
MAIGRET. L'AMORE E LA MORTE, sulle tracce di un cinema perduto
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Maigret et le mort amoureux
USCITA ITALIA: 24 settembre 2026
USCITA FRA: 18 febbraio 2026
REGIA: Pascal Bonitzer
SCENEGGIATURA: Pascal Bonitzer
CON: Denis Podalydès, Anne Alvaro, Manuel Guillot, Irène Jacob, Dominique Reymond
GENERE: drammatico, giallo
DURATA: 80 min
VOTO: 5+
RECENSIONE:
Un Maigret fuori dal tempo e un cinema d’altri tempi: Pascal Bonitzer guarda all'opera di Simenon per costruire una malinconica riflessione sul mestiere, sulla vecchiaia e sulla possibilità dell’arte di farsi rifugio dal presente, senza però riuscire a trovare il punto d’incontro tra il mondo perduto della controparte letteraria e la contemporaneità.
È tutto un altro commissario Maigret quello portato in scena da Denis Podalydès (della Comédie-Française) in Maigret. L’amore e la morte, diretto da un veterano del cinema francese quale Pascal Bonitzer - un tempo attore e critico dei Cahiers du Cinéma, nonché sodale del grande André Téchiné.
Un Maigret dalla fisicità minuta, nervosa, guizzante, quasi da roditore, che nel modo di abitare lo spazio scenico e nell’economia espressiva ricorda per certi versi quello del mitico Bruno Cremer e che, nella silhouette e nell’iconografia, rimanda al classico Jean Richard, collocandosi invece decisamente agli antipodi rispetto all’ultima e più recente incarnazione cinematografica del detective in bombetta di Quai des Orfèvres. Il riferimento è chiaramente all’interpretazione crepuscolare, esausta, immobile e, letteralmente, monumentale — mastodontica, monolitica — di Gérard Depardieu nel film quasi omonimo firmato da Patrice Leconte, nel quale l’attore era ingaggiato peraltro in un incessante cortocircuito autoriflessivo tra la propria fisicità, il personaggio e l’immaginario sedimentatosi attorno ad esso.
Affine, e non meno sintomatica, è pure la Parigi che egli percorre e attraversa per scoprire la verità sull’assassinio di una giovane e misteriosa ragazza trovata morta in una piazza con indosso un abito da sera. Una città livida, uggiosa, depressa, quasi fosse un set in fase di disallestimento, della quale si sono spenti da tempo la magia, l’incanto, l’illusione, ogni residuo di una passata grandezza; popolata da flâneur spettrali, tristi, sospesi, in attesa di qualcosa di inevitabile.

Tonalità condivise, almeno in parte, con la metropoli nella quale Bonitzer sceglie di ambientare il suo libero adattamento di Maigret e i vecchi signori, romanzo abbastanza peculiare all’interno della serie e dell’opera simenoniana, che lo stesso autore considerava tra i suoi lavori migliori.
Pensato inizialmente come qualcosa di meno prettamente poliziesco, più solare e tenero, il libro racconta in realtà la lenta scomparsa di un intero universo umano. È una storia nella quale la soluzione del caso, il mistero, contano relativamente poco. E dove il commissario, più che il celebre segugio che stringe progressivamente il cerchio attorno al colpevole dell’immancabile fatto di sangue, è soprattutto un osservatore che entra in contatto con un mondo nei cui confronti sviluppa una specie di curiosità antropologica. Un elemento che si accorda perfettamente con la declinazione disegnata e incarnata da Podalydès: un Maigret che non irrompe nell’ambiente torbido e delittuoso, ma vi si insinua, ne percorre gli interstizi, ne osserva i rituali e le abitudini, retaggio di un tempo e di tradizioni remote, ormai irrimediabilmente anacronistiche.
Ciò detto, nella traddurre per il grande schermo le pagine di Simenon, Bonitzer compie uno scarto ulteriore, trasponendo la vicenda nel presente e, insieme, sottraendovi il protagonista. A partire dalla scelta, apparentemente elementare, di non dotarlo di un cellulare, facendone anzi l’unico, in tutto il Quai des Orfèvres, a mantenere ancora i contatti attraverso il telefono fisso, il suo Maigret si fa così filtro e intermediario tra la nostra contemporaneità e quell’universo aristocratico e arcaico che, negli anni '60, il romanziere guardava con fascinazione. Ma il cineasta lo intende anche nella sua natura di maschera sempiterna, estranea allo zeitgeist nel quale torna a riaffacciarsi: l’incarnazione di un vecchio, di un altro modo di vivere, di guardare il mondo e persino di concepire il proprio lavoro secondo ritmi e un passo del tutto in controtendenza.

Anche qui, dunque — al netto del rischio di scontentare e tradire le aspettative e il gusto del pubblico odierno — non conta l’esito dell’indagine, condotta perlopiù attraverso colloqui, interrogatori, scambi verbali di informazioni. Bonitzer rinuncia alla tensione dell’attesa, rifugge il meccanismo della sorpresa e la gratificazione del twist, per concentrarsi piuttosto su ciò che, attraverso questo percorso investigativo, vuole dire del mondo — il nostro — che si apre al di fuori del caso e pure della propria idea di cinema. Che, nel caso di Maigret. L’amore e la morte, equivale ad un rifugio o ad una fuga dalle questioni e dalla frenesia dell’attualità. Un gesto di candida istintività, venato di un sapore dolceamaro, come spesso accade ai vecchi del cinema: quasi un atto esorcistico, apotropaico contro il terrore della sofferenza, della vecchiaia e della morte.
Colto anch’egli — come uno dei suoi personaggi — in una sorta di “depressione melanconica”, il cineasta si riconosce dunque nella schiera di quei “signori” cui è intitolata la controparte letteraria, dei quali dipinge un ritratto composito, affidandosi ad una regia essenziale, rigorosa, di grande sobrietà, e al raffinato savoir-faire di una sceneggiatura costruita con un mestiere quasi d’altri tempi e poi consegnata ad un cast efficace e misurato. Il ritratto di un mondo ancora possibile, dunque, se non nella realtà almeno nei confini fisici e materici dell’arte, nella concretezza e ostinazione dell’atto creativo.

Purtroppo però, al di là delle chiare e buone intenzioni teoriche, Maigret. L’amore e la morte non riesce mai a trovare, e dunque a tradurre in forma filmica compiuta, l’intersezione tra le sue due dimensioni: tra l’essere, appunto, un film di vecchio stampo — fatto da vecchi, idealmente, per vecchi — e il suo essere calato nel mondo di oggi. Tant’è che la contemporaneità rimane quasi sempre ai margini, ridotta a poco più di un fondale sul quale far muovere un universo umano che vi si staglia come un corpo estraneo. Soprattutto, Bonitzer non restituisce in alcun modo il fascino, l’enigmaticità e la tridimensionalità dei personaggi di Simenon: là dove lo scrittore faceva della loro opacità un inesauribile terreno di esplorazione, la pellicola tende invece a restituirceli come figure già pienamente decifrate e decifrabili.
In un certo senso, è come se la pellicola si fermasse sempre qualche passo prima di portare il proprio discorso alle estreme conseguenze, di condurlo ad una vera sintesi, prestando il fianco all’impressione crescente di trovarsi davanti all’episodio riempitivo di una serie televisiva. Un prodotto di buona fattura, certo, ma privo di quel guizzo ulteriore che permetta di sciogliere l’enigma del suo approdo sul grande schermo.
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