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            17 Giugno 2026
            La recensione di Tra amore e inganni, il film commedia sentimentale ambientato in Toscana con Halle Bailey e Regé-Jean Page.
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            Il cibo è la cosa più seducente di TRA AMORE E INGANNI

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: You, Me & Tuscany
            USCITA ITALIA: 11 giugno 2026
            USCITA USA: 10 aprile 2026
            REGIA: Kat Coiro
            SCENEGGIATURA: Ryan Engle, Kristin N. Engle
            CON: Halle Bailey, Regé-Jean Page, Marco Calvani, Aziza Scott
            GENERE: drammatico, commedia, sentimentale
            DURATA: 105 min

            VOTO: 5

            RECENSIONE:

            Sospeso tra i palinsesti Hallmark, il catalogo Netflix e l'ombra lunga di Sotto il sole della Toscana, Tra amore e inganni trasforma l'Italia in una cartolina patinata a base di stereotipi, e la commedia romantica in qualcosa di poco seducente (al di fuori della cucina). In un prodotto di consumo rassicurante, dimenticando però tutto ciò che rende efficace e memorabile ogni buon comfort movie. 

            Se da molti (perlopiù italiani) il cibo e la cucina del Bel Paese sono ritenuti e definiti comfort food, sul fronte cinematografico il sinonimo più diretto, se non l’esatto equivalente sono le commedie romantiche. Un filone, quello dei cosiddetti comfort movie, che negli ultimi anni ha attraversato una fase di profonda ridefinizione, alternando crisi d’identità, timidi segnali di rinascita, cocenti delusioni e, come spesso accade, continue trasformazioni in sintonia con lo zeitgeist e la coeva agenda socio-culturale.

            Uno degli ultimi esemplari a presentare i segni di questi mutamenti è Tra amore e inganni, quinto lungometraggio della veterana Kat Coiro, che fonde — non senza una certa dose di programmatica furbizia — l’immaginario gastronomico italiano con le forme più codificate del cinema sentimentale. 

            La recensione di Tra amore e inganni, il film commedia sentimentale ambientato in Toscana con Halle Bailey e Regé-Jean Page.

            Per introdurne la storia, bisogna partire dal titolo originale - You, Me & Tuscany - assai più efficace e pertinente di quello italiano, poiché individua fin da subito i tre poli attorno ai quali ruota l’intera vicenda.

            Identificare il Me è piuttosto semplice: Anna Montgomery è una giovane donna brillante, schietta e intraprendente, poco incline ai compromessi quando si tratta di inseguire i propri obiettivi. Nata e cresciuta ad Atlanta, coltiva da sempre il sogno di diventare una chef affermata, seguendo le orme della madre, cuoca di successo in un rinomato ristorante stellato di New York. È proprio quest’ultima a incarnare dapprincipio quello You evocato dal titolo. Le due hanno infatti pianificato da tempo un viaggio in Toscana (ecco), alla scoperta delle sue meraviglie paesaggistiche, artistiche ed enogastronomiche. Poco prima della partenza, però, la donna muore tragicamente, lasciando Anna sola, smarrita e incapace di dare una direzione alla propria esistenza.

            Abbandonati gli studi, inizia a vivere alla giornata, trovando impiego come house sitter per alcune delle famiglie più facoltose della Grande Mela. Più che un lavoro, il suo diventa un modo per rifugiarsi nelle vite degli altri, appropriandosi temporaneamente di un benessere e di una stabilità che le appaiono e sono di fatto irraggiungibili. Una strategia di fuga che, inutile dirlo, non può durare per sempre. La svolta arriva con l’incontro di tal Matteo Costa, affascinante rampollo di una lunga e ricca stirpe di agricoltori, proprietari terrieri e ristoratori di stanza tra le colline toscane. Famiglia con la quale egli intrattiene un legame flebile, ribelle e litigioso; per cui è la proverbiale pecora nera.

            Nondimeno, per Anna è un segno del destino. Senza un piano preciso e spinta più dall’istinto che dalla ragione, decide quindi di salire comunque su quell’aereo per l'Italia, direzione San Conessa, pittoresco borgo fittizio - quasi una fusione ideale di Pienza e San Quirico d’Orcia. Una volta arrivata, scopre però che ogni albergo della zona è al completo a causa di un celebre festival estivo. L’ostacolo, però, non la scoraggia. Al contrario: la sua intraprendenza la conduce fino alla villa disabitata di cui Matteo le aveva raccontato, dove si intrufola e sistema con sorprendente naturalezza.

