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            23 Agosto 2024
            MaXXXine Mia Goth Recensione Cinemando
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            MAXXXINE GOES TO HOLLYWOOD NEL PEGGIOR FILM DI TI WEST

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: MaXXXine
            USCITA ITALIA: 28 agosto 2024
            USCITA USA: 5 luglio 2024
            REGIA: Ti West
            SCENEGGIATURA: Ti West
            CON: Mia Goth, Elizabeth Debicki, Moses Sumney, Michelle Monaghan, Bobby Cannavale, Lily Collins, Halsey, Giancarlo Esposito, Kevin Bacon
            GENERE: thriller, giallo, horror
            DURATA: 103 min

            VOTO: 4.5

            RECENSIONE:

            Ti West chiude la sua trilogia iniziata con X - A Sexy Horror Story e proseguita con Pearl dirigendo la musa Mia Goth in un thriller depalmiano che si muove fra le malfamate e infernali strade della Los Angeles anni '80 preda del Night Stalker. Purtroppo, MaXXXine è la caduta libera di un tentativo di saga che, privato dal suo sapore e segno nostalgico, non dispone del sufficiente materiale narrativo per calcare le scene con le sue gambe.

            MaXXXine Goes To Hollywood. E questa volta per davvero, non soltanto per sogno o ambizione, come quando si confidava col fidanzato e produttore Wayne, poche ore prima che quest’ultimo venisse trucidato da una coppia di anziani che mal ne sopportava la giovinezza, l’arroganza, l’atteggiamento libertino e svergognato, l’iperattività e potenza sessuale.

            Succedeva in X - A Sexy Horror Story di Ti West, per chi scrive un esercizio di stile abbastanza indeciso sulla propria natura ed esile nella propria idea di cinema. Uno che tuttavia è riuscito comunque a colpire una fetta di pubblico che lo ha prontamente elevato a cult di genere, favorendo lo sviluppo di una saga che prima è tornata indietro nel tempo - alla scoperta del passato della maniac antagonista, del riflesso putrescente e artefatto del bigottismo e del puritanesimo dell’America più profonda, con Pearl: un character study nato proprio sul set di X dalla forte simpatia venutasi a creare fra lo stesso West e l’attrice protagonista Mia Goth, ma che, al di là di un lavoro di riscrittura percettiva o di inquietante disvelamento su basi storiche de(i film de)lla Hollywood classica, si rivela presto solo un trascurabile e frettoloso capriccio (divistico) - e che oggi invece guarda avanti, pur sguazzando nel passato, con MaXXXine.

            Protagonista, neanche a dirlo, è la Maxine Minx, al secolo Maxine Miller, la quale, dopo esser sopravvissuta per “intervento divino” alla vampirica trama della simpatica coppietta di ottuagenari, è riuscita a stento a rifarsi una vita a Los Angeles. Corre l'anno 1985, la città non è nemmeno più in bilico tra lucentezza e degrado, bensì vede immersi i suoi stessi miti, le sue gloriose icone, nella depravazione e miseria totali. I suoi cittadini vengono puntualmente scossi dall’ondata di crimini e omicidi a sfondo satanico (quel che passerà alle cronache come “Satanic Panic”), che culminano proprio in quel periodo con la comparsa del famigerato Night Stalker. E Maxine, ormai volto rinomato dell’intrattenimento per adulti, decide di fare il grande salto e diventare una stella di Hollywood, ripercorrendo le orme di Jamie Lee Curtis, Holly Hunter, Demi Moore, Brooke Shields, ed esordendo come protagonista di un horror, The Puritan II. I suoi pensieri e le sue notti sono però occupate da una presenza angosciante a dir poco. È lo Stalker? Qualcuno di sua conoscenza? Saranno forse le violente (e naturali) conseguenze del successo? 

            MaXXXine Mia Goth Recensione Cinemando

            Il riferimento in apertura è tutto fuorché casuale: se X infatti si rifaceva ad un certo cinema slasher dei Seventies (gli anni, appunto, in cui era ambientata la pellicola) e non solo, e Pearl, come sopra, voleva essere una rilettura di Psycho attraverso le abbaglianti maglie estetiche del cinema Technicolor degli anni ‘40 e ‘50, MaXXXine è in primis un thriller depalmiano sulla scia di Omicidio a luci rosse (da cui il ricordo dei Frankie Goes to Hollywood, che rifanno capolino qui con la loro Welcome To The Pleasuredome), Vestito per uccidere, Black Dahlia, ma che innesta filologicamente e in maniera abbastanza squisita richiami e riecheggi di Hardcore di Paul Schrader, del giallo all’italiana (parliamo ovviamente di Argento, Bava, Fulci), come pure di film puramente underground o d’exploitation: dal reazionario The Burning Hell a L’occhio che uccide, da Behind the Green Door fino a Ms. 45.

            Per non parlare infine di tutti i riferimenti, sospesi tra cinefilo e il pop, che Ti West sguinzaglia e riesce ad includere e comprimere nella sua rappresentazione: la stella di Theda Bara, Ruth Adler (con tanto di stivaloni) reincarnata nella regista interpretata da Elizabeth Debicki, il detective di Kevin Bacon vestito come Jack Nicholson in Chinatown di Polanski (naso incerottato incluso), i cosplay di Buster Keaton, Charlie Chaplin e della Wonder Woman di Lynda Carter, oppure i richiami a Maniac di Lustig e al succitato Psycho, qui portato in scena nella maniera più esplicita e grafica possibile.

