
ALLA BASE DI ARGYLLE VI È UNA GRANDE BUGIA
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Argylle
USCITA ITALIA: 1° febbraio 2024
USCITA USA: 2 febbraio 2024
REGIA: Matthew Vaughn
SCENEGGIATURA: Jason Fuchs
CON: Henry Cavill, Bryce Dallas Howard, Sam Rockwell, Bryan Cranston, Catherine O'Hara, Dua Lipa, Ariana DeBose, John Cena, Samuel L. Jackson
GENERE: fantastico, thriller, spionaggio, azione
DURATA: 135 min
VOTO: 6+
RECENSIONE:
Reduce dal passo falso di The King's Man - Le origini, Matthew Vaughn torna dietro la macchina da presa con Argylle, primo tassello di un nuovo franchise a sua volta parte integrante di un macrouniverso crossmediale vaughniano che comprende anche la saga delle spie da sartoria inglese. Alla base, una grande, grossa, gigantesca bugia che dà il là all'unico, vero elemento sorprendente della pellicola. Ossia il suo essere fondamentalmente la variazione spionistica di un rom-com con tutti i crismi, e la credibilità e versatilità di Bryce Dallas Howard come eroina action e volto comico. I problemi, però, non mancano.
Più grande la spia, più grossa la bugia. E mai tagline fu più azzeccata. Alla base di Argylle, l’ultima fatica di Matthew Vaughn (amato e inconfondibile “reinventore” al cinema della letteratura a fumetti di Mark Millar, dal primo Kick-Ass a Kingsman, reduce da quel brutto passo falso che è The King's Man - Le origini), o meglio dell’impressione che pubblicitariamente se n'è voluta dare al pubblico, vi è invero una grande, grossa, gigantesca bugia. Una in grado di far impallidire pure l’autogol di Dune (- Parte Uno) e tutto l’affaire Zendaya.
Proprio così: a differenza di quello che trailer, poster, sinossi e libro (scritto e pubblicato ad hoc) lascerebbero intendere, Argylle non è il film in cui un vistoso Henry Cavill interpreta una super spia che sembra nata dalla penna di Ian Fleming, Tom Clancy o John Le Carré, ma che è, al contrario e apparentemente, frutto dell’immaginazione di Elly Conway, talentuosa autrice dal successo inaspettato - come inconsueta si direbbe l’ordinaria, asociale e ipocondriaca vita che conduce. E no, Argylle non è (solo) il racconto di una romanziera che scopre che ciò di cui scrive è reale, così come dei personaggi battezzati dalla sua mente. Vi stupirà o deluderà quindi sapere che sia il fu Superman, sia la tanto reclamizzata Dua Lipa (il cui secondo ruolo cinematografico è breve al pari del suo primo, in Barbie di Greta Gerwig), ma anche un John Cena come sempre autoironico, appaiono, chi più chi meno, dieci, quindici minuti nei 130 di durata della pellicola.
Pur col rischio di apparire un prodotto dell’ufficio marketing, che non propriamente dello stesso Vaughn (qui regista e produttore) o del soggettista e sceneggiatore Jason Fuchs (il cui curriculum qualche domanda la fa venire), la vera sostanza del film è anche l’unico aspetto davvero sorprendente che esso ha da offrire; il vero gioco di prestigio, il depistaggio per cui vale assolutamente la pena pagare un biglietto, al di là dei plausibili biasimi e del retrogusto truffaldino dell'intera operazione. E poi, la prima mezz’ora è talmente coinvolgente, dinamica e ben portata da regia, scrittura e interpretazioni, che pure i più scettici e scottati potrebbero ricredersi, assecondare le intenzioni del progetto e abbandonarsi a ciò che Vaughn & co. intendono somministrare.
Gettando definitivamente la maschera, è Bryce Dallas Howard la grande stella di Argylle, colei su cui sono puntati tutti i riflettori, impegnata in un ruolo per cui sembra nata, che non solo le offre una nuova opportunità (dopo la nuova, deprecabile trilogia jurassica) per dar prova delle sue abilità di attrice, ma permette a tutti di scoprirne la versatilità e considerarne la credibilità nei panni di una moderna eroina (ma, per chi scrive, potrebbe benissimo diventare un’icona) action. Magnetica e meticolosa nel rendere la trasformazione, il tortuoso percorso e la graduale presa di coscienza della sua Elly Conway, è sempre lei, in combo con un Sam Rockwell generoso, inedito, qui in una delle sue migliori prove, la variabile necessaria per custodire e far funzionare al meglio il segreto dell'opera.