            Ovviamente, la sua presenza non passa inosservata agli occhi della famiglia Costa, in particolare a quelli del serio e riservato Michael - fratellastro di Matteo, che dopo la morte dei propri genitori ha assunto la gestione delle vigne di famiglia - destinato a diventare il nuovo You all’interno dell’equazione sentimentale della nostra Anna. La quale, messa alle strette, improvvisa una bugia destinata ad assumere proporzioni sempre maggiori fino a sfuggirle di mano. Ella si presenta infatti come la nuova compagna — e addirittura futura sposa — di Matteo.

            Un espediente fra i più classici del repertorio rom-com, tanto improbabile quanto funzionale ad innescare equivoci, tensioni amorose e sentimentali e il gioco di attrazione reciproca che costituiscono l’ossatura del soggetto firmato da Ryan e Kristin N. Engle (successivamente sviluppato dal solo Ryan, qui alla sua prima esplorazione di simili coordinate). Va da sé, il soggiorno toscano della protagonista si trasforma man mano in un percorso di riscoperta personale costellato di segreti, incomprensioni e inevitabili slittamenti affettivi, mentre il rapporto con Michael finisce per spostare progressivamente il baricentro emotivo della narrazione, complicando ulteriormente una situazione già precaria in partenza.

            La recensione di Tra amore e inganni, il film commedia sentimentale ambientato in Toscana con Halle Bailey e Regé-Jean Page.

            La ricetta è quella che ormai abbiamo imparato a conoscere, tratta — verrebbe da dire — da un vecchio, polveroso ma prezioso manuale di cucina. Anche i riferimenti, da Sotto il sole della Toscana a Letters to Juliet, fino a Mangia prega ama, sono lì per essere riconosciuti, evocati, persino (ri)ammirati, alla stregua di monumenti disseminati lungo un itinerario ben collaudato, ma prevedibile. Per sua sfortuna, Tra amore e inganni non dispone né di uno chef capace di reinterpretare la tradizione (in carta agli anni ‘90 e 2000) senza invece limitarsi a replicarla in forma pedissequa, né di una guida turistica che possa rileggere quegli stessi modelli attraverso un’ottica sentitamente, genuinamente contemporanea.

            Il film di Kat Coiro — che arriva a quattro anni dal moderato successo di Marry Me, fiacco tentativo di rilancio dell'immagine divistica di Jennifer Lopez — si avvicina invece alle innumerevoli reiterazioni di formule narrative collaudate e soggetti pressoché intercambiabili che popolano (o meglio, infestano) i palinsesti Hallmark e i cataloghi delle varie piattaforme streaming, Netflix in testa. Racconti confortevoli e rassicuranti, languidi fino all'autocompiacimento, prodotti di un’ostinata catena di montaggio, costruiti secondo una logica quasi operaia, tanto da rendere difficile immaginarli associati ad una specifica sensibilità registica, figuriamoci ad un'idea autoriale.

            Love & Gelato e Love in the Villa, restando in Italia, oppure A Perfect Pairing e Love, Romance & Chocolate, spostandosi altrove: sono questi i titoli che nei fatti affiorano durante la visione di Tra amore e inganni, soprattutto per il modo in cui la pellicola rappresenta e mette in scena il nostro paese. Un'Italia, naturalmente, vista attraverso gli occhi degli americani. Una prospettiva alla quale non è rimasto immune nemmeno un cineasta come Woody Allen e che continua a tradursi in un'immagine carica di cliché e stereotipi, impermeabile a pressoché ogni traccia del presente. È l'Italia della slow life elevata a mito identitario, abitata da una popolazione invariabilmente affabile e sorridente, fatta di uomini e donne semplici e genuini che trascorrono le proprie giornate tra vigneti e orti, caffè e calici di vino, gesticolando con enfasi, cucinando, organizzando feste di paese e imbandendo tavolate interminabili. Un immaginario turistico e consolatorio che riduce la complessità di un intero Paese a una sequenza di cartoline animate.