            Fortunatamente impreziosito poi dal lavoro coeso e sinergico di un comparto tecnico e artistico concentratissimo ed esemplare (le scenografie di Jason Kisvarday, i costumi di Mari-An Ceo, una tracklist musicale non necessariamente scontata), la chiusura ideale della trilogia di X fonda gran parte della sua riuscita proprio sull’atmosfera, sui suggestivi effetti conseguiti da suddetto, chiaro sforzo produttivo (sovvenzionato, tra gli altri, da una A24 ossimorica e ambigua come non mai, sempre più sintonizzata su logiche e filosofia da grande studio), tanto quanto dalle citazioni e dagli omaggi. Che fanno di MaXXXine quasi il gemello grezzo, sporco e sdrucito di C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino. O, tutt’al più, una versione decisamente meno allucinata e radicale di Babylon di Damien Chazelle.

            Purtroppo per lui e per noi, la più ambiziosa delle opere di Ti West; quella insomma che dovrebbe e vorrebbe essere l’opera omnia di una trilogia-meteora, è viceversa solo e soltanto confezione, il coito interrotto di un approccio ormai ridotto a mera pornografia della nostalgia. E ancora, la riprova che forse sarebbe stato meglio lasciare che X fosse un pezzo unico, un’operazione autoconclusiva, senza bisogno di espansioni e approfondimenti vari, fatti più per dileggio del suo autore (e della sua musa) che per quello del pubblico. In tal senso, vedere MaXXXine (come chi scrive) nel contesto di una maratona, subito dopo i precedenti due capitoli, non fa che attestare, in forma schiacciante e definitiva, la caduta libera di un tentativo di saga che, privato dal suo sapore e segno nostalgico, non riesce a darsi, a disporre del sufficiente materiale narrativo per calcare le scene con le sue gambe. Tarlo, quest’ultimo, del racconto scritto e immaginato (sempre) da West, che in quanto ennesimo, ma viziato, character study racconta per l’appunto l’ascesa hollywoodiana della nostra protagonista, al ritmo di una serie di ammazzamenti che si risolvono e spiegano nel più prevedibile e fioco dei whodunit.

            Non bastasse, il tutto porta e sfocia in un terzo atto completamente da cestinare e rigirare, che esorcizza la pellicola di ogni potenziale dote o speranza, facendola precipitare così rapidamente nel baratro dell’insipidità e nella presa in giro che è quasi difficile a credersi. Un segmento, quest’ultimo, dove tra l’altro il cineasta dimostra una goffa e rovinosa inadeguatezza con l’action, le sue dinamiche, i suoi battiti.

            MaXXXine Mia Goth Recensione Cinemando

            Inoltre, seppur metacinematografica e autoriflessiva fino al midollo, l’opera non funziona nemmeno in quanto statement e consacrazione divistica di Mia Goth e della sua maschera - Maxine - ad oggi più celebre. Paradossalmente, il capitolo che ne dovrebbe compiere l’arco è anche quello che, in termini cinematografici, la contempla meno, soffocandola con l’allure, l’ambientazione, il superiore iconismo del cast di comprimari. 

            Già soltanto il copione fiacchissimo, che riduce ai minimi termini la caratterizzazione di ogni singolo personaggio, e l’incapacità di rendere e sfruttare lo stardom della sua protagonista, farebbero di MaXXXine il film che, insieme a Pearl, potrebbe assicurarsi l’onere non solo di peggiore mai firmato da Ti West, ma anche di questa (scarna) trilogia.

            In "aiuto" giunge sfortunatamente un monologo della regista Elizabeth su quello che il suo film dovrà essere e sulle scelte estetiche e creative avvallate, che sono poi le stesse che informano quello di West (di cui lei è personaggio), in un gioco di scatole cinesi e riflessi che, per didascalismo e pedanteria, se la batte col “potere al cinema indipendente americano” (ironizzato ma in fondo difeso e sostenuto, assieme a tutti i discorsi sul taglio e le idee da dare al finto porno “Le figlie del contadino”) nel capitolo originale. O, in alternativa, col lunghissimo monologo che spiega letteralmente le ragioni psicologiche alla base delle azioni di Pearl nel prequel omonimo.

            Non meno pedante, scolastica e dozzinale è infine la scelta di aprire la pellicola con una citazione di Bette Davis (che riassume il concetto di fama mostruosa, di equilibrio tra fascino e repulsione attorno cui si impernia la saga di X) e chiuderla sulle note della celeberrima Bette Davis Eyes. Le finalità sono ovviamente quelle di un parallelismo, anche se la prova di Goth, in MaXXXine, non ha davvero niente che possa ricondurre all’immortale diva di Eva contro Eva. 

            Davvero un peccato, insomma, che una costruzione comunque ispirata e attraente venga messa a servizio di un film del genere. Uno che, in fondo, vuole dirci che il cinema, Hollywood e quindi il Sogno Americano sono tutta un’illusione. E che nel farlo non solo crede di proporre la più sconvolgente delle epifanie, ma cade pure nella più banale delle contraddizioni. Quella del voler criticare qualcosa, senza tuttavia esimersi dall’adorarla e omaggiarla. Quella di un’artificiosa e finta testa mozzata e, poco dopo, di un meraviglioso firmamento. Quella, in altre parole, di un racconto il cui autore potrebbe essere tanto un profondo conoscitore e appassionato di cinema, quanto uno che, di film, sembra non averne visto neanche l’ombra. Superficiale, futile, fugace MaXXXine, come il “sapore della fama, (che, diceva il poeta,) averla è un purgatorio, mancarne è un inferno”. 

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