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            3 Ottobre 2026
            La recensione di Digger, il nuovo film di Alejandro González Iñárritu, con Tom Cruise protagonista nei panni di un magnate del petrolio.
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            DIGGER, ovvero come abbiamo imparato a (non) ridere scavandoci la fossa

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Digger
            USCITA ITALIA: 1 ottobre 2026
            USCITA USA: 2 ottobre 2026
            REGIA: Alejandro González Iñárritu
            SCENEGGIATURA: Alejandro González Iñárritu, Alexander Dinelaris, Nicolás Giacobone, Sabina Berman
            CON: Tom Cruise, Jesse Plemons, Sandra Hüller, Riz Ahmed, Sophie Wilde, Emma D'Arcy, Michael Stuhlbarg, John Goodman
            GENERE: commedia, satirico, fantascienza, drammatico
            DURATA: 128 min

            VOTO: 7.5

            RECENSIONE:

            Con Digger, Alejandro González Iñárritu osserva la realtà attraverso il filtro deformante della commedia nera, del grottesco e della messinscena, affidando ad uno straripante Tom Cruise il ruolo di un tycoon che è insieme caricatura del potere e maschera di un mondo ormai incapace di distinguere il vero dal posticcio, mentre la stessa macchina del cinema finisce per farsi parte del gioco, in un vertiginoso cortocircuito tra realtà e rappresentazione, verità e spettacolo.

            È fatta così, la realtà: è sempre lì, davanti agli occhi, benché a volte si tenti di ignorarla, accantonarla o, peggio ancora, modificarla, plagiarla, storpiarla a proprio uso e consumo. Può essere enorme, immensa, grande quanto un pezzo di ghiaccio delle dimensioni di Washington o Boston, oppure piccola quanto una crepa della misura di un tavolo, o dieci volte la lunghezza di un certo orpello virile. Un dettaglio che lì è e lì rimane, fino a quando, sbattendovi contro, non si presenta a chiedere il conto.

            “Il prezzo della libertà”, come ama definirlo Digger Rockwell, petroliere miliardario vecchio e incartapecorito, carismatico, influente, potentissimo, quanto volgare, ignorante, narcisista, tronfio e megalomane. Convinto, supposto o forse - con un velo di cinismo - portatore concreto e materiale di autonomia, benessere, civiltà attraverso i suoi pozzi, le sue trivelle e centinaia di litri di greggio: quel “latte materno della Terra” che quotidianamente estrae per alimentare il crogiolarsi dell’umanità intera nella comodità delle proprie paradossali, ipocrite e intollerabili esistenze. Un latte che sgorga da una natura da lui ritenuta matrigna, selettiva, implacabile; una che pretende vincitori e vinti e che, nella sua visione del mondo, non ha mai avuto particolare riguardo per chi si trovava dall’altra parte, dalla parte sbagliata della stessa pala.

            È un posto, una condizione, la sua, nella quale Digger si è ritrovato per diritto di nascita, ma che al contempo - e per certi versi - gli è stata garantita e preservata da quello stesso “villaggio globale” che oggi non sembra comunque, e in alcuna maniera, invocarne la caduta. Tant’è che Rockwell non si considera un parassita del sistema, ma il sistema stesso, in carne e ossa. E non vede nelle proprie mani il privilegio di chi ha avuto tutto, bensì la responsabilità di chi, avendolo avuto, ritiene di averne diritto per sempre.

            "Non volete che io molli e smetta di perforare il nostro sacro pianeta", urla a perdifiato ai rappresentanti degli Stati europei, nel tentativo di difendersi, di ribaltare la narrazione, di afferrare i fatti e, attraverso quelli, (ri)scrivere la storia. La sua, ovviamente. Il tycoon e la sua azienda sono infatti responsabili di una calamità di proporzioni apocalittiche: uno dei loro impianti di estrazione in Groenlandia è esploso a seguito di un incidente - del tutto previsto e, soprattutto, evitabile - provocando il distacco di una massa di ghiaccio che ha poi generato e abbattuto un violento e gigantesco tsunami sulle coste settentrionali del vecchio continente. È l’innesco di una reazione a catena che rischia di trascinare tutto e tutti sull’orlo del collasso…

            La recensione di Digger, il nuovo film di Alejandro González Iñárritu, con Tom Cruise protagonista nei panni di un magnate del petrolio.

            Insomma, si potrebbe dire che Digger sia tratto da una storia vera che però — per nostra fortuna — non è ancora accaduta. Ma potrebbe farlo, prima o poi. La realtà, per l’appunto, è sempre lì, di fronte agli occhi di chi questo film lo guarda e di chi lo dirige. Di fronte a noi come al regista messicano premio Oscar Alejandro González Iñárritu.