            Ad aggravare ulteriormente il quadro contribuisce un'estetica spiccatamente pubblicitaria, avvolta da una patina edulcorata e artificiosa che finisce per riverberarsi anche sulla caratterizzazione dei personaggi. Le conseguenze sono particolarmente evidenti proprio sugli interpreti italiani, tra i quali si contano professionisti di lungo corso quali Paolo Sassanelli e Isabella Ferrari, costretti entro figure poco più che decorative, e giovani volti come Lorenzo de Moor, Marco Calvani e Tommaso Cassissa, per gli utenti Tommycassi - quest’ultimo alle prese con una performance che estremizza fino alla caricatura i tratti più riconoscibili della sua figura social-mediatica, in una sorta di suo prolungamento dopato, febbrile, ipertrofico.

            L'unica vera eccezione è rappresentata da Stella Pecollo che, probabilmente anche grazie alle esperienze maturate tra Inghilterra e Stati Uniti, riesce a sottrarsi almeno in parte a questa uniformante confezione da dépliant vacanziero, ritagliandosi uno spazio riconoscibile e conferendo al proprio personaggio una spontaneità che il resto del film sembra aver smarrito lungo il percorso.

            La recensione di Tra amore e inganni, il film commedia sentimentale ambientato in Toscana con Halle Bailey e Regé-Jean Page.

            E dire che Tra amore e inganni di potenzialità ne avrebbe parecchie, insieme ad una serie di elementi interessanti e, per certi versi, persino inediti. Meriti che vanno ascritti anzitutto a chi il film lo produce. E cioè a Will Packer, figura centrale nell'affermazione di storie a guida afroamericana all'interno dell'industria hollywoodiana che, nel corso della sua carriera, ha contribuito a trasformare quello che per lungo tempo era stato considerato un mercato di nicchia in un segmento capace di generare successi di pubblico e incassi milionari. Basti pensare a Poliziotto in prova, Straight Outta Compton, Il viaggio delle ragazze, La scuola serale o il più recente Beast.

            Sulla carta, anche questa sua incursione nel territorio della commedia romantica avrebbe tutte le carte in regola per inserirsi nel novero di questi titoli: una protagonista afroamericana, una cornice produttiva importante e un orizzonte sentimentale di rado associato a personaggi che non siano bianchi. Peccato che la pellicola rinunci quasi subito a esplorare la propria specificità, preferendo rifugiarsi nelle convenzioni più rassicuranti del genere, fino a smarrire progressivamente qualsiasi sapore distintivo. Restano allora qua e là alcune battute realmente riuscite — come quella dedicata a Scappa. Get Out, che sembra quasi figlia del miglior capitolo di Scary Movie — e brevi istanti in cui pare che il copione possieda una reale consapevolezza di sé e del prodotto che vorrebbe essere.

            Sono però baluginii isolati, perché ben presto ogni possibile intuizione si disperde in una sorta di critoremake di Un'ottima annata, sospeso tra immagini da catalogo dell'Arno e delle colline del Chianti e un utilizzo quasi godereccio, talora apertamente feticistico, del cibo e della cucina italiana. Pentole, tegami, tavolate, botti e calici di vino vengono filmati con un trasporto che il racconto sembra incapace di riservare ai suoi stessi protagonisti. Paradossalmente, sono proprio i piatti e i bicchieri a costituire l'elemento più sensuale e pruriginoso di un film altrimenti sorprendentemente castigato, vicino per sensibilità ad un certo romanticismo da romanzo Harmony, se non addirittura ad una forma di moralismo sentimentale d'altri tempi.

            Tanto più che a farne le spese è la coppia protagonista. Halle Bailey — già Ariel nel nuovo corso live-action Disney — e Regé-Jean Page, il Duca di Bridgerton, non difettano di fascino, ma raramente riescono a sprigionare quell'intesa e quella chimica che rappresentano la materia prima di qualsiasi commedia romantica degna di esser definita tale. E, di conseguenza, anche di Tra amore e inganni. Il cui problema principale, in fondo, non è tanto l'assenza di una personalità definita o l’infedeltà verso le proprie premesse e promesse, quanto la sua incapacità di raggiungere entrambi gli obiettivi fondamentali del genere: far ridere e far “innamorare”.

            Non diverte quanto dovrebbe, né riesce ad emozionare quando prova ad imboccare la strada del sentimento. Ed è ancora peggio se poi il momento più piacevole e divertente di tutta l'esperienza arriva soltanto durante i titoli di coda. Del resto, si sa: il dolce si serve sempre alla fine.

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