Che è allora e innanzitutto una variazione spionistica della commedia romantica, una perfetta proposta alternativa per San Valentino, molto simile (specie nella caratterizzazione dei personaggi e nella riscrittura degli equilibri tra maschile e femminile) al recente The Lost City con Sandra Bullock e Channing Tatum, e che solo dopo, solo ai lati, si mostra come un popcorn movie a tratti spassoso. O, in altre parole, come un giocattolone pachidermico, post-moderno, ipercitazionista e ricco, ricchissimo di musica, da 200 milioni di dollari di budget (stiamo pur sempre parlando di una produzione Apple). Ma che, purtroppo per lui, sembra valerne molti meno.

Se pure volessimo stiracchiare al massimo l’inverosimile ipotesi di una precisa scelta registica, ovvero di un artificiosità coerente con la finzione che regna sovrana nell’intreccio, è indubbio quanto sensibilmente Argylle sia minato da una computer grafica e da una resa digitale di ambienti, sfondi, body-doubles e quant’altro che potrebbe benissimo appartenere ad un videogioco di un paio di generazioni fa. Alcuni segmenti, addirittura, paiono ancora in uno stato precoce di lavorazione o, peggio, interrotti nella loro renderizzazione.
Non bastasse, malgrado la bontà di un parterre di volti e nomi (completato da un Bryan Cranston e da una Catherine O'Hara cattivissimi, e da un Samuel L. Jackson in via di disintossicazione o pensionamento da Nick Fury) che merita un plauso e i rispettivi cachet astronomici per aver scongiurato un’altra massima: “più grande il cast, più grande il flop”; e un assortimento ridotto di sequenze (due, per l’esattezza) nelle quali riemerge finalmente quell’inventiva, quell’esagerazione e quel piglio estetico deciso e dirompente che hanno sempre contraddistinto i migliori lavori di Vaughn; Argylle si impantana superato il primo atto e incarta in un secondo e terzo rigidissimi, fatti di spiegoni pedanti che annientano il ritmo e la vertigine dell’inizio, ma purtroppo non la raffica di twist, stravolgimenti, doppie verità e doppie menzogne di cui, minuto dopo minuto, si perde il conto. Messi in scena con espedienti da serial televisivo. Cervellotici a tal punto che ben presto smettono di essere efficaci, ma che si è costretti ad accollarsi così da poter godere lo stesso di quei pochi elementi viceversa funzionali e fascinosi che si fanno largo sul grande schermo.
Non meno cervellotica e non sappiamo quanto sensata sia poi la scelta editoriale di rendere questo film, il suo seguito in fase di sviluppo e un terzo franchise ancora da annunciare, dei tie-in, dei prodotti cugini, tutte avventure ambientate nello stesso universo delle spie stilose di Kingsman, il vero atto fondativo di un macro-universo crossmediale vaughniano forte solo di una vezzosa e ludica autoreferenzialità, che non di un appoggio e interesse concreti del grande pubblico o di un’impronta omogenea e sempre ben riconoscibile. Difatti, al di là di quei pochi momenti di cui sopra, anche Argylle soffre dello stesso manierismo standardizzante del già citato The King’s Man - Le origini, di una stilizzazione che, per quanto paradossale, confonde quasi l’ultimo Vaughn con un Guy Ritchie minore (Cavill potrebbe essere comodamente trasmigrato qui da Operazione U.N.C.L.E., solo cambiato d’abito) o un David Leitch col giusto nerbo (c’è pure il combattimento su un Bullet Train!).
Nulla di realmente solido su cui far partire o sviluppare una saga, si spera quantomeno possano rimanere Bryce Dallas Howard e Sam Rockwell da fissare, così da poterci distrarre mentre sullo sfondo tutto collassa su sé stesso e su ambizioni mal riposte e mal calibrate.
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