            Redivivo dopo la sonora débâcle di Bardo — insopportabile, consolatoria e compiaciuta fantasia tra Fellini e Borges, intenta a scambiare il cinema per una multimilionaria seduta psicanalitica con cui elaborare un capriccioso senso di colpa — questi torna al di là del confine più volte varcato dalla sua opera e dalla sua biografia. Fa ritorno negli Stati Uniti, a Hollywood, per mettersi alle redini di una altrettanto sontuosa e dispendiosa commedia nera, alla quale pensava da una decina d’anni. L’intento è, al solito, ambiziosissimo: dare vita e forma ad una disamina, ad un affresco, ad una parabola, ad una specie di radiografia filmica definitiva della nostra contemporaneità. O, per dirla nei suoi termini, ad un carotaggio il più profondo e irritante possibile di motivi, temi, modi e contraddizioni del tempo presente.

            Titanico, tracotante, audace, incontenibile, indefinibile: Digger è tutto questo, al punto che, per indulgere ulteriormente in quella comodità che governa le nostre avvilite esistenze, sarebbe più semplice non definirlo affatto. Ma ci proveremo lo stesso, partendo dal suo evidente legame di parentela e discendenza con Il petroliere di un pur superiore Paul Thomas Anderson — di cui è un seguito ideale — quanto, per tono, registro, spirito e per una precisa attitudine britannica, con Il dottor Stranamore dell’inimitabile Stanley Kubrick. Nondimeno, la lingua che parla è quella, teorico-prostetica, di Foxcatcher, solo con i riferimenti e la grammatica cronotopica di Don’t Look Up.

            Eppure qui non facciamo altro che guardare verso l’alto, poiché ridotti, schiacciati dalle presenze grottescamente corrotte e corrosive, imponentemente insalubri, putrescenti, pestilenziali, inquadrate spesso dal basso e in primissimo piano da un sempre impeccabile Emmanuel Lubezki. Agenti di vendita che tentano di persuadere — e persuadersi nel mentre — di una narrazione continuamente nel suo farsi, disfarsi e rifarsi. Rappresentanti incancreniti, spettrali, mefistofelici di una élite decadente, di un potere in decomposizione che, malgrado tutto e malgrado loro stessi, è riuscito ad accentrare su di sé influenza, risorse, privilegi e possibilità, fino a confondere il proprio interesse con quello collettivo, la propria sopravvivenza con quella del mondo, il proprio diritto esistenziale con quello altrui.

            Parliamo di una classe dirigente che, nell’atto stesso di difendersi, rivela la propria più profonda contraddizione: pretende di essere indispensabile proprio mentre dimostra quanto sia diventata insostenibile. E che, come ogni potere sufficientemente longevo, ha imparato a trasformare la responsabilità in vittimismo, il privilegio in merito, l’avidità in necessità e la propria ostinazione in una forma di libertà allucinata e indecente, resa possibile — e persino legittimata — dalla cieca obbedienza, dall’ideologizzazione devota, quasi religiosa, delle masse.

            Non è dunque soltanto il re a essere nudo. Lo siamo tutti noi, che gli abbiamo consegnato e concesso quello scettro, o che, più semplicemente, abbiamo sottovalutato, persino irriso e deriso, la gravità e la perniciosità del potere che gli abbiamo tacitamente, (in)volontariamente permesso di esercitare.

            La recensione di Digger, il nuovo film di Alejandro González Iñárritu, con Tom Cruise protagonista nei panni di un magnate del petrolio.

            “Drill, baby, drill”, invocava di recente un noto magnate prestato alla politica e, in seguito, trasferitosi alla Casa Bianca. Lo stesso dal quale prende evidentemente spunto colui che rappresenta il presupposto imprescindibile, la proverbiale conditio sine qua non, il cardine senza cui Digger non avrebbe neppure visto la luce.

            Iñárritu ha infatti avuto la fortuna di incrociare il cammino di un nome — e di un marchio di fabbrica — come Tom Cruise. Una personalità poliedrica, selettiva, forse ancor più esigente, ardita e straripante, con cui il cineasta è stato abbastanza abile da trovare una frequenza comune, per poi convincerlo a prendere parte all’impresa. Impresa che diventa così, a tutti gli effetti, una folie à deux; una follia condivisa, ma anche e soprattutto - per il “prodauttore” per antonomasia - un potenziale veicolo per una corsa all’Oscar a lungo sospirata.

            Rievocando, fondendo, facendo del ruolo e del personaggio di Digger Rockwell un distillato elettrico, ipnotico, irresistibile di alcuni dei suoi caratteri più iconici (da Les Grossman di Tropic Thunder all’indimenticato Frank T.J. Mackey di Magnolia, senza contare gli imprescindibili eroi di Top Gun e Mission: Impossible, che il cineasta ribalta e deliberatamente vira di segno, muovendo dalla loro irriducibile e sovrumana vocazione salvifica) Cruise, con consueta e grande generosità, dona anima e corpo ad un autentico e coreografico tour de force. Un’interpretazione - anche trasformativa e (ri)generativa - che, oltre a ricordarci la sua potenza espressiva e la sua versatilità, testimonia una rara, quasi perfetta osmosi tra divo e maschera.

