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            27 Dicembre 2023
            Saltburn Recensione Cinemando
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            SALTBURN, UN LUNG(HISSIM)O SPOT DELL'OGGI PEGGIOR CINEMA D'AUTORE

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Saltburn
            USCITA ITALIA: 22 dicembre 2023
            USCITA USA: 17 novembre 2023
            REGIA: Emerald Fennell
            SCENEGGIATURA: Emerald Fennell
            CON: Barry Keoghan, Jacob Elordi, Rosamund Pike, Richard E. Grant, Archie Madekwe, Carey Mulligan
            GENERE: commedia, thriller, drammatico
            DURATA: 131 min
            DISPONIBILE SU: Amazon Prime Video

            VOTO: 5

            RECENSIONE:

            Vincitrice del premio Oscar per il suo esordio alla regia Una donna promettente, l'attrice Emerald Fennell torna dietro la macchina da presa in Saltburn, storia di rivalsa sociale ed attrazione fatale, tra satira e thriller. Barry Keoghan guida un cast che gigioneggia incontrollato, sprigionando il proprio smisurato feticismo divistico, e riesce comunque ad essere la componente più convincente ed accattivante di una pellicola, al contrario, disonesta intellettualmente e in fondo vacua. Una serie di provocazioni a prova di stereotipo, montate alla stregua di una pubblicità del peggior cinema d'autore oggi possibile.

            È (non a caso) un atto vampirico, quello che Saltburn compie nei confronti della (nostra) contemporaneità. Sia in senso sanguigno, carnale, viscerale, e quindi tradizionale, poiché ne addenta direttamente, assorbe, succhia, ne fa propria la linfa e la cifra sensibile e sensuale. Il dominio della bellezza come sinonimo di apparenza ed appariscenza. Le seduzioni vorticose e le esche irresistibili a cui quotidianamente ognuno di noi abbocca e che, come ben sappiamo, il più delle volte risultano in illusioni, delusioni; portano all’arido centro di labirinti e dedali altrettanto rarefatti ed imprendibili. Sia in termini più prettamente specifici e cinematografici, quale eterno e vacuo voyeurismo di (parimenti insignificanti) vite altrui. Di noi, spettatori complessati e nevrotici, avidi di uno splendore, una perfezione, un’eleganza di cui ci beiamo, che ci plasma, che testimoniamo e, così facendo, ci auto-inganniamo di vivere in prima persona, ma che costituiscono in realtà uno specchio del nostro io più profondo e della nostra natura più recondita e perturbante. Uno specchio che riflette soltanto la nostra irresolutezza, la nostra vanità, la nostra pochezza.

            Parafrasando Kundera, parla più che altro dell’(oggi) inevitabile inconsistenza dell’esserci (e quindi dell’essere), il secondo lungometraggio scritto e diretto dall’attrice Emerald Fennell, che arriva sui nostri schermi a tre anni dal suo esordio con Una donna promettente - film per cui si è aggiudicata (seppur, per chi scrive, non proprio meritatamente) l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale.

            Saltburn Recensione Cinemando

            Più concretamente, Saltburn racconta la storia di Oliver, ragazzo di umili origini, ma di buone, se non ottime speranze. Acuto, perspicace, studioso, egli viene ammesso al New College dell'Università di Oxford, dove però, in un primo momento, fa abbastanza fatica ad ambientarsi. Difatti, malgrado tenti a tutti i costi di mettere su una maschera e aderire così ad una recita che evidentemente non gli appartiene, il nostro, rispetto ai suoi compagni: quasi tutti rampolli di casate importanti e famiglie facoltose; sembra quasi un alieno, una creatura proveniente da un altro mondo, un altro pianeta. Sarà però una circostanza apparentemente fortunosa a permettergli di avvicinarsi nientemeno che al ragazzo più popolare del college, tal Felix Catton, verso cui è attratto (anche sessualmente) fin dal primo sguardo. Ma, come si suol dire, non è tutto oro ciò che luccica: dietro questa facciata di affabilità, cordialità e perfezione, quest'ultimo cela invero un lato più infantile, ostile, inquietante. Questo, però, il nostro protagonista lo scoprirà soltanto in un secondo momento, quando, finiti gli esami e giunta finalmente l’estate, il giovane virgulto lo invita a passare le vacanze a Saltburn, la sua tenuta di famiglia. Un posto che gli cambierà letteralmente la vita. In cui si perderà. Dal quale, nel bene e nel male, non tornerà più indietro. Perché, allo stesso tempo, lo amerà e odierà, lo vorrà comprendere e disarmare, compiacere e distruggere, penetrare e tenersene a debita distanza. Scopare e(rgo) uccidere.

