
THE WATCHERS SI NUTRE DI FILM (MOLTO) FAMILIARI
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: The Watchers
USCITA ITALIA: 5 giugno 2024
USCITA USA: 7 giugno 2024
REGIA: Ishana Night Shyamalan
SCENEGGIATURA: Ishana Night Shyamalan
CON: Dakota Fanning, Georgina Campbell, Oliver Finnegan, Olwen Fouéré
GENERE: thriller, horror
DURATA: 102 min
VOTO: 6+
RECENSIONE:
Dopo varie esperienze dietro la macchina da presa, Ishana Night Shyamalan, figlia del più noto Manoj, esordisce al lungometraggio con un thriller horror tra fantasy e fantascienza dalla doppia paternità. Quella di A. M. Shine, autore del romanzo da cui è tratto il film, e ovviamente quella del (cinema del) genitore, che fa capolino in varie forme, dando vita ad un'opera naif, nata vecchia, e sottraendole così ogni potenziale risorsa utile a sopportare la prova del tempo.
È ironico, magari voluto, che The Watchers, l’esordio al lungometraggio di Ishana Night Shyamalan metta al centro di tutto il tema e l’elemento (fantastico e horror) dell’imitazione. Dopo una serie di esperienze sui set degli ultimi film del padre (tra cui Old e Bussano alla porta) e dietro la macchina da presa di alcuni episodi della serie Servant (in cui già si parlava di feticcio e simulacro), la figlia del cineasta che ha sdoganato, a livello pop e mainstream, e connotato la propria carriera col concetto di twist-ending, sceglie di improntare la sua prima, vera regia nel segno pedissequo non di uno, bensì di due padri.
Il primo è l’irlandese A. M. Shine, autore del romanzo che la neoregista adatta seguendo il modus operandi di Shyamalan senior, appropriandosi e sintetizzando il soggetto a tal punto da farne tessuto del proprio universo autoriale (acquisito), dandogli un’impressione di originalità, quasi fosse da sempre uno spunto, un racconto di cui vedersi attribuita del tutto la maternità.
Il secondo padre di The Watchers - va da sé - è quello biologico e artistico, il padre effettivo (che produce), dal cui cinema Ishana mutua, in primis, l’inclinazione e predilezione per il genere thriller-horror, che taglia con innesti folcloristici, e insegue, ripercorre, riorganizza secondo una progressione narrativa, in principio, intima e familiare, poi, man mano che ci si avvicina ai titoli di coda, sempre più estesa, mitica e mitologica, collettiva e universale. La nostra ritrova e ripropone inoltre la tensione e costruzione spasmodica, appunto, di coup de théâtre multipli; di uno o più twist sconvolgenti in grado di ridefinire il mondo diegetico e sovvertire le aspettative e conoscenze pregresse di chi guarda.

Protagonista è Mina, una giovane ragazza americana scappata da anni nell’Irlanda occidentale per metabolizzare, o almeno tentare di fare i conti col lutto e la responsabilità per l’accidentale scomparsa della madre. In viaggio per una commissione di lavoro, si perde e rimane in”TRAP”polata in una folta e intricata foresta del suggestivo entroterra irlandese, dove, per un caso fortuito, fa la conoscenza di altri tre malcapitati. La vecchia e austera Madeline, la gentile Ciara e l’impudente ma dolce Daniel le rivelano di essere da mesi, se non anni, prigionieri di questo posto. Essi sono, più precisamente, costretti ad una casetta-rifugio, al cui interno campeggia - come fosse un terrario - una vetrata o, per meglio dire, uno specchio unidirezionale che occupa l’intera superficie di una delle quattro pareti. Di fuggire non se ne parla: questo bosco magico, labirintico funge in realtà da luogo di reclusione di una strana specie. Creature inquietanti di un mondo passato che, non appena cala il sole, escono in superficie per osservare, imparare qualcosa dagli umani, nutrirsi della loro immagine…
La premessa ha tutte le carte in regola per dar vita a qualcosa di davvero intelligente e consapevole, oltre che intrigante. Lo è l’idea (autoriflessiva) della copia che tenta di spuntarla sull’originale, e lo sono parimenti le sequenze che aprono il film e ne organizzano il meccanismo mystery, caratterizzate peraltro da un’eleganza formale e visiva che decide del loro tono e della loro atmosfera, con tanto di grazioso omaggio a Un lupo mannaro americano a Londra. Eppure, una volta che si mette definitivamente piede nella selva oscura (per non abbandonarla forse mai più), emerge subito in maniera netta ed evidente quale sia il vizio di forma del primissimo tentativo di Ishana Night Shyamalan. Che, neanche a dirlo, è proprio il patrimonio del padre o comunque l’impossibilità, da parte di quest’ultima, di vedersi al di là del mito e dell’eredità di cui porta il cognome.

Chiamatela mancanza di coraggio, operazione accorata, barlume - seppur gratuito - di intentio autoris. Certo è che l’imitazione e mutuazione di un intero universo cinematografico (più dalle parti dello stanco epigono o del bignamino, che non della summa, tra Signs, The Village e i citati Old e Bussano alla porta), unite a recuperi, riecheggi e richiami ad altrettanti testi avulsi dal canone shyamalaniano (dal gotico burtoniano de Il mistero di Sleepy Hollow ai bunker segreti e alle invenzioni sonore di Lost), non fa un gran servizio alla pellicola. Anzi riesce a rendere generico un incipit alquanto promettente, debilitando pesantemente l’efficacia del progetto e sottraendogli ogni potenziale risorsa utile a sopportare la prova del tempo.
Non bastasse, a rincarare la dose, ci pensano poi una metafora e un discorso deltoriani sulla nostra mostruosità: elementare e plateale al pari dello schermo-specchio; così come la necessità di rendere tutto chiaro e leggibile, che sfocia in un finale mediocre, quando non ridicolo nella sua inutile verbosità. Per non parlare infine di un cast tutt’altro che brillante, da cui Shyamalan, complice una sceneggiatura incostante, non riesce ad ottenere quasi mai l’effetto desiderato, una sfumatura precisa, la vivacità che farebbe comodo a quella o a quell’altra scena.
Assecondando e prendendo sempre la strada più semplice o prevedibile, The Watchers sembra dover travestirsi da qualcos’altro per piacersi ed essere accettato, e pare insomma destinato, circoscritto ad una fiacca superficialità che laddove non gli impedisce del tutto di avere qualche momento azzeccato, ne fa comunque la più insipida delle congetture. Un film naif, formulaico, in una confezione afasica, nata vecchia, che purtroppo per noi e per Ishana attesta una convinzione che avremmo voluto disattendere. Perché, di Shyamalan, ce n’è e, con tutta probabilità, continuerà ad essercene soltanto uno. Senza possibilità di twist.
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