
UNA TERAPIA DI GRUPPO (purtroppo) non esce mai di senno
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Una terapia di gruppo
USCITA ITALIA: 21 novembre 2024
REGIA: Paolo Costella
SCENEGGIATURA: Michele Abatantuono, Lara Prando
CON: Claudio Bisio, Margherita Buy, Claudio Santamaria, Valentina Lodovini, Leo Gassmann, Ludovica Francesconi, Lucia Mascino, Debora Villa, Mauro Racanati, Demetra Bellina, Alice Mangione
GENERE: commedia, drammatico
DURATA: 100 min
VOTO: 5
RECENSIONE:
Claudio Bisio, Margherita Buy e Claudio Santamaria sono alcuni dei nomi del cast-all-star di Una terapia di gruppo, la nuova commedia pop di Paolo Costella, che qui non si allontana di molto dalla sua zona di comfort. Non basta però il mestiere di questi attori per fare di questo remake dello spagnolo Toc Toc un buon film.
Come ci sono “cose che si dicono per dirle” e altre “che si dicono per non dirle”, ci sono film che si fanno per farli e altri che si fanno pur privi di un’urgenza, un sentimento, un senso evidenti. In quest'ultima categoria rientrano molti dei progetti senza capo né coda che annualmente sforna il cinema italiano, fra cui gli innumerevoli remake di commedie europee di successo passate attraverso il filtro culturale ed estetico nostrano, incarnate dai nostri corpi divistici.
Il più fresco di questa fitta compagine è quello da cui viene la citazione in apertura a questa recensione: è una Terapia di gruppo di un Paolo Costella che non si allontana di molto dalla sua zona di comfort, né dalla formula che accomuna tanti suoi lavori da regista e/o sceneggiatore, come, ad esempio, l’irripetuto e irripetibile fenomeno planetario di Perfetti sconosciuti, il mucciniano A casa tutti bene, il pavido Vicini di casa, l’incompiuto Il primo giorno della mia vita o, più recentemente, il senile e flemmatico L’ordine del tempo (da saggio di Carlo Rovelli).
Tutti copioni e racconti, questi, che condividono un rispetto delle unità (aristoteliche) di tempo, luogo e azione. Cosa che spesso li porta ad abbracciare un linguaggio, un portamento, un’impostazione tipicamente teatrale. Le sue, infatti, sono tendenzialmente storie che ruotano attorno alle bizzarre vicende, alle spiritose traversie e agli esilaranti equivoci di una compagnia di personaggi "incastrato" in un determinato spazio per un determinato lasso di tempo.

Medesimo è il caso di questo rifacimento e accordatura al gusto italico dell’omonima pièce scritta da Laurent Baffie, trasposta a sua volta dal filmmaker spagnolo Vicente Villanueva in quel che si è rivelato un grandissimo esito commerciale.
Il titolo dice tutto: protagonista è un gruppo di sei persone affette dai più disparati disturbi ossessivo-compulsivi che ricevono per errore appuntamento alla stessa ora nello studio di un luminare della psicoterapia, il quale però non sembra aver intenzione di farsi vedere tanto presto. Il che li costringe tutti a improvvisare una terapia di gruppo autogestita, durante cui dovranno non soltanto andare d’accordo ma pure riuscire ad affrontare i propri traumi di fronte agli altri.
C’è Federico (un Claudio Bisio al solito generoso con la complicità di una regia che gli dà molta, forse troppa corda), affetto dalla sindrome di Tourette, che non controlla spasmi e gesti inconsulti, per non parlare del suo sfacciato e imprevisto turpiloquio. C’è Annamaria (una Margherita Buy anch’ella a suo agio, sulle orme di Maledetto il giorno che t'ho incontrato e Volare), maniaca del controllo, che verifica sempre tutto e che pertanto conduce ormai un’esistenza ristagnante. C’è Emilio (un Claudio Santamaria delizioso, ma pericolosamente strabordante), tassista espansivo e socievole, ossessionato dal calcolo aritmetico. C’è Bianca (una Valentina Lodovini total-platino che si concede in un ruolo che scalfisce la sua cifra attoriale, quel suo apparire quasi irraggiungibile, e ne mette in risalto una tenera umanità), fissata con la pulizia, che rifugge ogni contatto umano. C’è Otto (un Leo Gassmann inedito in una prova che ne accentua e sfrutta un retaggio onnipresente e facilmente ravvisabile, pur presentandolo come volto e corpo da scoprire), terrorizzato dall’idea di rimanere escluso da qualsiasi nuova cosa o informazione, specie sul lavoro. C’è Lilli (una Ludovica Francesconi che purtroppo non arriva mai come dovrebbe), maniaca della simmetria, che ripete sempre tutto due volte.
E poi, dopo di loro - e, per certi versi, esattamente come loro - c’è proprio Costella, che dà come l’impressione di adagiarsi, accontentarsi, puntare sui nomi e sul naturale carisma del cast a sua disposizione per non impegnarsi più di tanto nell’effettiva caratterizzazione di queste maschere. Queste, dal canto loro, vorrebbero e dovrebbero idealmente trasformarsi in presenze credibili, sincere, assediate nel profondo da una solitudine ed emarginazione sconfortanti e deprimenti. Purtroppo però, rimangono figure bidimensionali e artificiose contro cui nulla possono la buona volontà, né il mestiere degli interpreti.

Troppo brillanti non sono nemmeno i segmenti in cui si articola questa loro fantomatica terapia, comprese le svariate gag che animano il racconto e incalzano lo spettatore sin dai primi istanti senza mai mollarlo, anzi continuando addirittura fino a dopo i titoli di coda. Figurarsi la morale, di per sé scolastica, sulla quale si vorrebbe congedare il pubblico: l’invito ad una solidarietà ed empatia terapeutiche, ma anche e soprattutto a lasciarsi andare (alla vita) e superare le gabbie dell’oggi, delle sue ansie e di un imbarazzo talora sinonimo di egoismo, in barba alla presunta normalità e alle eventuali stravaganze. Un discorso senza dubbio lodevole, se solo trovasse continuità e coerenza nei fatti. O, per meglio dire, nella concretezza di un film che, la sua poca verve, la deve a qualche sporadica intuizione attoriale, al montaggio febbrile di Consuelo Catucci e al giusto commento musicale di Michele Braga.
Per il resto, Terapia di gruppo gioca facile senza mai evadere dalla routine o “uscire di senno”, rimanendo nel territorio dell'usato sicuro, reggendosi su uno schematismo (non più da cassetta bensì) da algoritmo streaming, e venendo a capo giusto di un prefabbricato low-cost, di costruzione sintetica e plasticosa, poco sincera di tanti altri lavori del regista, e dai risvolti (quasi) del tutto prevedibili. Una che potrebbe tediare pure gli spettatori meno esigenti, se non proprio lasciarli totalmente indifferenti: reazione che, in fin dei conti, avrebbe chiunque di fronte ad una ciclica reiterazione delle stesse tre idee in croce, tenuta pietosamente a galla dagli strepiti, pernacchie, raptus e “terrorismi” vari ed eventuali di Bisio. "Merdaza!"
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