
MISSIONE SHELTER, defaticamento muscolare per Jason Statham
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Shelter
USCITA ITALIA: 18 febbraio 2026
USCITA USA: 30 gennaio 2026
REGIA: Ric Roman Waugh
SCENEGGIATURA: Ward Parry
CON: Jason Statham, Bodhi Rae Breathnach, Bill Nighy, Naomi Ackie, Daniel Mays
GENERE: drammatico, thriller, azione
DURATA: 107 min
VOTO: 5+
RECENSIONE:
Dalle scogliere battute dal vento delle Ebridi a una Londra sorvegliata da algoritmi e 007 deviati, Missione Shelter mette in scena il ritorno forzato di un ex agente che aveva scelto di non premere il grilletto. Un action crepuscolare - (con)versione britannica dell'americanissimo The Beekeeper - che sorprende per il suo avvio meditativo, ma che finisce per rifugiarsi in una formula sicura, sorretto quasi esclusivamente dal carisma di Jason Statham.
Altro che la furia di un uomo. È piuttosto dall’inesorabile forza degli elementi, della natura che prende il largo Missione Shelter, nona regia di un lungometraggio per il fu stuntman (sui set de L'ultimo dei Mohicani, Last Action Hero, Il corvo - The Crow, Lethal Weapon 2, Giorno di tuono) Ric Roman Waugh. Il quale diserta il felice sodalizio con Gerard Butler (diretto nei più recenti Attacco al potere 3, Operazione Kandahar e nei due Greenland) per sostituire Baltasar Kormákur dietro la macchina da presa, incrociando così il cammino di un Jason Statham sempre più indurito nei panni (iniziali) di un laconico guardiano del faro di un’isoletta delle Ebridi Esterne, al largo delle coste scozzesi.
Un uomo chiusosi al mondo esterno, raccolto insieme al suo cane in un’esistenza eufemisticamente ascetica, quasi monacale. Gli unici contatti con ciò che si trova al di là dell’orizzonte che ogni giorno scruta con attenzione sono strettamente fisiologici: una volta a settimana riceve — si fa per dire — la visita della giovane Jessie e di suo zio, che puntualmente gli recapitano una cassa di viveri e beni di prima necessità. Un giorno, però, durante una di queste consegne, l’arcipelago finisce appunto vittima dalla furia della natura - nella fattispecie, di una violenta tempesta - che fa affondare il peschereccio, condannando zio e nipote a morte certa.
Michael Mason — questo il nome del nostro custode — arriva giusto in tempo per salvare la ragazza, rimasta impigliata in alcune reti da pesca. Le ferite da lei riportate si rivelano però ben presto più serie del previsto, costringendo l’uomo a infrangere il proprio isolamento autoimposto e a fare ritorno alla civiltà, con tutto il caos e i problemi che ne concorre e consegue. Difatti, non fa in tempo a mettere piedi fuori dalla sua piccola imbarcazione che subito viene immortalato dalla fotocamera di uno smartphone e segnalato ai servizi segreti britannici, che si mettono subito sulle sue tracce inviando una squadra tattica d’assalto sull’isola.
Il motivo è presto detto: in un’altra vita Mason era un veterano della Marina Reale, ma soprattutto uno dei migliori agenti operativi — e più spietati assassini — di una divisione dell’MI6 dedita alle operazioni più pericolose e inconfessabili. Ed è proprio nel corso di una di queste missioni che ha scelto di contravvenire agli ordini ricevuti. Un grilletto non premuto è divenuto la condanna che lo ha obbligato ad inscenare e falsificare la propria morte, ritirandosi nel luogo più sperduto possibile, in compagnia di fantasmi, rimpianti e angosce. Ad una “vita in fuga” da un passato che ora bussa rumorosamente alla porta per chiedere il conto.
Tenendo per mano la piccola Jessie, l’ex black ops si lancia dunque in una corsa a perdifiato tra volti noti — alleati e nemici — e nuovi, micidiali acquisti dell’agenzia: dal boschivo e fangoso entroterra scozzese fino alla pancia malavitosa di una Londra al neon, alla disperata ricerca del “riparo”, della “protezione” evocata dal titolo.

È quanto di più formulaico e generico il soggetto su cui lavorano lo sceneggiatore Ward Parry e lo stesso Roman Waugh per Missione Shelter, che viceversa — e con grande sorpresa di chi scrive — inizia in maniera atipica, quantomeno per un prodotto di questo genere e dalle simili, intuibili ambizioni. E cioè con un prologo (forse troppo) lungo, meditabondo (e potenzialmente anticlimatico) rispetto all’azione vera e propria, centrale, attesa, prevista e “venduta”. Un crescendo di pochissime parole e molto — spesso tutto — affidato al racconto per immagini. Fra queste, quelle sul corpo e sul volto (a prova di fanservice) di uno Statham incanutito, dalla faccia rugosa, ruvida, la barba lunga, ispida, nordica e un’espressione mesta, dolente.
Un’iconicità e un’iconografia istantanee, impagabili, credibilissime che — al netto di qualche slancio di scrittura più ispirato e di coreografie action appena più creative — costituiscono il solo gancio e il vero effetto speciale della pellicola, anche quando ci si sposta dall’ambientazione isolana al nostro mondo perennemente controllato, sorvegliato da poteri forti ed entità che agiscono nell’ombra servendosi di sofisticati algoritmi di iper-security (alla stregua dell’Occhio di Dio di Fast & Furious 7, capitolo che curiosamente segna il debutto dell’action star del Derbyshire nell’orbita di Toretto & co.) e di intelligentissimi supercomputer di nome THEA.
In questo, Missione Shelter potrebbe quasi essere inteso, per modi, termini e forme, come un critoremake, una (con)versione britannica del fortunato e americanissimo The Beekeeper di David Ayer, solo sostituendo al potere economico di una efferata azienda high tech quello politico e militare di una frangia deviata e corrotta degli 007 di Sua Maestà (faticosamente, funzionalmente, fumettisticamente interpretati da Naomi Ackie e Bill Nighy).
Al contempo, però, è chiaro come i film-maker si ispirino più apertamente a Léon di Luc Besson — qui “ingaggiato” in una riduzione sentimentalista, ruffiana, perfino cinofila (ancora John Wick?) — oppure pratichino (in)volontariamente una testosteronica apostasia de La strada mccarthiana in e per un mondo a un passo dalla fine. E non tanto per il temuto dominio della tecnologia, quanto per quella cieca obbedienza che soppianta la più sincera umanità.
È probabilmente il massimo grado di “impegno” che si possa pretendere da un popcorn movie che mette al primo posto il cosiddetto “valore d’intrattenimento”, senza mai cercare di spacciarsi per qualcosa di diverso da un action muscolare, attraversato da venature da libro Cuore e da qualche suggestione crepuscolare. Un film defaticante - e non solo per lo spettatore - perché, al netto del carisma di Statham e delle premesse, l’impressione alla fin fine è che Missione Shelter sia stato sottovalutato e sottosfruttato un po’ da tutti; realizzato con il minimo sforzo indispensabile rispetto a quanto avrebbe potuto, se non addirittura meritato. Un compitino svolto con mestiere e fare compilativo, ma senza quell’azzardo o, almeno, quella furia capace di trasformare un onesto prodotto di consumo in qualcosa di davvero memorabile.
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