            Ciò detto, pur regalando al cinema (di Iñárritu) un altro personaggio impetuoso, strabordante, bigger-than-life e persino larger-than-screen, il suo azzardo potrebbe infine non essere ripagato. Questo perché l’architettura filmica che gli viene costruita attorno si spende e spande per inglobarlo, rimasticarlo, digerirlo e superarlo in sfrontatezza, grandiosità, dedizione e bramosia. In tal senso, la sua è soltanto la performance più altisonante in un coro di altre parimenti magnetiche e ammalianti: un John Goodman a briglia sciolta, survoltato ed esilarante; un Riz Ahmed formidabile per come sa reggere i numerosi duetti con lo stesso Cruise; un Jesse Plemons che, come sempre, riesce a lasciare il segno anche in un paio di scene. La più altisonante, appunto, all’interno di un teatro dei burattini allestito prodigiosamente e con un’insospettabile densità da Dennis Gassner, premiato scenografo – non a caso – di The Truman Show, L’uomo che non c’era e Big Fish. All'interno di un film che è esso stesso un incessante gesto performativo, una perpetua (ri)messa in scena.

            D’altra parte, cosa siamo noi oggi se non questo? Corpi esposti, identità recitate, esistenze continuamente offerte allo sguardo altrui, impegnati in una sistematica e perenne autopromozione, davanti ad occhi sempre più numerosi e sempre meno discreti. E rieccola allora, la realtà, sempre a reclamare il fronte e il centro del palcoscenico. L’ultima attrice ad abbandonarlo; la stessa su cui, puntualmente, immancabilmente, si chiude il sipario di ogni rappresentazione, per quanto ridicoli, catartici, taumaturgici, esorcistici, avvincenti, convincenti o spettacolari possano essere i suoi trucchi, i suoi cambi di prospettiva e percezione, e le innumerevoli finzioni che la possono abitare.

            La recensione di Digger, il nuovo film di Alejandro González Iñárritu, con Tom Cruise protagonista nei panni di un magnate del petrolio.

            “Quando tutto va a rotoli, colpiscili con la verità”. Quella ontologica, naturale, la più semplice e basilare possibile, che proprio per questo, allo stato odierno delle cose, finisce per essere sempre il più deludente dei colpi di scena. Lo sa Iñárritu, conscio peraltro della difficoltà di parodiare e deformare un presente che è già diventato la più desolante barzelletta di sé stesso.

            Nondimeno, decide volontariamente, ostinatamente, di inciamparci, di eliminare ogni sottigliezza, di farsi didascalico, ridondante, esasperato, soltanto per compiere uno scarto ulteriore: spingersi oltre la parodia e oltre la deformazione, trasformando il film in una mise en abyme del proprio stesso dispositivo, che ne esplicita il funzionamento e ne mette a nudo i fili. Quelli che tengono in piedi le finzioni e le illusioni dell’oggi (come di un futuro prossimo).

            Ed è proprio qui che Digger rivela il proprio doppiofondo: nel tentativo di immaginare un altrove, in una fuga in una fuga - figurativa che diventa ideale, in uno strano incrocio di Piero Della Francesca e Giorgio De Chirico - dalle maglie del suo film (di partenza). Con l’unico risultato, però, di ridurre tutto questo ad un effetto speciale, tanto visivo quanto concettuale. Un virtuosismo stordente, spiazzante, che ci riporta dritti a Birdman, quasi si trattasse di una prosecuzione - imprevista e, questa volta, collettiva e collettivizzante - delle riflessioni che allora il messicano affidava ad un pugno di personaggi sul ruolo, sul senso e sullo stato di salute dell’arte. E, soprattutto, sulla sua possibilità di smuovere ancora le coscienze.

            Domande che finiscono per spalancare il dubbio su una vacuità sempre più evidente dell’intero sistema creativo. Soprattutto quando l’esercizio estetico si riduce ad una forma d’intrattenimento con cui ripulirsi la coscienza, vagheggiare riscatti improbabili, sfogare la propria indignazione e infine tornare a casa appagati, con la rassicurante sensazione di essersi arricchiti. Forse invece si è soltanto diventati un poco più poveri. E tutto intorno può continuare, indisturbato, a perpetuare l’ordine costituito.

            È però un virtuosismo che, una volta esaurita la propria spinta — fin troppo prematura — lascia spazio a poco o nient’altro, se non ad un giochino metatestuale, anticlimatico che spesso gira a vuoto, non riesce mai a funzionare come vorrebbe Iñárritu, né a trovare piena organicità e compattezza rispetto al nucleo primario di Digger.

            Tutto cambia per non cambiare affatto o, meglio, per assumere le forme filmiche di un uroboro che si ripiega su sé stesso fino a divorarsi. Ironia vuole che sia proprio questa una delle possibili, perfette rappresentazioni della nostra umanità, che disgraziatamente ride al capolinea di un mondo scopertosi troppo tardi — o troppo presto? — irrimediabilmente posticcio. Uno in cui è tutto vero, proprio perché nulla lo è più.

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