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            9 Agosto 2024
            Trap M. Night Shyamalan Recensione Cinemando
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            TRAP, OMICIDA IN DIRETTA

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Trap
            USCITA ITALIA: 7 agosto 2024
            USCITA USA: 2 agosto 2024
            REGIA: M. Night Shyamalan
            SCENEGGIATURA: M. Night Shyamalan
            CON: Josh Hartnett, Ariel Donoghue, Saleka, Hayley Mills, Alison Pill
            GENERE: thriller, giallo
            DURATA: 105 min

            VOTO: 7/8

            RECENSIONE:

            Patrocinato l'esordio della figlia Ishana, M. Night Shyamalan dirige la maggiore Saleka nella sua nuova "esperienza". Protagonista assoluto è però uno strepitoso Josh Hartnett nel ruolo di un serial killer braccato dalla polizia durante un concerto sold-out. Quella che parte come una solida e concentrata prova di regia ai limiti della maestria subisce però le conseguenze di un twist che ne indebolisce pian piano l'impalcatura. 

            Un concerto. 30.000 fan urlanti (ma non ancora di terrore). 300 poliziotti. Un serial killer. Nessuna (apparente) via di fuga. Da Il sesto senso fino ad arrivare al più recente Bussano alla porta (con qualche irregolarità nel mezzo, che tuttavia conferma la regola), il cinema di M. Night Shyamalan è sempre partito da idee molto quadrate, qualcuno direbbe semplici (o addirittura semplicistiche), dotate di un’essenzialità perfettamente sintetizzata nella brevità ed incisività dei titoli. Soggetti, concept - per dirla in termini più tecnici - che tuttavia riescono a conservare un tratto di singolarità, oltre che di arguzia, e che il cineasta porta puntualmente alle estreme conseguenze, servendosi di una visceralità che nessuno (nemmeno sua figlia Ishana!) sa ricalcare.

            E Trap - il film in cui il regista abbandona il fantastico e fantascientifico a favore di un contesto più realistico - non fa eccezione in questo. Protagonista è Cooper, un serial killer noto come "il Macellaio", che un giorno decide di accompagnare la figlia Riley al concerto di Lady Raven, una pop star modellata sulla nostra Taylor Swift. Poco dopo aver messo piede in platea, si accorgerà tuttavia che la venue è gremita di forze dell’ordine che - lo scoprirà qualche istante più tardi - consci (chissà come) della sua presenza allo spettacolo intendono tendergli un tranello per identificarlo e catturarlo definitivamente.

            Come promette il titolo, le esche, le insidie, le trappole appunto, che Shyamalan (al solito, pure autore della sceneggiatura e produttore) pone sul cammino del suo protagonista sono pari a quelle in cui ingaggia e coinvolge lo spettatore, di cui sovverte in un certo senso le aspettative. Eguagliato in fama solo dai suoi celeberrimi plot- e twist-ending - che spesso lo hanno reso preda di schematismi e manierismi -, il cineasta decide intelligentemente di svelare fin da subito (a dirla tutta, già dai trailer e dalla stessa sinossi) il più importante e clamoroso: quello riguardante la vera identità del personaggio di Cooper -, ammaliando e trascinando chi guarda nella trama, nell’intreccio. Insomma, nella trappola (narrativa e cinematografica) per antonomasia, che in poco tempo si dota anche di un carattere puramente visivo, totalmente affidato e ancorato al punto di vista, alla percezione, allo sguardo del serial killer, del cui tentativo di fuga il pubblico diventa perciò il solo testimone. E, va da sé, quando si parla di sguardo al e nel cinema, è automatico parlare del suo dispositivo. 

            Trap M. Night Shyamalan Recensione Cinemando

            Mai così puramente hitchcockiano (e, di conseguenza, depalmiano), Shyamalan - assistito dal direttore della fotografia Sayombhu Mukdeeprom, sodale di Luca Guadagnino - connota il suo occhio, la messa in scena e i movimenti della macchina da presa di una qualità triplice, di tre precise urgenze, rendendoli vitali strumenti ai fini di un’immersione, una compenetrazione, una (semi-) soggettiva quanto più efficace nelle profondità traumatiche (e traumatizzate) della psiche del Macellaio.

            In tal senso, quantomeno nella prima metà di Trap, il dispiegarsi del racconto, una minuziosa descrizione dello spazio diegetico - visibile e invisibile, esplicito e potenziale - dell’Arena, e un’affascinante caratterizzazione (quasi in presa diretta) del serial killer convivono in un’eccellente macchina di tensione, sul filo di ironia e tragedia. In una prova di regia vigorosa e solidissima, lucida e concentratissima, dalle traiettorie vertiginose, turbinose, imprevedibili (parallele agli slanci mentali e alle iniziative del protagonista), che assurge man mano a segno di maestria e incontestabile padronanza del mezzo.

            Ciò nondimeno, l’effetto (di paranoia, smarrimento, minaccia e panico crescenti) non sarebbe il medesimo se ad incarnarlo non vi fosse un Josh Hartnett in stato di grazia, capace di tenersi a debita distanza da ogni paragone, di per sé inevitabile (con Norman Bates, Hannibal Lecter ed eredi vari, incluso il shyamalaniano Kevin Wendell Crumb). L’attore dimostra invero una sconcertante gamma espressiva, comprimendo nei tic, nei vezzi, in un improvviso cambio d’umore (e il rimando è di nuovo a Split) tanti scorci di personalità diversi e di personaggi possibili, e compiendo così il primo grande passo di un’ambita “renaissance”. Non solo: quando nella seconda metà Trap subisce le conseguenze di un twist che, seppur in scala ridotta, stravolge e amplia il concept di base, modificando appieno l’impostazione e, purtroppo, rendendo meno intensa, pungente e attenta l’intera impalcatura filmica (che si abbandona di conseguenza a ridondanze, verbosità e risvolti per cui risulta necessario sospendere l’incredulità), è la sua interpretazione a garantire continuità al coinvolgimento e all’interesse di chi guarda.

            È lui e soltanto lui, in altre parole, a prendere per mano il pubblico e portarlo, nonostante tutto, fino alla fine di un’esperienza audiovisiva nel vero senso del termine. O, meglio, un’esperienza di(!) M. Night Shyamalan, come recita (per una volta, appropriatamente) il manifesto. Nel bene e nel male. Negli evidenti sintomi di linearità con (le ossessioni di) una filmografia da sempre interessata ai rapporti familiari, che indaga nei suoi anfratti più oscuri e disfunzionali, e ai rapporti di potere, influenza, informazione tra il micro- e il macro-cosmo, il mondo là fuori, globalizzato e (qui) social. Ma anche nelle smorfie di nepotismo che, a momenti, potrebbero far sembrare la pellicola un veicolo promozionale per lanciare la carriera (musicale e non) della figlia Saleka, interprete di Lady Raven.

            Tra i più paradigmatici, metodici e rigorosi e, allo stesso tempo, divertiti e fieramente pop del regista, Trap è epidermico tanto quanto è abissale. Un’opera mimetica, impeccabile esempio di fenomenologia delle immagini.

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