            Come avrete già intuito da voi, Saltburn è allora un’allegoria, una miniatura, un microcosmo emblematico del mondo in cui viviamo. Eppure, il suo cuore non risiede tanto nella mera rappresentazione dissacrante, puerile, abbastanza volgare ed un po’ troppo semplice che Fennell - con lo stesso piglio con cui si confrontava al genere maschile nel suo fortunato debutto - realizza di questa casata molto facile da ripugnare, di questa alta borghesia britannica vagamente aristocratica, disordinatamente decadente, tristemente snob, effimera tanto quanto è invece millenario e granitico il castello che abitano al pari di fantasmi. Elemento, quest’ultimo, che lo accomuna comunque a tante satire recenti (e dai destini di riuscita curiosamente condivisi), come Triangle of Sadness e The Menu. No, l’aspetto su cui la neoregista concentra il suo discorso e a cui affida le proprie intenzioni è piuttosto il rapporto ossessivo - di tensione e desiderio, di dolore e tradimento, ma anche di opportunismo - che un outsider, un estraneo schivo ma, come si scoprirà, non certo passivo, intesse con questo stesso microcosmo.

            Punto di vista dello spettatore all’interno della storia e della messinscena, così come concretizzazione quasi metafisica del suo profilo più meschino, spietato, diabolico, il personaggio di Oliver è croce e delizia di Saltburn. Se, da un lato, è portato in scena da un Barry Keoghan sempre più maturo, che riesce nuovamente nell’incantesimo ossimorico de Il sacrificio del cervo sacro, apportando al testo quel mix necessario di sensibilità tenera ed inquietudine impenetrabile; dall’altro, il modo in cui viene sviluppata la sua lenta metamorfosi, la sua parabola catabatica verso il centro del proverbiale labirinto (di Cnosso? della sua e nostra natura?), è il manifesto del torpore, della comodità e dell’inconsistenza con cui Fennell fa seguito a premesse concettuali (più che prettamente narrative) quantomeno incoraggianti e, con esse, a quello che avrebbe potuto rivelarsi, senza grande sforzo d’immaginazione, un brillante character study.

            Saltburn Recensione Cinemando

            Ciò detto, quella dimostrata da Saltburn è un’inconsistenza che trova sì appiglio nell’idea e nella decostruzione che la regista propone della nostra contemporaneità, ma finisce per tradursi solo ed esclusivamente nel modo in cui dà poi corpo, forma e stile alle proprie elucubrazioni, esili e, in fin dei conti, ipocrite. Difatti, nella sostanza, tutto quello a cui l’autrice sembra ridursi e con cui viene a capo sono nient’altro che provocazioni sterili, a prova di stereotipo (incluse le più morbose, come la spermafilia e la necrofilia), segmenti del tutto didascalici, votati ad un effetto shock che annulla qualsiasi anelito un minimo complesso ed ambiguo.

            Checché se ne dica, qualsiasi sia l’immagine pretenziosa che Fennell vuole trasmettere di sé e della propria idea di cinema, o la postura conveniente che adotta, il suo secondo è in realtà un film visibilmente standardizzato, stereotipato o, per utilizzare un sinonimo contemporaneo, algoritmico. Il più risibile tentativo di apparire (e quindi essere) cinema d’autore, poiché esteticamente e formalmente ricercato, consapevole, colto. Da qui l'adozione totalmente fine a sé stessa del 4:3, la fotografia barocca, magniloquente, torrida e sudaticcia di un Linus Sandgren trapiantato qui direttamente da un capitombolo babylonico, gli innumerevoli riferimenti e i simbolismi (specie alla tradizione greca classica) disposti e sparsi in lungo e in largo senza alcuna soluzione di continuità. Ne deriva un Il talento di Mr. Ripley ribaltato, un Teorema pasoliniano per la Gen-Z, un mélange postmoderno che dovrebbe disarmare, ma sa per lo più di kitsch, di facile pacchianeria. In altre parole, di un oggetto-film incoerente che aderisce in tutto e per tutto alla stessa logica vacua di immagini e trompe-l'œil da social network contro la quale si scaglia, ma rispetto cui, al contempo, non compie alcuna scelta radicale; non fa assolutamente nulla per infine differenziarsi.

            A partire dal cast (Jacob Elordi, Rosamund Pike, Richard E. Grant, pure una Carey Mulligan dimenticabile!), che gigioneggia incontrollato, assecondando totalmente il proprio feticismo divistico, ma ne rimane cionondimeno la componente più riconoscibile ed accattivante; Saltburn è, in definitiva, una pellicola “instagrammabile”, per dirla con le buone, già pronta per essere sezionata e ricondivisa, sotto forma di reel, sulle bacheche per dar prova di un gusto cinematografico. Per rispecchiarsi nell’immagine di sé condivisa dagli altri. Per giustificarsi, facendo eco, del resto, alla stessa Emerald Fennell, la quale, colta da una soffocante ansia da prestazione, inciampa negli stessi difetti dell'esordio, solo triplicati negli effetti, e firma con Saltburn la (lunghissima) pubblicità di una delle peggiori marche odierne di cinema d’autore.


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