da libro illustrato, della messa in scena, a partire dalla fotografia coloratissima del fido Erik Wilson, fino ad innesti disegnati con una vibrante e affascinante animazione acquerellata. Ma tutto questo potenziale è relegato a dettagli, intarsi, mere parentesi autarchiche, divagazioni immaginifiche, in una pellicola che, del resto, smette la sottigliezza delle gag, la precisione dell’umorismo, il candore e la grazia dei racconti di King e Farnaby, in nome di una visione più infantilistica e fugace dello spettacolo, di un divertimento preso seriamente solo a tratti, e di una morale eccessivamente plateale e alquanto proverbiale.
E - ripetiamo - è tutt’al più paradossale che il film in cui Paddington (ri)trova sé stesso, il suo ruggito - e così (ri)scopre la propria storia (complice la penna revisionista di Wilson e soci) insieme al significato e alla distinzione fra tribù (nativa) e famiglia (acquisita) -, sia proprio questo. Quello che meno gli rende giustizia. Quello in cui, per quanto ravvisabili, la sua figura, il suo spirito, la sua natura arrivano un po’ opachi, appannati. Alla stregua di uno di quei parenti, riabbracciati dopo tempo immemore, eppure riconoscibili a stento.
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